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laR
 
16.11.2022 - 12:33
Aggiornamento: 15:59

Storia dei successi iridati apparecchiati da Mussolini

Uscito da pochi giorni ‘Mondiali senza gloria’, libro di Giovanni Mari che mostra quanto il calcio sia stato sfruttato dal fascismo negli anni 30

di People Edizioni
storia-dei-successi-iridati-apparecchiati-da-mussolini

Il calcio è politica, da sempre e ovunque. Ancor prima che il pallone rotolasse sul prato, la propaganda si era già impossessata dello sport, piegandone successi e medaglie ai bassi bisogni di consenso di reali, ministri, parlamentari, sindaci. In Italia il fenomeno è stato ancor più evidente, fin dagli albori del secolo scorso: perché il calcio è il gioco di tutti ed è amato dai prìncipi e dai padroni, dagli insegnanti e dagli ingegneri, dai ragiunàtt e dai messi comunali, dai manager e dagli operai, dai borghesi e dagli indigenti. Piace senza discontinuità ai conservatori e ai progressisti, alle donne e agli uomini. Come quasi tutti gli sport moderni, fu inventato da nobili inglesi, ma si capì subito quanto fosse più adatto a una diffusione e a una pratica popolari. Il calcio è sempre stato (anche) il mezzo di spregiudicati imprenditori per coltivare interessi privati, scalare colossi finanziari, fare politica.

(...) Leggere le vicende calcistiche al di là del risultato sportivo, quindi, aiuta a decifrare il potere che sta attorno al gioco, a individuare la macchina profittatrice che gli sta sopra e a valutarne gli effetti che produce sul popolo che lo segue.

Vale sui campetti di provincia dei dilettanti, quando coinvolge i piccoli sceriffi di paese e i modesti valvassori locali, cresce nelle serie professionistiche e in Serie A quando mette sul tavolo i grandi nomi dell’impresa nazionale e i politici loro alleati, emerge nelle competizioni internazionali quando è preda degli appetiti dei governi, specie di quelli più oscurantisti. Figurarsi se in palio c’è il titolo di campione del mondo: allora tutto lo Stato si mette in fila e la propaganda si sviluppa nella sua massima estensione e impossessandosi della scena, scandita da proclami e foto di rito. Il pallone, però, "è rotondo" e la faccenda non è così facile da gestire. La vittoria sul campo, come gli amanti del calcio sanno bene, è frutto di due combinazioni: il talento (che comprende tecnica, organizzazione e preparazione) e il caso (dove concorrono fortuna, torti e imprevisti). La squadra migliore può sbaragliare tutti gli avversari, ma può anche provocare enormi delusioni pagando a caro prezzo singoli episodi, défaillances collettive o inattese e straordinarie prestazioni altrui.

Il calcio come anestetico

(...) Le Coppe del mondo che l’Italia può mettere in bacheca sono soltanto – o addirittura – quattro e nessun reclamo o rimorso può modificarne l’esito: un esito di primissimo piano, dato che solo i brasiliani hanno fatto meglio (cinque titoli) e solo i tedeschi hanno le stesse stelline. A oggi. Se si studiano bene i fatti, però, si scopre che la metà dei titoli vantati dagli azzurri è macchiata da pesantissime ombre. Da reati sportivi e politici, da vergogne – quelle davvero – mondiali e storiche. Gli italiani vanno fieri delle loro quattro vittorie, ma hanno dimenticato, o hanno voluto dimenticare o non hanno mai saputo, che due sono tinte di nero. Sono intrise dei delitti del fascismo. E sono proprio le due che hanno legittimato la più grande opera di propaganda di Stato sulla popolazione, accecata dalla narrazione che Benito Mussolini volle imporre all’Italia per coprire, giustificare, alimentare e sigillare la sua dittatura. Perché se con il tempo gli economisti hanno constatato che le vittorie ai Mondiali aumentano la felicità (e i consumi) nella nazione vincente, già allora i fascisti sapevano che quei titoli avrebbero contribuito ad anestetizzare gli italiani sancendone l’indottrinamento.

I successi del 1934 e del 1938 racchiudono per intero il volto mendace, prevaricatore e imbonitore di un regime, quello fascista, che al tempo aveva già azzerato il dissenso a colpi di uccisioni, pestaggi e ricatti e che si stava apprestando a far scempio dell’Europa insieme all’indicibile alleato nazista.

Mussolini vedeva l’Italia annaspare tra difficoltà economiche e debolezze strutturali, ma sognava un impero che somigliasse a quello dell’antica Roma e bramava una sua personale ed eterna gloria: sfruttando il potere assoluto di cui si era impossessato con il sangue e l’annientamento degli avversari, usò i Mondiali di calcio per convincere il popolo della sua supremazia, della sua divina capacità organizzativa, della sua decisiva visione.

Nazionalismo e identificazione

Il calcio era un mezzo ideale e aveva dimostrato di saper attecchire alla radice degli istinti popolari dei singoli Paesi, creando immensi processi di identificazione e alimentando da subito pulsioni nazionalistiche. Era la leva giusta. Ma non basta volerle, le vittorie: non arrivano da sole e non sono sufficienti i campioni. Questo vale anche per i due Mondiali degli anni Trenta, quando al talento e al caso il regime affiancò una pesantissima e profondissima ingerenza. In massima sintesi: forse davvero l’Italia era la più forte nel 1934, ma quei Mondiali non li avrebbe mai vinti senza i determinanti e sfacciati aiuti di una classe arbitrale che era stata completamente assoldata e selezionata dal fascismo. Fu la Bbc la prima ad avanzare gravi sospetti sia sulle pressioni che Mussolini in persona aveva compiuto sulla Fifa per assicurarsi vittorie e scorciatoie, sia sulle manovre e sulle regalie dei dirigenti sportivi italiani in occasione delle designazioni arbitrali per procurare un trattamento di favore all’Italia. Ancor di più, forse, l’Italia era la squadra migliore nel 1938, ma si avvalse nuovamente di provvidenziali aiuti arbitrali e portava con sé quel messaggio funesto, razzista, disumano e criminale che il fascismo decise persino di ostentare obbligando i calciatori a indossare un’orrenda maglia nera, con il fascio littorio ricamato sul cuore, al posto di quella azzurra. In entrambi i casi, il sistema mediatico italiano riversò sulla popolazione le veline e il messaggio del governo, che doveva essere scolpito nella pietra: i Mondiali erano un successo organizzativo, industriale, sportivo, sociale e culturale del fascismo in generale e di Mussolini in particolare, unico campione dell’eroismo italiano.

(...) Fu proprio negli anni Trenta che il fascismo ottenne il massimo consenso tra gli italiani. Da una parte, fu favorito dall’azzeramento repressivo di qualsiasi forma di voce contraria, anche minima. Dall’altra, fu rafforzato da grandi eventi, manifestazioni, inaugurazioni, successi sportivi e presunte conquiste di prestigio in politica estera, tutti raccontati come evidenti frutti dell’azione fascista, in un impeto nazionalista e in uno slancio divinatorio che concentrava sulla figura del capo una capacità risolutoria, decisiva, vincente e unica. Pazienza se le quinte erano di cartapesta. Se l’Italia del pallone vinceva era per merito del regime, quindi del duce. Per questo la vittoria doveva essere perseguita con ogni mezzo: quello lecito e sportivo, se possibile, quello della scorciatoia o del baro se fosse servito. E così è stato.

La stampa asservita

Possiamo essere fieri dei successi del 1934 e del 1938? Il problema è più ampio. E riguarda anche la macchina del consenso che la politica non ha mai smesso di costruire al fianco dell’opera sportiva, specialmente del pallone. Che sfrutta la passione, l’orgoglio, la cecità, il trasporto, la frustrazione, la povertà, la solitudine e le metarealtà che la competizione innesca in ogni persona. Qui, in questi interstizi tra l’intelletto e la foga di ciascuno di noi, ha proliferato la più pericolosa delle tecniche di propaganda. Il fascismo seppe interpretarla alla perfezione, con la complicità di una stampa già completamente asservita e grazie all’assenza di qualsiasi opposizione (sterminata dal regime). Abituare un’intera popolazione al rumore della guerra grazie al suono degli inni calcistici era un piano perfetto. Il calcio massificava gli italiani e la massa poteva essere guidata verso l’organizzazione di un consenso duraturo e ipovedente. Il meccanismo era ed è semplice, come ha spiegato Hannah Arendt svelando il rapporto tra totalitarismo e propaganda: «La società di massa non vuole cultura, vuole intrattenimento». Di conseguenza, dove c’è la massa si coltiva, si incanala e si gonfia il consenso. E il calcio calzava e calza alla perfezione: facile e gioioso, avvolgente anche in caso di sconfitta, era ed è molto più consono a creare appartenenza di quanto non lo fossero o non lo siano la politica, la morale, l’etica, il senso dello Stato. Molto più di quel soft power teorizzato nello sport dai filosofi della politica. Perché quel potere, nel calcio, era esaltato dalla "peste emozionale" che innescava – e innesca – il tifo. Bastava nascondere il dettato propagandistico dietro l’intrattenimento e questo valeva più di un comizio, di un libro, di un programma, di un’azione di governo. Quando l’oggetto della tifoseria diventa la bandiera nazionale, lo scatto diventa assoluto. Eduardo Galeano, ça va sans dire, lo aveva capito: «Il calcio e la patria sono sempre stati legati a doppio filo e, su questi vincoli d’identità, politici e dittatori speculano spesso senza scrupolo. L’Italia vinse i Mondiali del 1934 e del 1938 nel nome della patria e di Mussolini».

Scusate il ritardo

I dittatori lo capirono presto, gli altri no. Con grande lucidità, Simon Martin individuò il grave ritardo sociale di socialisti, comunisti e persino liberali: considerarono troppo a lungo il pallone soltanto come mero (e basso) svago privo di un ruolo politico. Le forze progressiste arrivarono troppo lentamente a comprendere l’utilità sincera (la salute pubblica) e l’utilità pragmatica (il consenso) che l’attività fisica portava con sé: Martin ricordava che ancora nel 1910 i dirigenti marxisti italiani paragonavano lo sport a una droga sociale, al pari delle religioni, che poteva distrarre il proletariato dall’azione. Si sbagliavano di grosso e, scelleratamente, lasciarono campo libero al fascismo. Mussolini lo capì e lo cavalcò con largo anticipo. Così come comprese anzitempo le norme e i trucchi della propaganda eterna. Aveva visto nel calcio un veicolo impressionante di consenso, eppure fino a quella scoperta aveva disdegnato uno sport che considerava poco elegante e poco mascolino. Poi giurò di averlo sempre amato (falso) e praticato (ancor più falso).

Ma sapeva cosa doveva fare: aveva letto i trattati dei pubblicitari americani e ne aveva convertito con successo le teorie alla politica. Su quella traccia, peraltro, si sarebbe mosso più tardi, e con risultati nefasti per tutta l’umanità, Joseph Goebbels. Era stata soprattutto la lettura di Gustave Le Bon a spiegare al duce che quel politico in grado di manipolare le passioni collettive sarebbe riuscito a governare le masse, sfruttando la loro follia. E il fascismo riuscì nell’opera: allontanando ogni scienza in grado di sollevare dubbi e soffiando sul vento della fisicità. Alla fine degli anni Trenta gli italiani si erano dimenticati dei poeti, dei filosofi, dei pittori e degli scultori, persino dei marinai, e si erano innamorati di pugili, calciatori, ciclisti. Non guardarono, però, altro.

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