Locarno Festival
30.07.2018 - 18:400

Locarno, il conto alla rovescia termina con il... Botta

Festival, partendo dai ‘suoi’ spazi sacri, il documentario di Loretta Dalpozzo e Michèle Volontè racconta Mario Botta

L’obiettivo: raccontare l’opera di un architetto le cui linee partono da Mendrisio, delimitano spazi e forme del mondo e qui tornano, nel suo studio, o nell’accademia nella quale insegna e della quale è direttore. Le linee di Mario Botta sono scuole, banche, edifici amministrativi, biblioteche, musei ed edifici di culto di varia natura, chiese, cappelle, sinagoghe. E ora, nel 50esimo della sua attività, una moschea in Cina. Loretta Dalpozzo e Michèle Volontè hanno trovato negli spazi sacri il grimaldello per accedere dall’architetto all’uomo Mario Botta, in un documentario del quale sono produttrici e realizzatrici intitolato ‘Mario Botta. Oltre lo spazio’, stasera al GranRex di Locarno, ore 20.30. Un viaggio tra committenti, collaboratori, familiari, ricordi di vita e d’infanzia di Mario Botta, scelto dal Locarno Festival come primo dei due ‘vernissage’ (il secondo, mercoledì 31 luglio, sulla Piazza Grande si proietta ‘Grease’). Tutto questo mentre l’architetto avrà, sino al 12 agosto, altro tipo di celebrazione in ‘Mario Botta. Spazio sacro’. Alla Pinacoteca comunale Casa Rusca sono esposte 22 sue architetture realizzate in differenti Paesi, progetti documentati con modelli originali, disegni e gigantografie.

Amiche e colleghe

L’esperienza di Loretta Dalpozzo nasce al ‘Giornale del Popolo’ ancora da studentessa; è freelance da più di 18 anni principalmente per Rsi e altre reti internazionali, sempre dall’estero, corrispondente dal Regno Unito prima, dall’Asia ora. «Buttarsi nella produzione indipendente e non lavorare solo su mandato mi sembrava un’evoluzione naturale», racconta. Il documentario su Botta giunge alla fine di una sua produzione indipendente sulla minoranza musulmana dei Rohingya nel Myanmar. Michèle Volontè, giornalista, moderatrice e produttrice, per molti anni un volto del Tg, in Rsi ha imparato che «per comunicare, per muovere le pance del pubblico occorre emozionare». Crede fortemente «nell’empatia che, allora come oggi, da indipendente, mi permette di capire e riportare le vicende umane». Crede, come Dalpozzo, nel racconto degli ultimi.

Come, quando, dove nasce l'idea?

LD: È nata l’estate scorsa. Il grande successo del Fiore di Pietra ci ha fatto realizzare che il successo e la carriera dell’architetto non erano mai stati oggetto di un documentario di ampio respiro. D’istinto ho voluto incontrarlo per un caffè e proporgli proprio un documentario sulla sua carriera. Botta non ha esitato ed ha accolto la proposta con grande entusiasmo. MV: Ci siamo anche rese conto che l’anno seguente Mario Botta avrebbe festeggiato cinquant’anni di carriera. E, inoltre, entrambe cercavamo una nuova sfida professionale da condividere. Loretta ed io ci conosciamo da venticinque anni.

Il lavoro in svolgimento: sensazioni, aneddoti, ricordi...

LD: È stato molto disponibile durante mesi di riprese. Vederlo con gli artigiani, con gli artisti, con i committenti è stato molto interessante. Ha sempre la battuta pronta e, pur essendo esigente, ha sempre una frase di incoraggiamento per chi lo circonda. Seguirlo in Cina e in Corea, in particolare, vederlo in azione in realtà così lontane è stato particolarmente affascinante. Botta si sorprende ancora e sempre del successo e dell’interesse che suscita ovunque va. MV: Umile e generoso davanti alla telecamera. E non solo lui. Nel documentario intervengono familiari, clienti, collaboratori. Lo abbiamo seguito in giro per il mondo, e, nonostante la fama, Mario Botta resta il cittadino di Mendrisio. A settantacinque anni ha un’enorme energia, è un’instancabile lavoratore, con un sottile sense of humour.

Quando si ritrae qualcuno, quali accorgimenti si devono seguire?

LD: Una produzione che dura mesi e si interrompe nei mesi non è facile. Coordinare le agende di protagonisti e operatori, tenere alta la motivazione, l’interesse e chiari gli obiettivi è essenziale, ma non scontato. Bisogna instaurare fiducia con le persone pur mantenendo una certa distanza critica. MV: Fin dalle prime riprese ci eravamo rese conto che per mostrare una fotografia inedita di Mario Botta occorreva seguirlo liberamente e non impostarlo. Mario Botta corre sempre! Abbiamo corso anche noi con la nostra squadra.

C’è stata sintonia con il protagonista?

LD: Assolutamente e da subito. Credo che Botta abbia apprezzato la nostra spontaneità e il nostro entusiasmo. Entrambe lo avevamo intervistato in passato. Io l’avevo già seguito in Cina per un documentario di ‘Falò’, ma soprattutto essendo nata e cresciuta a Mendrisio, dove anche lui vive e lavora, si condividono storie e legami di paese. MV: In uno dei nostri primi incontri nello studio a Mendrisio, ancora prima di iniziare la produzione, avevamo scoperto la passione comune per Giotto. Non è un caso che nel documentario ci siano ripetuti richiami al grande pittore e architetto del Trecento italiano. Anche Giotto dirigeva una grande bottega e aveva diversi cantieri sparsi per l’Italia e la Francia.

Avete voluto cercare la persona dietro l’architetto: che uomo avete trovato?

LD: Non vogliamo svelare troppo, speriamo che il lettore abbia voglia di recarsi a Locarno questa sera, ma il documentario non si sofferma tanto sulla parte ‘tecnica’ dell’architettura o dell’architetto, ma sulle storie, le ragioni e le relazioni che stanno dietro ai suoi spazi sacri. Scopriamo un architetto appassionato, instancabile, sempre pronto a cogliere nuove sfide con entusiasmo e profonda curiosità. E scopriamo cosa familiari, collaboratori e committenti dicono di lui.

La collocazione pre-Festival ha un significato particolare?

LD: L’intenzione era da subito di fare due versioni, una per la televisione ed una più lunga per eventuali eventi speciali, visto che Università e Musei in Asia hanno già espresso interesse per il documentario. Ma quando l’avventura è cominciata non immaginavamo la proiezione nel contesto del Festival di Locarno. In molti ci hanno detto che sarebbe stato impossibile concludere un documentario di ampio respiro in pochi mesi e quindi fino a poco tempo fa la priorità era di finire riprese e montaggio con rigore. Siamo molto felici di avere questa grande opportunità. MV: Ringraziamo Locarno Festival per l’opportunità, nella speranza che il documentario emozioni il pubblico in sala.

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