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Jackson Browne, 72 anni (Craig Oneal)
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laR
 
31.07.2021 - 19:42

'Downhill From Everywhere', le umane storie di Jackson Browne

Jackson Browne, ‘Downhill From Everywhere’ (Inside Recordings) - ★★★★✩ - Il quindicesimo album d'inediti dal 1972. Pochi ma buoni (buonissimi)

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Qualcuno se l’è ricordato e in questi giorni il verso di Randy Newman “No one gives a s*** but Jackson Browne” – ovvero “a nessuno frega un bel niente a parte Jackson Browne” (edulcorato), da ‘The Piece Of The Pie’ sull’album di Newman ‘Harps And Angels’, 2008 – torna a riassumere l’onesta, coerente, anticonvenzionale, antieconomica e mai populista attitudine di Jackson Browne a cantare di tematiche sociali. “Nella nazione, sin dagli anni Settanta – disse un giorno Newman, un altro che all’America puritana non le ha mai mandate a dire – c’è sempre stata la volontà di base di aiutare, ma poi chi voleva farlo ha voltato le spalle a tutte le questioni che contavano. E invece Jackson ha continuato a lottare, per esempio, contro il nucleare per tutti gli anni Novanta. Non è che soltanto Jackson abbia lottato per queste tematiche, è che lui, al contrario di noi, non ha mai smesso di farlo».

Settantatré anni a ottobre, la faccia da eterno ragazzino di Jackson Browne se n’è andata da un po’, coperta da una barba bianca mai troppo profetica in copertina per la prima volta su ‘Time The Conqueror’ (2008) per estendersi dal pizzetto a tutto il resto; nemmeno la voce è senza età com’era stata per decenni, ma più grossa, profonda e più dolente del solito, lasciata così alla fine di ‘Standing In The Breach’, ultima traccia e title track di un album di sette anni fa, l’ultimo d’inediti, chiuso da un ennesimo auspicio: “Tu lo sai che il mondo che stai aspettando potrebbe non arrivare mai, ma sai anche che il cambiamento di cui il mondo ha bisogno ora è qui, in ognuno di noi”.

Parafrasando Randy Newman, mettici pure la pandemia che ne ha ritardato l’uscita, non è che il mondo sia migliorato granché dal 2014 di quel disco a ‘Downhill From Everywhere’ (Inside Recordings), il nuovo album di Jackson Browne, fresco di stampa; ma almeno il cantautore non ha smesso di cantare le cose come stanno. Compresi – o a partire da, s’inizi da dove si vuole – i trumpiani muri narrati in ‘The Dreamer’, quelli che “abbiamo costruito tra di noi” e che “ci faranno prigionieri delle nostre paure”. O la lunga lista dell’umana discesa (downhill) stilata nel brano che dà il titolo all’album, ispirato da una constatazione dell’oceanografo Charles Moore (“The ocean is downhill from everywhere”) e sintetizzata nel verso “Ogni respiro che prendi viene dal mare”, diretto a chi si crede che l’oceano sia cosa di sua proprietà.

Prima di Greta Thunberg

Chi ai suoi concerti sempre grida “Stay! Stay!” e pretende ‘The Road’, magistralmente diventata ‘Una città per cantare’ per bravura di Ron con parole di Dalla, magari dimentica che nel 1979 Jackson Browne era la Greta Thunberg del rock, punto di riferimento di un secondo e meno caotico Woodstock svoltosi tra il Madison Square Garden e collaterali open-air chiamato ‘No Nukes’, mobilitazione nata dopo la Chernobyl della Pennsylvania, il disastro nucleare di Three Mile Island. Da quel concerto, l’impegno ecologista anticipato in ‘Before The Deluge’, dal capolavoro ‘Late For The Sky’ (1974) e il più generale impegno in difesa dei diritti civili, non si è mai fermato in Jackson Browne, amplificato da ‘Lives In The Balance’, album e canzone, svolta critica datata 1986, oggi acustico manifesto antimiltarista. Da lì, e dalla disperata ‘For America’, ogni altro suo capitolo discografico ha parlato di umanità. Dall’altrettanto politico ‘World In Motion’ (1989), con dentro ‘My Personal Revenge’, versione in lingua inglese di un brano nicaraguegno, alla ‘Down To Cuba’ su ‘Time The Conqueror’, piccolo, ironico affondo sulla gestione statunitense delle catastrofi naturali: “Forse (a Cuba, ndr) non sanno tutte le cose che sappiamo noi, ma almeno sanno come comportarsi durante un uragano”. Fino a ‘Walls And Doors’, 2014, presa in prestito dal cubano Carlos Varela (“Ci può essere libertà soltanto quando nessuno la possiede”).

Tra cuori artificiali e ‘Human Touch’

Registrato con il nucleo più recente, visti a turno durante la pandemie nei live da casa Browne (dov’è appeso l’artwork di ‘Late For The Sky’, dichiaratamente “forse la cosa migliore che ho fatto”), in ‘Downhill From Everywhere’ suonano le chitarre Greg Leisz e Val McCallum, il basso lo storico Bob Glaub, le tastiere Jeff Young e la batteria Mauricio Lewak, con apparizioni di Russ Kunkel e Waddy Watchel. ‘Downhill From Everywhere’ è casa. A volte fin troppo, ma se a casa uno ci sta bene, perché cercarne un’altra. Ci sono piccoli mantra personali come ‘Minutes To Downtown’ e ‘A Little Soon To Say’, e ci sono divertissement soft-rock intitolati ‘My Cleveland Heart’, con video nel quale la giovane star Phoebe Bridgers sostituisce al cantante il cuore vero con uno artificiale (Cleveland, ora lo sappiamo, oltre che sede della Rock And Roll Hall Of Fame è anche sede di fabbriche di cuori artificiali). Ma ci sono anche ricordi di Haiti, cara all’artista quanto Cuba, terra alla quale nel 2016 Browne il solidale donò uno studio di registrazione per istruire giovani tecnici del suono locali, e lo studio di registrazione sfornò l’album intitolato ‘Let The Rhythm Lead: Hait Song Summit, Vol.1’, dal quale arriva ‘Love Is Love’, qui contenuta.

Alla traccia 4, anch’essa già edita, c’è la splendida ‘Human Touch’, scritta nel 2019 insieme a Leslie Mendelson, che con Browne il solidale la canta, e Steve McEwen. ‘Human Touch’ accompagna i titoli di coda del documentario ‘5B’, storia di medici e infermieri del primo reparto aperto dal San Francisco General Hospital negli anni Ottanta di un altro virus, l’Aids: “Quando mi hanno offerto di scrivere una canzone per il film – ha raccontato l’artista all’emittente di Santa Monica KCRW – non pensavo che ne sarei stato capace. Ma quando ho sentito quello che Steve (McEwen, ndr) e Leslie (Mendelson, ndr) avevano abbozzato, ho pensato che fosse una grande canzone. Ho abbandonato così tante offerte di scrivere canzoni per il cinema perché sempre convinto che le mie non fossero all’altezza”. Non questa, forse il punto più alto dell’album, tanto vicina al Browne pianista che a metà anni Settanta minava il sonno dei coinquilini Eagles cercando la versione definitiva di ‘The Pretender’ (lo raccontano gli inquilini in un docufilm che passa dalle parti di ‘Take It Easy’, che porta anche la firma di Browne).

A chiudere questo 15esimo episodio in studio – 15 album in studio in 49 anni di carriera, quanto basta perché non esista nulla su cui storcere il naso – la riconoscente ‘A Song For Barcelona’, un latino grazie alla città inclusiva “dell’architettura e del fútbol” e “alle strade che mi hanno dato rifugio nella mia fuga dal rock and roll”. Rock and Roll musica delle stelle. E le stelle da noi sono cinque. Quattro per la musica e una per l’uomo.

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