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Jaccottet e Pusterla, due voci diverse e fraterne

A due anni dalla morte del primo, un doppio ritratto

(Keystone/Ti-Press)
25 febbraio 2023
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Ho conosciuto Fabio Pusterla alla libreria Tikkun di Milano. L’ho visto e ascoltato lì la prima volta, già conoscendolo come poeta, alla presentazione di una raccolta di versi di Stefano Raimondi, ‘La città dell’orto’. I miei primi contatti con i suoi versi si sono tutti mescolati, quelli di prima e di dopo l’incontro, da non riuscire più a metterli in ordine e anche adesso che cerco di farlo, volendo interrogarmi sulla sua prima traduzione da Jaccottet, non mi è possibile. Non so se ho conosciuto per primo il Pusterla più "piano", fin dal titolo, delle ‘Cose senza storia’ (del 1994) o se le poesie, sfogliando a caso in libreria, che mi colpirono nella ‘Concessione all’inverno’, uscito nove anni prima e che mi sembravano di un altro poeta.

Nelle ‘Cose senza storia’ ci si sta bene come si sta bene a casa; nella ‘Concessione all’inverno‘, male e vivo come si sta solo fuori di casa e senza ripari. Oggi so che le cose non sono così nette, ma quelle sono state le mie impressioni. Oppure forse, ancora prima, avevo conosciuto, in un numero dell’‘Indice dei libri del mese’, due di quelle versioni da Jaccottet. Quella che inizia: "La clarté de ces bois en mars est irréelle", e ‘L’inattendu’, presentate da Fernando Bandini. Le leggevo e rileggevo, poi, per capire se fossero versi più consolanti o sconsolanti, se più nel tono della terza raccolta o della prima. Tra le due raccolte più o meno si collocano le versioni da Jaccottet del ‘Barbagianni. L’ignorante’, uscite nel 1992.

Pusterla ha trasferito Jaccottet con una voce che è l’opposta di quella del poeta svizzero francese, senza tradirla. Significa forse che si può dire la stessa cosa con voce opposta, conservando intera la cosa detta? Nelle sue versioni c’è una forza, brevità, sicurezza che nel francese di Jaccottet non c’è, perché quella voce ha altre caratteristiche. Pusterla poeta allora era forse ancora lontano da Jaccottet, anche se aveva già, dentro di sé, la strada che portava verso di lui. Ma in quel lavoro sembra non aver mai dubitato di affidarsi completamente alla propria voce. Un’altra via è probabile che non ci sia, ma lì in particolare colpisce la diversità delle due voci e il fatto che ciò che si dice con esitazione, nella penombra, si possa dire nei modi contrari senza tradire nulla. In Jaccottet notiamo tremore e rarefazione, fragilità (della tela di ragno, che non è fragile), discrezione, trasparenza… Pusterla nella versione è duro e flessibile, angoloso e incalzante, esitante e brusco insieme, volutamente sgraziato, fermo, franto… "Tout douceur (…)/ a la cruauté pour revers", dice un verso di Jaccottet: il suo traduttore si è appigliato alla dolcezza dell’originale per il versante della crudezza. Nelle versioni, il rimpianto o l’amarezza dell’originale sono detti con una specie di perentorietà, e la "relazione interrogativa" con le cose, di cui parla Starobinski nel saggio che chiude ‘Il barbagianni. L’ignorante’, è presente anche in Pusterla ma con un accento di protesta. Se si dovesse riassumere le differenze in un unico aspetto, sarebbe una differenza di corporeità, maggiore nella resa italiana.

Amicizia e abbandono

Un poeta che traduce una poesia cerca le parole di quella poesia nella propria lingua dentro di sé (nella propria lingua che ha dentro di sé). Più o meno alla stessa profondità alla quale trova le sue quando scrive una poesia. Diversamente non può fare, perché le parole delle poesie non stanno in superficie. Per il fatto di fare il viaggio accompagnato, a volte esortato o tirato per un braccio, troverà certe parole che, anche se le aveva da quelle parti, non aveva ancora visto.

A quella libreria milanese lego un altro ricordo, e poiché tradurre è un atto di amicizia e di abbandono, e il segno di una relazione amichevole col mondo e con gli altri, voglio riferire anche il secondo. Del bambino visto, una mattina, davanti alla libreria. Un bambino così piccolo che senza la mano della madre quasi non avrebbe potuto camminare, che saluta una signora come se ogni mattina passasse di là e ogni mattina trovasse quella signora. Torna a guardare a terra come tutti i bambini piccoli quando camminano, poi alza di nuovo il braccio appena abbassato, e saluta con la mano chiusa tutti e tre i passanti che si seguono a breve distanza. Quella manina chiusa, fiduciosa, mi aveva ricordato la ‘Danielle’ di Diego Valeri. E tutti i bambini che forse, come Danielle, "dentro il pugno breve" chiudono "più di una sorte:/ il piacere, l’amore,/ e la vita e la morte".

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