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fuori dal film
14.08.2021 - 20:45
di Tommaso Soldini

La fragile immortalità delle storie, tra vita e cinema

Il festival del film di Locarno, quest’anno, solo in parte è riuscito a emozionarci quanto e più di ciò che ci sta succedendo fuori dai film

C’è un personaggio, nel romanzo ‘L’immortalità’ di Milan Kundera, che mi ha sempre affascinato. È un omone di cento chili e passa, alto, dotato di una logica fuori dal comune. A pensarci bene potrebbe essere il fratello maggiore di un altro grande eroe della letteratura un po’ marginale dei nostri giorni, quel Jacques Austerlitz che tanto sa giocare con il senso del reale e del giusto e del vero di chi legge l’omonimo romanzo di Sebald. In Kundera, però, questo personaggio casuale e secondario è una sorta di spiritello eccentrico chiuso in un corpo imponente. Passeggia e con grande casualità fora le gomme di alcune automobili parcheggiate, tanto per ridere tra sé delle reazioni di chi si trova costretto al carro attrezzi e chi, tre metri più in là, può continuare a vivere senza intoppi e fastidi. Ma una volta, ed è il suo capolavoro, si presenta nell’ufficio di un uomo di spettacolo di successo, quello che potrebbe essere il presentatore di punta dell’emittente ammiraglia di Stato, e gli consegna un diploma che recita: Asino totale.

L’uomo, fino a qualche secondo prima sicuro di sé, felice si potrebbe dire, collocato al centro di un mondo che pullulava di senso e di certezze, barcolla. Non può immaginare che qualcuno, anche uno solo, anonimo e privo di ragioni personali, possa esprimere un giudizio così banalmente negativo su di lui e sulla sua vita. Quello scherzo lo lavorerà dentro lentamente, lo scardinerà dalla propria posizione di perfetto autocompiacimento, fino a distruggergli la vita stessa. Kundera ama parlare del caso e dell’influenza che esso esercita sulle nostre vite, in questo passaggio del libro, però, affonda la lama, ci parla del castello di certezza che può svanire per un nonnulla, come a dire che la differenza tra il successo e la fine di tutto può essere una piuma che si posa sul naso al momento sbagliato, perdere un bus e scoprire un tradimento, aiutare una signora a gettare la spazzatura e perdere l’aereo che precipiterà, allacciarsi le stringhe e comprendere che tua moglie è la donna più bella di sempre. L’uomo di spettacolo, inoltre, come forse solo i politici, rischia di fondare la propria stabilità, il proprio equilibrio sul giudizio altrui, sulla popolarità intesa come amore che si riversa su chi sa dare risposte anche profonde alla esigenze delle masse. Ecco perché il tonfo di questa personalità di rilievo è più fragoroso, ecco perché la corsa si ferma così in fretta e così, a prima vista, inspiegabilmente. Perché, verrebbe da dire, il merito è avverso al popolare. Chi è maestro nel dire le cose che piacciono, nel sostenere le idee della maggioranza, nel dimostrarsi affabile, signorile, consolatorio, rischia di diventare dipendente dal plauso altrui. E nel clamore delle mani che cozzano, rischia di smarrire il senso della propria elezione e del proprio successo. Ecco, allora, che il caso può fare irruzione, scoperchiando il tetto di un palazzo apparentemente incrollabile. L’uomo di Kundera, abituato a vedersi sui cartelloni che puntuavano la città, avvezzo ai complimenti trasversali, crolla per lo scherzo cretino di un omone strano, che decide di consegnare un diploma creato con mezzi di fortuna, in casa propria, in cui definisce il popolare giornalista un asino totale. È sua la colpa? Kundera è molto chiaro in questo senso, lo descrive come un mattoide senza malizia, sta infatti all’altro possedere delle difese sufficienti almeno a respingere il dissenso di una singola persona, perché piacere a tutti, forse, è impossibile.

La letteratura e il cinema si sono occupati spesso di umanità che finiscono male, di persone che vincono e che perdono. Ma anche intorno a noi, fuori dai film, queste storie ci sono: le storie dei migranti, che sembrano perdere quasi sempre e quasi tutto, le storie degli sportivi, che vincono o perdono una medaglia dopo anni e anni di allenamenti, le storie dei politici e degli uomini di successo, che dopo una vita di strette di mano e tagli di nastri, hanno affrontato dei mesi difficili.

Il festival del film di Locarno, quest’anno, solo in parte è riuscito a emozionarci quanto e più di ciò che ci sta succedendo fuori dai film. Merito di un’esistenza turbolenta e seria, che ci colpisce e che probabilmente chiederà, in futuro, al festival di tornare un luogo privilegiato per cartografare il presente. Magari tralasciando per un po’ gli effetti speciali.

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