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04.02.2020 - 06:20

Silenzio, si canta: Sanremo con Sighanda nella lingua dei sordi

La siculo-ticinese tra i performer Lis (Lingua dei segni italiana) che in diretta tv 'canteranno' per i non udenti, in un ponte che parte da Bellinzona 2017...

«Per fortuna i rapper non sono capitati a me. Ci sono interpreti che quella musica ce l’hanno nel sangue e che hanno un bel segnato veloce. Io sono figlia della melodia, sono nata in altri tempi». Il “segnato”, è intuitivo, viene dalla lingua dei segni e la domanda su come un interprete Lis (Lingua dei segni italiana) riesca a tenere il tempo di quei logorroici dei rapper è indirizzata a Sighanda (al secolo Dominique Fidanza), cantautrice e artista a tutto tondo siculo-ticinese che ‘canterà’ tutta la musica di Sanremo per i sordi.

La Rai, parlando del Festival “più esclusivo di sempre”, quello che inizia questa sera ma che per molti motivi è già ampiamente iniziato, ha annunciato il Sanremo Lis, ovvero – accanto all’audiodescrizione in diretta – l’interpretazione nella lingua dei segni dell’intera manifestazione. Il tutto, su un canale dedicato della piattaforma Rai Play, in diretta contemporanea dal Sanremo televisivo e dallo storico Studio 4 di via Teulada in Roma, sede del lavoro di quattordici performer della lingua dei sordi. Sighanda inclusa, che in una notte di novembre del 2017 a Bellinzona, per i sordi aveva cantato al Sociale, rendendo loro disponibile l’ultimo suo album ‘Mitofonie’ e accendendo i riflettori su applicazioni inesplorate della musica.

Quello che da ora chiameremo Sanremo Lis, sarà un Festival interamente tradotto. Di Amadeus, delle vallette, degli ospiti e di ogni altro dialogo che si terrà sul palco dell’Ariston si occuperanno i cosiddetti interpreti istituzionali, al lavoro su tutto quello che non è musica; della musica tradotta in segni, invece, performer come Sighanda, ma non nell’impostazione ‘alla tg’, col traduttore nel riquadro. I performer lavorano davanti a un green screen sul quale scorre la trasmissione e, quando si esibisce il cantante, l’attenzione si sposta sull’interprete Lis. «In un certo senso, la visione cambia, perché il sordo non avrebbe alcun interesse a vedere qualcosa di minuscolo. C’è una scelta artistica pensata per lui» dice Dominique. A suo modo, «l’interprete Lis diventa più cantante-di-Sanremo e il cantante-di-Sanremo diventa più ‘spalla’».

Sighanda ci parla dagli studi di Roma, in un angolo di pausa ritagliatosi in un pre-debutto che è «un casino, concetto che rende meglio l’idea». Perché «la quantità di lavoro è pazzesca. È il Settantesimo e  oltre alle canzoni in gara sono arrivati i duetti e i brani degli ospiti». Da interpretare in modalità che per lei non è del tutto nuova, ma «un conto è tradurre le proprie canzoni, un altro è dare personalità nel segno a ogni artista diverso da te. Il performer Lis deve catturare anche lo stile, il movimento».

Non solo russo e cinese

Sighanda arriva a questo appuntamento dopo un lungo percorso d’istruzione in quest’ambito iniziato tempo fa e che ha avuto una sua svolta in ottobre. «Volevo portare a termine il percorso e avere un attestato d’interprete. In Svizzera il corso era già partito da tempo e non era esattamente quello che cercavo. Ho cercato in Italia, trovando questa Università europea degli interpreti e performer che ho iniziato a frequentare in ottobre a Roma. Poi, ho saputo che la Rai cercava artisti-performer. Il provino è andato bene. Sono qui. Siamo in quattordici».

Specializzazione a parte, la lingua dei sordi ha radici più lontane nel tempo: «In famiglia ho alcuni cugini non udenti, dunque c’è stata una prima esigenza che p stata quella di parlare con loro. Ma è presto diventata una mia necessità di accrescimento personale, perché come s’imparano il russo e il cinese, così possiamo interessarci a una cultura e a una lingua come questa. Perché è una lingua come tutte le altre». Man mano, col tempo, parlando con i sordi, «ho chiesto loro come percepivano la musica, come l’ascoltavano, se ne fossero interessati. Questo mi ha acceso la voglia di poter fare qualcosa per loro». Così è nato lo spettacolo di Bellinzona. «Da lì ho capito che il mondo dei sordi sarebbe potuto entrare nella mia vita e nella mia musica, perché ci sono cose che si possono dire nella lingua dei segni con molta poesia, e un certo tipo di poesia può venire soltanto da questa lingua, cosa che sto imparando anche qui».

Corsi e ricorsi storici

Per dirla tutta. Nemmeno il Festival di Sanremo è esattamente una novità per chi, pur in ambiti ultrapop, sul palco dell’Ariston era già stato negli anni Novanta, per poi tornarvi nel 2018 a raccogliere l’applauso della platea più colta di Sanremo, quella del Premio Tenco. «È vero, in qualche modo sembra sempre che io qui ci debba tornare. Il mio è   un ritorno in una veste in cui sto dando musicalità alle mani senza emettere una sola nota con la voce. È una sfida per me, contro l’istinto che sarebbe quello di cantare. Conosco quel palco, so cosa succede quando si aprono quelle porte, so cosa c’è dietro. Ma tutto questo è di più, è  un’esperienza soprattutto umana». E per l’esperienza, Sighanda cita Laura Santarelli, insegnante, performer e figlia di sordi, direttrice artistica di questo Sanremo Lis. «Ha tanto combattuto per questo progetto».

Prima di lasciare la nostra artista alle prove, anche notturne, c’è tempo per registrare la presenza tra i performer di due ragazzi sordi, coordinati da una coreografa in funzione di metronomo ‘visivo’: «Anche loro si stanno mettendo in gioco. Sono una testimonianza che la musica può arrivare ai sordi e che i sordi possono segnarla. Non siamo tutti udenti a questo mondo». C’è ancora tempo per provare a ‘rubare’ qualche segreto su quanto canterà – «Mi hanno affidato alcuni brani in gara e alcuni di quelli degli ospiti, ma ci sono cose che proprio non posso dire» – e per chiederle di lei dopo ‘Mitofonie’: «Sono trascorsi quattro anni e ho quasi terminato la parte scritta, spero a breve di passare musica e, chissà, magari di presentarmi al Tenco col mio nuovo progetto».

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