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31.01.2022 - 22:57
Aggiornamento: 03.02.2022 - 15:12

Il vecchio Young, Spotify, i no vax e l’ennesimo “cambierò”

La piattaforma, messa alle strette da altri cantanti, dal principe Harry e dal crollo in Borsa dice: ‘Nuove linee guida e avvisi sui contenuti a rischio’

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Il logo di Spotify (Keystone)

L’Ucraina è una guerra per vecchie superpotenze, militari a presidiare chilometri di nulla con la neve fino qui, piani d’invasione, frontiere da attraversare, ambasciatori accigliati e summit svizzeri. Pezzi di passato che arrivano sino qui, nel nostro presente, col rumore sinistro e novecentesco dei cingolati. Ma lo scontro che arriva dal futuro si consuma altrove, dentro Spotify, terreno conteso, sospeso da qualche parte sul fantomatico “Cloud”, che tutto contiene, senza confini; luogo virtuale senza regole, una specie di vecchio West che ha saputo estendersi sempre più in là, dove non era previsto. Nessun capo dello Stato in doppiopetto e petto in fuori, né vecchi generali con più mostrine che primavere a cantarsele e suonarsele, ma cantanti in carne e ossa che sfidano una cosa che un momento fa non c’era e ora sembra non se ne possa fare a meno: un podcaster, che non è un’arma, o forse sì, se si chiama Joe Rogan e fattura da solo più del Pil di un Paese intero.

Insomma, l’Ucraina da conquistare è Spotify, gli americani sono Neil Young - che è canadese - e i russi, sporchi e cattivi, sono Joe Rogan, che è americano. Detta così suona strana, ma suona strana a prescindere questa storia di libertà volute, negate, pesate, prezzate come un qualsiasi sugo pronto da piazzare sugli scaffali del supermercato.


Neil Young (Keystone)

Il capopopolo e le sue battaglie

Neil Young, un po’ figlio e un po’ padre di quella cultura americana progressista che dagli anni Settanta ci è rimasta incollata addosso, nel bene e nel male, dice che Spotify deve scegliere: o lui o Joe Rogan. Come se non ci fosse abbastanza spazio per tutti in un posto che di fatto è infinito.

Ha le sue ragioni il vecchio Young, perché Joe Rogan ha tirato un po’ troppo la corda: è l’ideatore e il protagonista del podcast più ascoltato su Spotify, quell’immenso juke-box virtuale che sputa fuori qualsiasi cosa si faccia voce, con o senza musica. A volte anche senza voce. Ecco Rogan, che in Europa non conosce quasi nessuno, è un comico-provocatore che a Spotify è costato ben 100 milioni di dollari per un contratto in esclusiva. Altri 30 milioni l’anno li guadagna andando in onda: il suo programma, “The Joe Rogan Experience”, è il più scaricato dell’intera galassia Spotify: insomma, una cosa enorme. E, come tutti quelli che hanno un peso, è difficile da spostare.

Neil Young, uomo senza compromessi, si direbbe d’altri tempi - non fosse che in altri tempi i compromessi li facevano come e più di ora -, ha messo Spotify davanti a una scelta: “O io o Rogan”. E Spotify ha scelto Rogan.


Il logo del podcast di Joe Rogan (Keystone)

Questione vaccini

Il motivo è che Young non vuole apparire nello stesso contenitore di chi fa propaganda alla campagna no-vax e continua a invitare personaggi che fanno disinformazione, manipolando dati e dichiarazioni, per di più in una trasmissione ascoltata da centinaia di milioni di persone.

La presa di posizione di Young non ha avuto l’effetto sperato, da lui e dalla comunità scientifica, che per prima si era fatta avanti, inascoltata, scrivendo una lettera aperta a Spotify firmata da 270 tra scienziati, professori, medici e infermieri. In sintesi i firmatari chiedevano maggior rispetto per la scienza e accusavano Rogan e la piattaforma che lo ospita di farsi megafono di “affermazioni false e dannose per la società”.

Sembrava, quella di Young, la battaglia di un vecchio capopopolo rimasto senza battaglie e – in parte – senza popolo, ma una volta buttato giù dalla torre, ha trovato a terra un materasso predisposto da altri tre colleghi, Joni Mitchell (la folksinger di “Blue”), Peter Frampton (“Show me the way”) e Nils Lofgren (il chitarrista delle E Street Band di Bruce Springsteen). Nomi non proprio di primissimo piano, ma artisti dalla forte credibilità, che possono, potrebbero creare un effetto valanga: anche loro, infatti, hanno chiesto a Spotify di togliere la loro musica.


Joni Mitchell (Keystone)

La risposta a metà

Si può fare a meno di quei quattro, non di quelli che magari seguiranno. E allora Spotify è corsa ai ripari, in quel modo opaco e mai del tutto netto che contraddistingue le grandi aziende. In pratica è stato detto che sono state studiate nuove linee guida da seguire, più stringenti, inoltre un avviso accompagnerà ogni episodio in cui si parlerà di coronavirus. Il Ceo Daniel Ek non ha nominato esplicitamente Rogan, perché anche nel futuro che è già qui si dice il peccato e non il peccatore, se il peccatore vale un sacco di soldi. Rogan però non si è nascosto e ha detto che farà del suo meglio “per essere più equilibrato. È una strana responsabilità avere così tanti ascoltatori”.

Ieri altre due celebrità, il principe Harry e la moglie Meghan, – che da due anni hanno una podcast da 25 milioni di dollari sulla piattaforma – hanno posto il problema dei limiti tra libertà e disinformazione. Mentre il cantante James Blunt ha giocato al Buon soldato Sc’veik, prendendo in giro tutto e tutti – anche se stesso – e minacciando Spotify di caricare nuove canzoni sulla piattaforma se non avesse tolto il podcast di Rogan.

Spotify, alla fine si è messa, forse, una mano sul cuore, di sicuro ne ha messa una sul portafoglio, alleggerito da 4 miliardi di perdite in questi giorni in Borsa. Come i fedifraghi presi in castagna, come chi apre il frigorifero fuori orario e poi viene incastrato dalla bilancia, Spotify dice che cambierà. Quanti di noi poi lo hanno fatto davvero?

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