Scienze

Morta Margaret Hamilton, la donna dell’Apollo che fece dell’ingegneria del software una disciplina

Medaglia della libertà, personaggio Lego, eroina dei libri per l’infanzia: chi era la pioniera dell'informatica morta a 90 anni

Morta Margaret Hamilton, la donna dell’Apollo che fece dell’ingegneria del software una disciplina
8 ottobre 2026
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Margaret Hamilton, morta lo scorso 30 settembre all’età di 90 anni, non è forse il nome più noto della storia delle missioni Apollo, e nemmeno di quella dell’informatica. Eppure in molti avranno presente la foto che la ritrae nel 1969, sorridente accanto a una pila di fogli alta quanto lei: sono i listati del software di bordo delle navicelle Apollo, compresa quella che avrebbe portato l’uomo sulla Luna. Quel codice, scritto dalla squadra che dirigeva al Massachusetts Institute of Technology (Mit), è al centro di uno dei tanti episodi delle missioni Apollo. Pochi minuti prima che il modulo lunare Eagle con a bordo Neil Armstrong e Buzz Aldrin toccasse il suolo, sul computer di bordo comparve l’allarme 1202: sovraccarico di sistema, il computer non riusciva a gestire tutti i compiti. Un motivo sufficiente per annullare l’allunaggio. Ma il software era stato progettato proprio per gestire situazioni del genere: abbandonare quelli secondari e tenere solo quelli necessari all’atterraggio.

Quella foto è oggi uno dei simboli delle donne nella scienza e la stessa Hamilton è diventata, nel 2017, un personaggio Lego in una serie dedicata alle donne della Nasa, è protagonista di diversi libri per l’infanzia e ha ricevuto, nel 2016, la Medaglia presidenziale della libertà da Barack Obama. Ed è indubbio che Margaret Hamilton sia un esempio e un modello per bambine e ragazze che vogliono studiare le famose materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), ancora adesso percepite come "maschili". Ma la sua storia merita di essere raccontata nella sua interezza: Hamilton è arrivata ai vertici di una disciplina che ancora non esisteva – e anzi lei fu una delle persone a imporre il concetto di "software engineering". I pregiudizi, ovviamente, c’erano: nel 1961, quando si candidò al Lincoln Laboratory del Mit, il selezionatore si scusò perché i colloqui li teneva nella sua camera d’albergo, ma con lei non poteva, «perché sei una ragazza». Ripiegarono sul bar dell’hotel, e Hamilton fu assunta. La programmazione era tuttavia una novità, e questo lasciava spazi che altrove non c’erano. Ai tempi di Apollo, ricordava, il software per i dirigenti era «un mistero, una scatola nera», e chi lo scriveva godeva di «totale libertà e fiducia».

I se, i perché, i perché no

Nata nel 1936 a Paoli, nell’Indiana, Hamilton trascorreva i lunghi viaggi in auto col padre, poeta e professore di filosofia, giocando a "e se", "perché" e "perché no", con domande a catena che lei stessa ha poi collegato al suo modo di prevedere gli errori. Dopo la laurea in matematica, con filosofia come materia complementare, nel 1959 entrò al Mit come programmatrice nel gruppo di ricerca del meteorologo Edward Lorenz, considerato il padre della teoria del caos, sviluppata proprio guardando come nelle simulazioni una minima differenza nei dati iniziali portasse a risultati del tutto diversi. I computer all’epoca andavano a nastro perforato e Hamilton, per correggere gli errori, faceva buchi con la matita o li copriva con lo scotch. I suoi programmi contribuirono alle ricerche di Lorenz sul caos, come lei stessa scoprì anni dopo vedendosi ringraziata in un articolo.

Al Lincoln Laboratory lavorò a Sage, il sistema di difesa aerea con cui l’aviazione statunitense doveva individuare i velivoli nemici. Ai nuovi arrivati toccava per tradizione un rompicapo: un programma che nessuno era mai riuscito a far funzionare, scritto da un collega senza nessun commento. Hamilton fu la prima a farlo girare, e il programma rispose in latino e greco. Il computer occupava un intero capannone e, quando un programma andava in crash, si sentivano sirene e campanelli. Lei prese l’abitudine di fotografare con una Polaroid il responsabile, insieme alla documentazione dell’errore, per poterlo richiamare se il problema si fosse ripresentato. Lì cominciò il suo interesse per l’affidabilità del software: gli errori, diceva, erano «il nemico».

Nel 1965 Hamilton passò all’Instrumentation Laboratory del Mit, che sviluppava per la Nasa il software di bordo delle missioni Apollo: era la prima donna programmatrice del progetto. Un giorno la figlia Lauren, giocando con il simulatore della capsula, avviò per sbaglio la procedura di prelancio in pieno volo, mandando in crash il sistema. Hamilton propose una protezione nel software, ma le risposero che gli astronauti non avrebbero mai commesso quell’errore. Nel 1968, durante Apollo 8, Jim Lovell fece proprio quell’errore, cancellando i dati di navigazione: toccò alla squadra di Hamilton recuperarli.

Un mestiere che si chiude

Nel 1976 Hamilton lasciò il Mit e fondò la prima di due aziende, costruite su un’idea maturata con Apollo: prevenire gli errori invece di correggerli. Ma il campo che aveva contribuito a creare si stava strutturando, con l’inevitabile arrivo di gerarchie basate anche sul genere. Già allora, ricordava, alcuni colleghi erano pagati il doppio delle donne, con la scusa che una donna sposata aveva un marito a mantenerla. Ellen Fetter, che Hamilton aveva formato per prendere il suo posto da Lorenz, negli anni Ottanta rinunciò a tornare alla programmazione dopo un paio di colloqui: «Sceglievano ragazzi giovani e smanettoni». Nel 1960 le donne occupavano il 27% dei posti di lavoro in informatica e matematica negli Stati Uniti. Mezzo secolo dopo, la quota è rimasta quella.

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