Cantante, pianista, compositrice e arrangiatrice, due volte Grammy, è attesa lunedì 27 aprile ad Ascona, ospite del Jazz Cat Club

La jazzista americana Nicole Zuraitis, due volte vincitrice del Grammy Award, parla del rapporto con il palco, del rischio dal vivo e del bisogno di connessione. Lunedì 27 aprile alle 20.30 (biglietti su jazzcatclub.ch o alla cassa serale) sarà in concerto al Teatro del Gatto di Ascona, ospite del Jazz Cat Club.
È la tua prima volta ad Ascona. Cosa ti incuriosisce di più di suonare in un contesto raccolto come il Teatro del Gatto?
Amo profondamente i luoghi piccoli. Davvero. Si vedono le persone in volto, si percepisce subito se qualcosa funziona oppure no, e si può reagire in tempo reale. È una situazione che ti obbliga a essere sincera: non c’è modo di nascondersi. Ed è proprio questo che mi piace. Non è tanto “io che presento qualcosa”, quanto il sentire di condividere un’esperienza con il pubblico. Sono sempre le serate che preferisco. Vorrei che tutti uscissero con la sensazione di far parte della stessa famiglia.
Se dovessi presentarti a chi ti ascolterà dal vivo per la prima volta: che tipo di esperienza può aspettarsi?
Direi una sorta di montagna russa emotiva, ma in senso positivo. C’è molta narrazione, un po’ di malinconia, ma anche tanto umorismo. Parlo con il pubblico, esco spesso dal programma previsto, mi piace correre dei rischi. Suoniamo brani originali, canzoni reinventate, classici dell’American Songbook. E poi c’è una band che si ascolta davvero: suoniamo insieme da più di dieci anni. Voglio che il concerto sia vivo, coinvolgente, mai autoreferenziale o chiuso in sé stesso, come purtroppo a volte si pensa accada nei concerti jazz.
Prima del jazz hai studiato canto classico e hai persino cantato opera. Cosa ti ha spinto a cambiare strada?
La formazione classica mi ha dato moltissimo, ma a un certo punto ho avuto la sensazione di indossare una voce, invece di usare la mia. Ho studiato opera anche a Firenze. Con il jazz si è aperto un altro spazio: potevo piegare le forme, accettare l’imperfezione, dire qualcosa di personale. Mi è sembrato subito più umano. In realtà non ho mai davvero “abbandonato” la musica classica: ho semplicemente trovato il modo di portarla con me in qualcosa che mi rappresentasse davvero.
‘How Love Begins’ è un album che segui in ogni dettaglio. Quanto è stato importante affermarti anche come autrice e produttrice?
È stato fondamentale. Non mi sono mai vista solo come una cantante: sento sempre il quadro d’insieme. ‘How Love Begins’ è stato il momento in cui ho deciso di assumermi pienamente questa responsabilità, dall’inizio alla fine. Sono orgogliosa che il disco sia diventato anche un esempio di ciò che può accadere quando una donna produce il proprio lavoro e si fida del proprio istinto – e che questo percorso sia stato riconosciuto anche con un Grammy. Mi è sembrato qualcosa che andava oltre me: come se si fosse aperto uno spazio nuovo per le cantautrici jazz e gli artisti indipendenti. Io lo chiamo ‘modern songbook’.
Nel tuo lavoro c’è anche una sensibilità ambientale. Che ruolo può avere la musica nel creare consapevolezza?
Non mi interessa fare la predica a nessuno. Non è per questo che si viene a un concerto. Credo che la musica funzioni quando entra di lato, in modo quasi inconscio: prima senti qualcosa, poi magari, più tardi, ti chiedi il perché. Se riesco a far nascere anche solo un’attenzione diversa, senza esplicitare tutto, per me è già una vittoria. Una parte dei nostri progetti sostiene anche iniziative concrete – ad esempio devolviamo i proventi dell’album ‘Bianca Reimagined’ a rifugi per animali. L’attivismo fa parte di me, ma nella musica resta sempre sottile.
Lavori anche con grandi ensemble come la Birdland Big Band. Cosa cambia rispetto a un quartetto come quello che presenti ad Ascona?
È davvero un altro mondo. Il quartetto è una famiglia, ci capiamo quasi senza parlare: c’è flessibilità, spazio, possiamo cambiare direzione all’ultimo secondo. Con una big band – penso alla Birdland o alla big band di Dan Pugach, che è anche mio marito e vincitore del Grammy 2025 — entri in una macchina potentissima. È emozionante, come cavalcare un’onda. Amo entrambe le dimensioni, ma nel quartetto riesco a essere più spontanea.
Da giovane eri molto impegnata nello sport agonistico. Questo ha influito sul tuo modo di stare sul palco?
Assolutamente sì. È una questione di mentalità: ci si presenta, si lavora, non si rinuncia solo perché non ci si sente perfetti. Esibirsi è anche un atto fisico: coinvolge il corpo, la concentrazione, la resistenza. Quella disciplina mi accompagna ancora oggi. Essere una cantante significa essere, in un certo senso, un’atleta della voce.
Cosa cerchi oggi in un concerto dal vivo?
La connessione. Ma credo che nasca solo quando c’è anche un po’ di rischio. Se tutto è troppo sicuro, il pubblico lo percepisce. I concerti migliori sono quelli in cui ci si sente leggermente sul filo, dove può accadere qualcosa di imprevisto. È lì che nasce la magia. E poi, se possibile, anche qualche abbraccio dopo il concerto.