Culture

La Biennale di Venezia torna nel mirino: dopo la Russia, ‘via anche Israele e Stati Uniti’

L'invito è contenuto nella lettera-appello di settanta artisti e curatori. Critiche alla ‘neutralità’ dell'evento

Pietrangelo Buttafuoco
(Keystone)
3 aprile 2026
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Una nuova mobilitazione riaccende le polemiche sulla Biennale d'Arte di Venezia “libera e aperta a tutti”, che si inaugura il 9 maggio. Dopo i giorni infuocati per la presenza della Russia, l'invio della documentazione sul rispetto delle sanzioni chiesto dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva pensato anche agli ispettori, arriva l'appello di settanta artisti e curatori che dicono no anche a Israele e Stati Uniti. In una lettera chiedono al presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco di escludere tutti i “governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra!”. Non solo Russia, ma anche Israele e Usa. Paesi che portano avanti “forme crescenti di oppressione sistemica, disuguaglianze e cancellazione, inclusi il genocidio e la pulizia etnica in Palestina, in Sudan e in Myanmar, nonché la violenza dilagante, l'occupazione e la guerra in Camerun, Congo, Cuba, Iran, Kashmir, Libano, Mozambico, Ucraina, Venezuela e in troppi altri luoghi”. “C'è una soglia oltre la quale la partecipazione alla Biennale non dovrebbe essere normalizzata” scrivono nella lettera. Tra gli artisti nomi conosciuti del panorama internazionale come il cileno Alfredo Jaar, Tabita Rezaire, Pio Abad, Zoe Leonard e Galas Porras-Kim. Ma spicca tra i firmatari soprattutto il fatto che ci siano tre dei cinque collaboratori della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa improvvisamente a maggio 2025, Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo e Rory Tsapayi, curatori della mostra principale ‘In minor keys’.

L'esclusione di Israele era già stata chiesta il mese scorso in una lettera firmata da 178 artisti, curatori e lavoratori della cultura coinvolti direttamente nell'edizione 2026. Il documento, promosso dalla piattaforma internazionale Art Not Genocide Alliance - Anga, aveva riacceso il confronto sul ruolo politico della manifestazione. Sulla presenza della Russia poi era arrivata anche la minaccia di Bruxelles di ritirare i finanziamenti di 2 milioni di euro in tre anni. Ma il presidente Buttafuoco non ha mai fatto un passo indietro. E ora, nonostante si allunghi il numero di Paesi nel mirino delle proteste, la Biennale di Venezia ribadisce e mantiene il suo ruolo di neutralità: “È un'istituzione aperta e ne sono espressione le Partecipazioni Nazionali che nascono da iniziative spontanee. Ogni Paese riconosciuto dalla Repubblica Italiana può infatti chiedere autonomamente di partecipare. Può darne semplice comunicazione qualora sia proprietario di un Padiglione ai Giardini, oppure trasmettendo una lettera dell'autorità governativa competente nel caso in cui non disponga di un proprio Padiglione permanente”. Vale sempre la posizione per cui: “Di fronte alle comunicazioni e alle richieste di partecipazione dei Paesi, la Biennale di Venezia esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell'arte. La Biennale, e così la città di Venezia, si confermano luogo di dialogo, apertura e libertà artistica, favorendo la vicinanza fra i popoli e le culture e auspicando sempre la fine dei conflitti e delle sofferenze”.

Una neutralità che viene però esplicitamente criticata nella lettera-appello dei settanta artisti e curatori in cui si afferma che “consentire la partecipazione a governi che stanno attivamente commettendo crimini di guerra, atrocità e genocidio non è neutrale. Una comunità di nazioni può esistere solo se gli Stati vengono sanzionati quando violano in modo eclatante il diritto internazionale e i diritti umani. In quanto evento artistico più grande e visibile al mondo, la posizione assunta dalla Biennale ha un impatto enorme”.

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