Tra i grandi del sax, si è spento all’età di 95 anni a Woodstock. Una lunga e prolifica carriera la sua, fermata soltanto da problemi respiratori

Forza creativa alla ricerca del suono più autentico, Sonny Rollins, il “colosso del sax” dalle opere tanto impetuose quanto contemplative, era l’ultimo dei grandi dell’età d’oro del jazz. È morto ieri all’età di 95 anni. Riconoscibile negli ultimi anni per la barba e la folta chioma bianche, era considerato uno dei più grandi sassofonisti al mondo, al pari di Charlie Parker, Coleman Hawkins o John Coltrane.
A differenza di molti artisti del jazz del dopoguerra, scomparsi prematuramente, Sonny Rollins ha avuto una carriera lunga e prolifica, continuando a lavorare oltre gli ottant’anni nonostante problemi respiratori che limitavano le sue esibizioni. In un’intervista all’AFP nel 2016 attribuiva la sua longevità allo yoga – che lo aveva tenuto lontano da alcol e droghe – ma soprattutto alla sua sete di creazione. “Sono ancora vivo perché sto ancora imparando”, spiegava.
Nato a New York il 7 settembre 1930, Theodore Walter Rollins è cresciuto ad Harlem, epicentro della cultura afroamericana, dove ha ricevuto la sua formazione musicale al celebre Apollo Theater. Registra per la prima volta nel gennaio 1949, a soli 18 anni. Due anni dopo ha già suonato con leggende del jazz come Charlie Parker, Miles Davis e Thelonious Monk. Soprannominato il “colosso del sax”, titolo del suo capolavoro del 1956, Sonny Rollins si impone con una potenza innovativa che si esprime nell’hard bop, un jazz intenso liberato da molte delle sue strutture tradizionali.
Figlio di genitori originari delle Isole Vergini, integra nella sua musica l’eredità caraibica, come in St. Thomas, probabilmente il suo brano più noto, costruito su un calypso ascoltato da bambino. “Quando suono e improvviso, non penso, perché la musica viene dall’inconscio, da altrove”, dichiarava nel 2010 al sito The Root.
Nel 1959, desideroso di sfuggire alla celebrità nascente, si rifugia sul ponte di Williamsburg, che collega Brooklyn a Manhattan, dove suona giorno e notte per tre anni, con qualsiasi tempo. L’esperienza gli ispirerà The Bridge, pubblicato nel 1962. Nel 1966 si concede una nuova pausa, si avvicina alla meditazione zen in Giappone e trascorre poi diversi anni in un ashram in India, dove arriva con un sacco e il suo sax.
Nel 1958, in pieno movimento per i diritti civili, Sonny Rollins compone ‘Freedom Suite’, un album che risuona con la lotta degli afroamericani per l’uguaglianza. Se il brano principale, lungo oltre 19 minuti, testimonia la sua libertà artistica, Rollins lo accompagna con un messaggio audace per l’epoca: “L’America è profondamente radicata nella cultura nera: le sue espressioni familiari, il suo umorismo, la sua musica. Che ironia che il nero, che più di chiunque altro può rivendicare la cultura americana come propria, sia perseguitato e oppresso”, scrive.
Decenni dopo, Rollins esprimerà con il suo sax il dolore degli americani dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Quattro giorni dopo aver evacuato il suo edificio, situato vicino al World Trade Center, come migliaia di newyorkesi, tiene un concerto a Boston che diventerà l’album ‘Without a Song: The 9/11 Concert’, in memoria delle vittime. L’album uscirà nel 2005, un anno dopo la morte di sua moglie e manager per quasi quarant’anni, Lucille. “A un certo punto della mia vita ho pensato che questo mondo potesse cambiare e diventare più pacifico, con più amore tra le persone e speranza”, confidava nel 2016. “Ma ho imparato e ho vissuto un po’ di più. Ho capito che questo mondo non cambierà mai. Questo mondo è destinato a essere un luogo di guerre, uccisioni, malattie, morte. Questo è il nostro mondo”.