Pensiero
27.10.2018 - 14:450

Incontrare la diversità

L’umanità è percorsa da culture e tradizioni diverse. Ma ‘è difficile trovare il buono assoluto da una parte e il cattivo assoluto dall’altra’

Dal Mali dei Dogon alla Val di Susa dei No-Tav alla Lampedusa degli sbarchi: l’antropologo Marco Aime si è sempre occupato dell’incontro con l’altro. E di questo incontro ha parlato al Centro professionale tecnico di Locarno, dove terrà un incontro pubblico per il ciclo la Scuola al centro del villaggio curato dal docente Lorenzo Scascighini.

Professor Aime, anche se biologicamente siamo un’unica specie, dal punto di vista culturale vi sono profonde differenze. Meglio parlare di cultura oppure, al plurale, di culture?
Tutte e due sono giuste. Da un lato parliamo di cultura, nel senso che esiste un qualcosa che accomuna tutti gli esseri umani, una capacità di adattarsi e sopravvivere ai vari ambienti.
Poi, all’interno di questo contenitore che chiamiamo cultura, nella storia e nel tempo si sono differenziate delle specificità che fanno sì che dobbiamo parlare di culture al plurale.

Adattarsi ai vari ambienti. Ma le differenze sono riducibili a fattori ambientali?
Assolutamente no. Le prime differenziazioni culturali sono di tipo ambientale; dopodiché sono intervenuti fattori di tipo storico e dobbiamo fare i conti con la storia, gli scambi culturali, gli incontri, i mescolamenti, i meticciati. Le ragioni per le differenze culturali sono molteplici e non necessariamente sono collegate al contesto ambientale, anche se l’ambiente è sicuramente importante.

Abbiamo quindi diverse culture. Ma possiamo pensare a una gerarchia, a culture avanzate e altre arretrate?
Sul piano esclusivamente culturale non esistono culture superiori o inferiori alle altre. Ma se si prendono in considerazione certi elementi, il discorso cambia: è difficile negare che, sul piano tecnologico, l’Occidente sia più avanzato di altre culture – o almeno lo sia stato, se pensiamo a quello che sono adesso Cina, Giappone, India. Ma su altri livelli il discorso cambia: ad esempio sulla conoscenza della mente, ci sono filosofie e forme di pensiero orientali che sono più avanti di quelle occidentali.

Ci sono quindi culture tecnologicamente più avanzate. E moralmente? Se pensiamo alla parità tra i sessi o alla schiavitù, possiamo parlare di culture più avanzate delle altre?
Il problema è mettere tutto sul piatto. Perché se prendiamo l’Occidente, certamente ha espresso momenti di grande apertura ma anche momenti di barbarie e violenza. E questo vale anche per altre parti del mondo: è difficile trovare il buono assoluto da una parte e il cattivo assoluto dall’altra. Se parliamo in termini di diritti, di riconoscimento dell’altro, ci sono stati momenti in cui questi hanno prevalso da una parte, momenti in cui qualcuno ha fatto un po’ da faro per gli altri. Penso alla Spagna negli otto secoli di dominio musulmano, quando vi era una tolleranza maggiore che nell’Occidente cristiano – mentre adesso la situazione è chiaramente diversa.

Per i diritti, possiamo quindi confrontare le culture e affermare che alcune, adesso, sono più avanzate di altre?
Sì. Certamente il riconoscimento dell’altro – riconoscimento che possiamo chiamare “diritti” – è in certi momenti superiore da una parte e non dall’altra. Ma sono condizioni molto suscettibili di cambiare. Proprio in Europa stiamo assistendo in questi ultimi tempi a una regressione rispetto a certi valori che in passato avevano caratterizzato tutta questa parte di mondo. Oggi stiamo tornando a una sorta di neotribalismo.

A proposito di neotribalismo, in una recente intervista, la storica delle religioni Daria Pezzoli-Olgiati osservava come i migranti non siano più identificati dalla regione di provenienza, ma dalla religione.
Intanto è da marcare che, anche per la provenienza geografica, c’è comunque la tendenza a etichettare con una identità unica gli individui: dire che uno è nigeriano non significa nulla, vista la varietà e diversità presente nel Paese. È comunque vero che oggi assistiamo a una etnicizzazione del migrante: un’etichettatura che appiattisce ancora di più le differenze individuali e che si limita alla religione – ma questo quasi esclusivamente per i musulmani, nonostante le profonde differenze interne.

Un appiattimento che certo impedisce l’incontro con l’altro. Ma come può avere luogo, questo incontro?
L’incontro può avvenire in diversi modi. Di certo molto spesso questi che possiamo chiamare “processi di integrazione” partono dal basso. E avvengono se si riesce ad abbandonare la tendenza classificatoria con cui un po’ tutti conviviamo. Quell’idea per cui il marocchino è così, il senegalese è così; ma poi ci si incontra e scambiando due parole, anche su cose banali, ci si accorge di avere molti punti in comune.
Su questo credo che un ruolo fondamentale l’abbia la scuola, in particolare quella elementare. È qui che avverranno i processi di integrazione del futuro: i ragazzi che andranno a scuola in classi sempre più miste saranno abituati fin da piccoli ad avere a che fare con compagni di diverse culture.

Un’educazione alla diversità.
Sì, riconoscere nell’altro innanzitutto una persona, un essere umano. Con delle diversità che certamente non possiamo far finta non esistano. E ci sono differenze che sono negoziabili e altre che lo sono meno: per fare un esempio banale, pensiamo da una parte al velo e dall’altra alle mutilazioni genitali femminili.

La tendenza sembra essere però quella di una tolleranza zero.
Assistiamo a una fase di forte chiusura: la paura dell’altro è aumentata anche perché in generale sono cresciute le paure dei cittadini europei. Una insicurezza che rende più facile identificare l’altro come nemico.

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