Un documentario, frutto di anni di ricerca, svela un'altra sfaccettatura del Locarno Film Festival e del suo legame con il mito della neutralità svizzera. Dalle origini commerciali alle accuse di propaganda comunista e pornografia, la storia della manifestazione è un percorso attraverso le tensioni culturali e politiche del dopoguerra.
Basato sulla tesi di abilitazione dello storico Cyril Cordoba dell'Università di Friburgo, attraverso materiali d'archivio e animazioni, il documentario "Du crypto-communisme à la pornographie: une histoire alternative du festival de Locarno" della regista francese Clémentine Meyer fa luce sulle crisi che il festival ha attraversato nei suoi 80 anni di esistenza e ne dà una spiegazione alternativa, non edulcorata ma fondata su prove storiche.
Nato nel 1946 per mano dell'associazione Pro Locarno con scopi prevalentemente commerciali, il festival fu inizialmente criticato per questo suo aspetto. All'epoca il giornalista Roland Lensen sosteneva che a Locarno si incontrassero tre mondi: "chi si aspetta che il cinema sia un business, chi si aspetta che sia un'arte e chi si aspetta che sia un intrattenimento".
Locarno non è mai stata una zona franca, bensì un campo di battaglia dove l'estetica cinematografica è stata sistematicamente strumentalizzata da apparati di sorveglianza, interessi economici e paranoie ideologiche della Guerra Fredda, viene spiegato nel documentario.
Durante la Guerra Fredda, negli anni '50 e '60, l'apertura della rassegna ai film provenienti dall'Europa dell'Est scatenò un'offensiva mediatica. La direzione fu accusata di favorire la propaganda sovietica, con l'allarme che l'Europa occidentale fosse "infiltrata da film comunisti" e che il festival fosse "a est, troppo a Est", prosegue il film.
Le tensioni si acuirono nel 1968 con l'apertura al cinema militante, quando il festival era diretto dal duo Freddy Buache e Sandro Bianconi. Gli ambienti conservatori e gli albergatori sostennero che la manifestazione dovesse rimanere "un contributo al turismo e non uno spazio di elucubrazioni", viene sottolineato.
Negli anni '70, la proiezione di film espliciti e a tematica LGBTQ+ portò la destra cattolica ticinese a definire Locarno un "festival pederastico, pornografico e scarlatto". Il direttore di allora, Moritz de Hadeln, rispose alle pressioni affermando: "Non organizzo un festival per i turisti. Organizzo un festival per persone consapevoli di certe realtà".
Fu solo con il cambio di direzione nel 1982 e la nomina di David Streiff che le polemiche si placarono. Il festival trovò un nuovo equilibrio tra arte, turismo e industria, guadagnandosi la reputazione di "più grande dei piccoli festival" grazie a una ricetta basata su tre ingredienti: "il clima, i soldi, la qualità".
"A Locarno non c'è gerarchia", si legge sulla pagina del festival oggi, contrariamente al passato, come delucidato nel documentario.
Presentato in anteprima lo scorso anno al festival, il film verrà riproposto venerdì sera al cinema Capitole di Losanna, sede della Cinémathèque suisse. La serata speciale, intitolata "piazza nostra", prende il nome dal progetto che raccoglie le voci dei testimoni dell'epoca per gli 80 anni della manifestazione che cadono quest'anno. Per l'occasione, verrà proiettato anche il video di testimonianze "Accompagner ou subir le changement?".
All'evento saranno presenti anche Meyer e il direttore artistico del Locarno Film Festival Giona A. Nazzaro. Il film è fruibile gratuitamente sul canale YouTube della regista, "Cinéma et politique".