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07.12.2022 - 05:30
Aggiornamento: 11:44

Perché il fascismo è nato in Italia

È il titolo di un notevole saggio appena pubblicato dagli storici Marcello Flores e Giovanni Gozzini. Spoiler: c’entra lo ‘sfarinamento’ dello Stato.

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(Keystone)

Dopo la Prima guerra mondiale, l’Italia non era messa molto peggio di tanti altri Paesi europei. È dunque scorretto – a farcelo notare fu già Gaetano Salvemini – "credere che, negli anni del dopoguerra, il solo popolo italiano abbia attraversato una crisi di follia a causa della propria ‘arretratezza’ o della sua ‘natura emotiva’, tanto diversa da quella di popoli più civilizzati e più equilibrati". Ma allora perché mai fu proprio in Italia che germogliò il fascismo, arrivando a imporre la sua ferocia su tutto il Paese? Alla domanda provano a rispondere, intrecciando mirabilmente gli strumenti della storiografia e delle scienze sociali, gli storici Marcello Flores e Giovanni Gozzini. ‘Perché il fascismo è nato in Italia’, appena uscito presso Laterza, è un lavoro tanto organico e autorevole quanto piacevole da leggere: ne parliamo con Flores, esperto di storia dei totalitarismi e dei genocidi, già professore di Storia contemporanea alle Università di Trieste e Siena (dove insegna anche Gozzini).

Visto che non stiamo parlando di un giallo, possiamo partire subito dal colpevole. Secondo voi il fascismo è nato in Italia anzitutto a causa dello "sfarinamento dello Stato". Cosa s’intende?

Naturalmente i fattori che hanno contribuito all’ascesa del fascismo sono molti, come sempre capita per i grandi eventi. Spicca però appunto questo sfarinamento, ovvero la crescente incapacità da parte dello Stato di agire come tale. Lo vediamo in particolare nel cosiddetto "biennio rosso" 1919-1920, quando il monopolio della violenza – esercitata nella repressione delle manifestazioni e delle proteste legate alla lotta operaia e contadina – passa da esercito e polizia alle squadre fasciste. Nel 1920 sarà proprio questo corpo privato a fare più morti, specie nelle campagne. Gli squadristi arriveranno addirittura a utilizzare le armi dell’esercito.

Quello sfarinamento, quell’abdicazione delle istituzioni alla prepotenza fascista culminò icasticamente nella ‘resa’ del re Vittorio Emanuele III, che di fronte alla marcia su Roma accettò di affidare il governo a Benito Mussolini. Ma come si arrivò fin lì? Evidenziate un "nesso genetico" con la Prima guerra mondiale.

Si arrivò fin lì proprio perché le élite liberali fecero l’errore di considerare la Prima guerra mondiale come una parentesi da dimenticare, senza rendersi conto delle grandi trasformazioni che aveva portato su tanti terreni: la presenza crescente dei partiti di massa, con socialisti e popolari che alle elezioni del 1919 ottennero la maggioranza parlamentare; o ancora, quella che George Mosse ha definito la "brutalizzazione della guerra", ovvero l’emergere un po’ in tutta Europa di una società che aveva introiettato e prolungato l’esercizio della violenza. I liberali si illudevano di poter ancora governare tutti con manovre parlamentari d’epoca giolittiana, senza ascoltare le proteste e affrontare quell’eredità bellica che invece i fascisti riuscirono a organizzare in modo organico e crescente nelle loro squadre, passate da poche decine di elementi fino a 300mila alla vigilia della marcia su Roma.

Quale fu il ruolo dei grandi attori economici – industriali ancora dipendenti dalle commesse pubbliche e latifondisti padani e meridionali – nell’ascesa di Benito Mussolini?

I primi a schierarsi col fascismo furono proprio gli agrari, che beneficiarono delle squadre per reprimere le attività di capi lega, sindacalisti, sindaci e consiglieri comunali eletti dai socialisti, reimpossessandosi grazie a questa violenza delle loro proprietà e dei loro privilegi. Gli imprenditori si mossero più lentamente, ma quando videro il successo del fascismo nel ‘disciplinare’ anche le lotte operaie finirono per sostenere Mussolini, chi in modi espliciti, chi in modo più silenzioso: Confindustria e famiglie industriali come Agnelli e Olivetti appoggiarono l’investitura di Mussolini da parte del re.

Proprio all’indomani della marcia su Roma del 1922, l’intellettuale antifascista Pietro Gobetti definì il fascismo "autobiografia di una nazione". Per contro, in Italia pare diffusa l’idea – assai autoassolutoria – che gl’italiani non siano stati davvero fascisti. Qual è la vostra opinione?

Si tratta in effetti di un’immagine autoassolutoria, specialmente falsa negli anni del regime più ancora che nei primi anni Venti. L’intuizione gobettiana è molto più vicina alla realtà di quella di Benedetto Croce, che invece considerava il fascismo una parentesi da dimenticare: Gobetti coglie nella sua ascesa l’eredità degli aspetti più retrivi e autoritari del liberalismo italiano, ma soprattutto quella tendenza all’acquiescenza e allo schierarsi dalla parte del vincitore che pare contraddistinguere gran parte del popolo italiano, in particolare il ceto medio – tanto che il fascismo sarà appunto definito "regime dei ceti medi" –, ma anche la classe operaia e contadina, che risulta sempre più attratta dalla forza e dalla violenza fasciste. Successivamente, all’adesione contribuì il clientelismo. Va d’altronde ricordato – più di quanto non faccia Gobetti – che quel consenso venne comunque tributato per coercizione.

Ma Mussolini aveva una precisa idea di società in testa, oppure era solo un opportunista affamato di potere?

Non so se il termine giusto sia opportunista, ma di certo Mussolini non ha una visione: il suo sguardo non arriva più in là di poche settimane o mesi, ragiona in modo tattico e non strategico, mirando esclusivamente alla conquista del potere. Proprio questo gli permette di diventare punto di riferimento per spinte apparentemente contrapposte: la violenza dei ras e dei fascisti più radicali da una parte, ma dall’altra il mondo nazionalista più legato alla politica istituzionale, che vede proprio in Mussolini colui che quella violenza può fermarla. Situato a mezza via tra ribellismo insurrezionale e nazional-parlamentarismo, riuscirà ad assumere un ruolo decisivo. La sua esperienza prima socialista e poi interventista contribuisce probabilmente a sviluppare questa capacità di muoversi sempre in bilico tra mondi e tensioni diverse, come vedremo anche dopo il delitto Matteotti (deputato socialista rapito e ucciso dagli squadristi nel 1924, ndr).

Questa "razionalità limitata" che attribuite a Mussolini si riflette anche sulle politiche economiche? Oppure il corporativismo fascista fu davvero una terza via tra capitalismo liberale e socialismo reale?

No, credo che quella sia stata semplicemente una trovata propagandistica. I primi anni del governo mussoliniano furono pienamente liberisti. Negli anni Trenta sostenne poi una politica di maggiore intervento dello Stato nell’economia, ma in sintonia con quanto accadde un po’ dappertutto sia pure in modi diversi, dall’Unione Sovietica agli Usa passando per la Germania nazista. Il corporativismo in quanto tale non ha mai davvero funzionato: i sindacati fascisti, ad esempio, rimasero debolissimi pur essendo gli unici autorizzati.

Un’altra vulgata riduce il regime mussoliniano a un fenomeno autoritario più che totalitario, una sorta di nazismo dal volto umano, un po’ arruffone e in fondo non così tragico: più Dino Risi che Leni Riefenstahl. Ma il fascismo fu o no un totalitarismo?

Dobbiamo insistere sul fatto che lo fu. Col termine totalitarismo si definisce una tendenza più che un regime configurato una volta per tutte, e certamente questa tendenza era meno compiuta in Italia che in Germania o, in modo diverso, in Unione Sovietica. Questo anche per la presenza di altre forze in campo istituzionale e sociale, come la monarchia e la Chiesa. Ad ogni modo il totalitarismo è ben presente non solo nell’uso della violenza, dei tribunali speciali, del confino e della prigione, ma anche in tutto quello sforzo di propaganda e organizzazione sociale – inclusi elementi quali i dopolavoro e l’opera maternità e infanzia – che cerca di togliere alla società la sua autonomia per assorbirla completamente dentro lo Stato.

A proposito di Chiesa: con la morte di Papa Benedetto XV nel 1922 e l’ascesa al soglio pontificio di Pio XI, il Vaticano si allontanò sempre più dalla politica popolare-democratica, specie dopo i Patti lateranensi del 1929, il cosiddetto Concordato che regolava i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica.

Mussolini risolse la ‘questione romana’ ponendo di fatto la Chiesa se non al proprio servizio, quantomeno nella condizione di accettare la propria supremazia, sia pure in cambio di alcune concessioni quali l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Così il Vaticano accetterà di partecipare alla grande pedagogia totalitaria che passava da scuole, figli della lupa, balilla e così via.

La storia non si fa con i se, ma a volte il periodo ipotetico dell’irrealtà aiuta a capirla meglio: si sarebbe potuta evitare l’ascesa di Mussolini, ad esempio se ci fosse stata una sinistra più unita, oppure se il Re o la Chiesa si fossero opposti? In fondo lo stesso Mussolini, nel 1931, confidò a un suo conoscente che "se ci avessero messo tra le gambe un solo sciopero, avremmo fallito".

Si sarebbe certamente potuta evitare, anzitutto se nel 1919 si fosse realizzato un governo basato sulla maggioranza parlamentare costituita da popolari e socialisti. Parliamo della stessa configurazione che si sarebbe poi affermata col centrosinistra repubblicano degli anni Cinquanta e Sessanta. Solo che nel ’19 i socialisti puntavano alla rivoluzione, mentre i popolari li consideravano una sorta di Anticristo. Anche un intervento repressivo attraverso l’esercito – pur progressivamente ‘fascistizzato’ esso stesso – avrebbe potuto sconfiggere il fascismo nascente. Ancora, un’altra risposta sarebbe potuta arrivare dopo il delitto Matteotti, se l’opposizione parlamentare non si fosse divisa e ritirata sull’Aventino.

Col centenario della marcia su Roma è tutto un proliferare di saggi, romanzi, pamphlet sul fascismo, da Antonio Scurati ad Aldo Cazzullo. Ma a cosa serve, oggi, ridiscutere ancora le origini e la natura di quel regime?

Ridiscutere il fascismo oggi serve a rispondere alle domande che il presente pone al passato, a capire come mai in Italia non si sia riusciti a introiettare nella coscienza civile e politica una visione critica di quell’epoca, come invece è accaduto in Germania. Tanto che permane una discrasia tra le molte pubblicazioni meritevoli e una visione banale, distorta ma molto popolare del regime. D’altronde, come scrisse Marc Bloch nella sua Apologia della storia, "l’ignoranza del passato non solo limita la conoscenza del presente, ma compromette, nel presente, la stessa azione".

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