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Ultimo aggiornamento: 19.09.2019 18:53
Scienze
25.08.2019 - 18:090
Aggiornamento : 23:06

Non dimentichiamo le bufale

Una ricerca mostra come leggere notizie inventate può portare alla formazione di false memorie. Alle quali continuiamo a credere anche dopo aver scoperto la verità.

Non ci si può fidare di quel che si legge online – quantomeno non prima di aver verificato la fonte. Ecco, se già una semplice regola di buon senso come questa viene quotidianamente disattesa, figuriamoci quali possibilità abbia l’invito, ben più radicale, di non fidarsi neanche della propria memoria.

Eppure la situazione è questa: il problema della disinformazione, della diffusione di informazioni false o ingannevoli, non riguarda solo le fake news, le notizie inventate con intenzioni più o meno losche (spesso si tratta semplicemente di far soldi con le condivisioni online), ma anche i falsi ricordi che le fake news creano e alimentano. Uno studio, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica ‘Psychological Science’, studia l’ampiezza di questo fenomeno per la prima volta in un contesto reale, il referendum irlandese per legalizzare l’aborto del 2018. Votazione finita con la larga vittoria dei sì (oltre il 66 per cento) ma caratterizzata da una campagna molto aspra.

I ricercatori guidati da Gillian Murphy dell’University College di Cork hanno presentato a 3’140 votanti sei notizie – due delle quali, ovviamente false, che attribuivano comportamenti scorretti a una delle due parti. Ora, non solo le persone sono più portate a credere nelle notizie che confermano le loro opinioni – e quindi attribuiscono abusi alla parte opposta – ma quando i ricercatori hanno chiesto ai soggetti se si ricordassero qualcosa degli eventi riportati nelle notizie, la risposta è stata affermativa. Anche per le notizie appositamente inventate per l’esperimento: quasi la metà dei soggetti ricordava qualcosa che non poteva ricordare – in diversi casi aggiungendo anche dettagli non presenti nella notizia di partenza.

Ovviamente una volta concluso l’esperimento la verità è stata svelata ai soggetti. Inutilmente: per molti quegli eventi si sono davvero verificati – e ne sono convinti non perché l’abbiano letto da qualche parte online, ma perché se ne ricordano.

Interessante notare che le capacità cognitive non hanno particolare influenza sulla facilità con cui si formano questi falsi ricordi – anche se sembrerebbero aiutare a metterle in dubbio una volta svelato l’inganno.

Non è certo la prima ricerca che mostra la possibilità di creare falsi ricordi: la memoria non è un archivio di cose che abbiamo visto o sentito, ma un processo di ricostruzione che può venire influenzato da vari fattori – tra cui, ovviamente, le fake news in cui tutti prima o poi incappano.

La novità della ricerca condotta da Gillian Murphy è l’aver studiato il fenomeno in un caso concreto. I ricercatori vogliono adesso valutare l’influenza di questi falsi ricordi in altre situazioni: il referendum britannico sull’uscita dall’Unione europea e il movimento #MeToo. Verosimilmente anche in questo caso l’influenza delle fake news risulterà ampliata da falsi ricordi che certo non spariscono con una smentita.

Questa ricerca mostra – ancora una volta – la pochezza delle strategie che i principali social network stanno mettendo in atto per contenere la diffusione delle bufale: l’iconcina rossa che Facebook ha provato ad aggiungere alle notizie di dubbia origine serve a poco, dal momento che una volta letta, di una fake news è difficile dimenticarsi.

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