L’intervista

A Oscar (e Niels) con rispetto

Lunedì 18 maggio al Teatro del Gatto di Ascona l’omaggio al grande pianista. Ignasi Terraza: ‘Il jazz si impara ascoltando, poi si dimentica e si suona’

Con Pierre Boussaguet e Ulf Wakenius nel tributo a Oscar Peterson e Niels-Henning Ørsted Pedersen
(Prats)
17 maggio 2026
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Lunedì 18 maggio (ore 20.30 biglietti su jazzcatclub.ch o alla cassa serale) il Jazz Cat Club chiude la sua 18esima stagione con un concerto speciale: Ignasi Terraza (pianoforte), Pierre Boussaguet (contrabbasso) e Ulf Wakenius (chitarra) portano al Teatro del Gatto di Ascona un omaggio alla leggendaria eredità di Oscar Peterson e del contrabbassista Niels-Henning Ørsted Pedersen. Il trio – nato nel 2010 e approdato nel 2025 all’album With Respect to Oscar (and Niels) – alterna classici di Peterson con brani originali, in un equilibrio raffinato tra tradizione e invenzione personale. Il concerto è realizzato in collaborazione con la rassegna Tra jazz e nuove musiche di Rete Due. Ne abbiamo parlato con il pianista catalano del gruppo, Ignasi Terraza.

Ignasi, lei ha avuto due carriere parallele: pianista jazz di fama internazionale e ingegnere informatico, il primo non vedente a laurearsi in quella disciplina in Spagna. Come mai alla fine ha scelto la musica?

Ho perso la vista a nove anni e ho cominciato la musica a dodici. Ho portato avanti tutto in parallelo: conservatorio e studi regolari, poi ingegneria informatica, una facoltà che stava nascendo, e che qualcuno mi consigliò come buona scelta per un non vedente. Per questo sono stato il primo laureato in quella disciplina in Spagna. Ma intanto continuavo ad ascoltare, improvvisare, suonare a orecchio. Ho scoperto il jazz a quindici anni: un approccio completamente diverso dal conservatorio, dove tutto passava per le partiture. Nel 1991 facevo entrambe le cose, ingegnere di giorno, pianista di notte. Poi mi sono preso un anno per dedicarmi alla musica, pensando di tornare al lavoro dopo. Non ci sono mai tornato.

La perdita della vista ha influenzato il suo approccio alla musica?

Al conservatorio lavoravo con il Braille e memorizzavo le partiture. Ma in parallelo mi avvicinavo alla musica in modo autonomo: ascoltavo, suonavo a orecchio, improvvisavo. È esattamente così che mi sono poi avvicinato al jazz, senza leggere, solo attraverso l’orecchio.

Oscar Peterson è stato un musicista fra quelli che più l’hanno influenzata: lo ha mai incontrato?

Due volte, dopo un concerto a Barcellona. Ero lì come fan. Una firma sul disco, una stretta di mano, un ringraziamento, c’era troppa gente per altro. Anni dopo, nel 2003, ho inciso un disco con Pierre Boussaguet e abbiamo registrato un brano dedicato a lui. Gli ho inviato il disco, senza mai ricevere risposta. L’anno seguente, il figlio della moglie di Boussaget andò a studiare a Montreal e visse per un po’ in casa della famiglia Peterson. Quando tornò mi disse: «Sai che il tuo brano suonava ogni giorno in casa di Oscar?». Una storia paradossale, ancora di più perché Peterson era morto l’anno prima.

Il vostro trio si è formato nel 2010, ma l’album è uscito solo nel 2025. Perché quindici anni?

Non eravamo un trio regolare. Ulf viveva in Svezia, Pierre a Parigi. Ci ha riuniti il produttore Jordi Sunol per un concerto a Colmar, poi sono passati anni. Ci vedevamo forse una volta all’anno, qualcosa di speciale, ma non stabile. A un certo punto mi sono detto: se non registriamo, non rimarrà nulla. Nel 2024 avevamo un concerto a Barcellona e siamo entrati in studio.

Ulf Wakenius ha suonato per oltre dieci anni con Oscar Peterson. Gli chiede mai come avrebbe suonato un certo passaggio?

No, non gliel’ho mai chiesto. A volte è lui a dirmi: “Questo mi fa sentire come quando suonavo con Oscar”. Abbiamo parlato molto di lui, non di come avrebbe suonato, ma di com’era come persona. Ulf mi ha avvicinato a Oscar Peterson come essere umano.

Il jazz, ha detto in un’intervista, è un equilibrio tra tradizione e originalità. Come si rende omaggio a Peterson senza cercare di imitarlo?

I musicisti che puntano solo all’originalità di solito sono meno originali di quanto credano. Tutti i grandi hanno cominciato guardando ad altri grandi. Quando ascolti qualcosa, lo integri, e diventa parte del tuo modo di fare. Ognuno ha il suo cocktail di influenze, poi ci sono le proprie condizioni fisiche e la propria sensibilità. Con Peterson è andata come con altri musicisti: mi avvicino a loro, li studio, poi dimentico e suono a modo mio. Se il risultato è vicino all’originale, bene. Se non lo è, bene lo stesso.

Ha lavorato con Andrea Motis e Rita Payés fin da giovanissime. Come si sente a vederle oggi sui grandi palcoscenici?

Con Andrea abbiamo suonato insieme dal 2009 al 2022, un percorso lungo. Ho avuto il privilegio di vederla crescere musicalmente e come persona. Con Rita il tempo è stato più breve, ma anche lì ho seguito la sua evoluzione. Vederle oggi su quei palcoscenici è una soddisfazione enorme. Sono molto orgoglioso di loro.

Ha mai fatto concerti al buio totale per condividere col pubblico la sua esperienza sensoriale?

Sì, più volte. Abbiamo cominciato nel 1999, con molto successo, e l’anno scorso l’abbiamo ripetuto per il venticinquesimo anniversario. È più di un concerto: senza vedere nulla, il pubblico ascolta in modo diverso. E oggi significa anche spegnere il telefono, una dimensione che venticinque anni fa non esisteva. La gente ai concerti non posa mai il telefono, nemmeno mentre ascolta. Il buio toglie quella distrazione. All’inizio disorienta, certo, me lo ha detto anche un bassista che suona sempre con gli occhi chiusi: a metà brano ha avuto un momento di panico, perché quando qualcosa ti sorprende gli occhi si aprono da soli, e se non vedi niente il panico arriva. Ma una volta superato quel momento, tutti ci dicono che la musica la sentono in un modo diverso, più intenso.

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