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laR
 
04.12.2022 - 14:36

‘L’autunno in cui tornarono i lupi’, storie di uomini e animali

Mario Ferraguti entra nelle teste di entrambi e dipana pensieri reconditi, elabora cause ed effetti, svela un legame arcaico e complesso.

di Martina Parenti
l-autunno-in-cui-tornarono-i-lupi-storie-di-uomini-e-animali
L’autore

"Il lupo, nel nome, ha già le vocali più buie. È un animale molto largo, appena si nomina o, ancor di più, si vede, spinge subito a pensare ad altro; fa viaggiare oltre il suo corpo. Se a incontrare altri animali gli occhi e la testa si fermano a osservarli nelle loro forme precise, il lupo non ha contorni, è più una macchia che si allarga, e quando lo nominiamo o lo vediamo la nostra testa comincia a correre da tutte le parti. Il lupo, nel nome, è ancora più scuro del buio, perché buio ha quella sonora "i" che l’addolcisce, come un piccolo palo su cui arrampicarsi per trovare e raggiungere la luce, la "p" di lupo invece, tra la "u" e la "o" trascina in basso, spinge ancora più sotto, nel buio sottoterra".

Ecco come in poche righe Mario Ferraguti riesce a descrivere alla perfezione una delle bestie più temute, discusse e maledette dal genere umano. E lo fa partendo proprio dal nome, dal suono che produce e da tutto ciò che si tira dietro una volta pronunciato. Impossibile ormai osservare l’animale per quello che è. La sua figura è così avviluppata in un intrico di storie di terrore sedimentato nei secoli dei secoli da aver perso la propria forma originaria per assumere le fattezze della paura stessa. E, si sa, distruggere l’immaginario collettivo è un’impresa eroica. A volte impossibile.

‘L’autunno in cui tornarono i lupi’, edito dalla raffinata casa editrice indipendente BEE (Bottega Errante Edizioni), è un romanzo che intreccia storie di uomini e animali, entrando con sorprendente abilità nelle teste di entrambi per dipanare i pensieri più reconditi, elaborare cause ed effetti, sviscerare la natura di un legame arcaico e complesso.

In un minuscolo borgo arroccato sull’Appennino dal nome evocativo di Pieve dei Lampi, riappare dopo quasi un secolo di assenza un piccolo branco di quattro lupi creando allarme tra abitanti e cacciatori della zona. Abituati istintivamente a far fuori il presunto pericolo, i montanari si attrezzano in segreto per difendere ciò che considerano il loro territorio aggirando le leggi sulla tutela degli animali protetti. Ma i loro tentativi finiscono per rompere il delicato equilibrio con il bosco vicino, costringendo un grande lupo colpito dalla tagliola a cambiare le proprie abitudini pur di restare in vita. Piano piano tra quelle montagne iniziano ad aleggiare dubbio, incertezza, nervosismo. Si cerca un colpevole, si fa appello alla stampa, si grida all’intruso – importato sicuramente da qualche animalista – si lascia che la frenesia istintiva e arcaica di difesa contro il nemico prenda il sopravvento su qualsiasi ragionamento.

‘L’autunno in cui tornarono i lupi’, oltre ad essere una lettura estremamente godibile, apre la strada a molte riflessioni senza scadere mai nella netta distinzione tra vittime e carnefici, bianco o nero, giusto o sbagliato. La verità ha sempre tante facce. E Ferraguti è bravissimo nel delineare con rispetto e delicatezza ritratti di persone, ambienti e animali. Il libro però obbliga anche a una considerazione sul ruolo assunto dalla nostra specie, ormai unica padrona nell’arrogarsi il diritto di decidere chi debba essere tutelato e chi, invece, ridimensionato; chi abbia il privilegio di rimanere selvatico e chi invece sia destinato a scopi domestici o alimentari. Fuori controllo rimangono ormai fenomeni come la morte, i cicloni, le tempeste, i terremoti, le inondazioni. Ci prendono alla sprovvista, distruggono nonostante la nostra contrarietà. Ma, in fondo, anche loro sono, in parte, provocazioni umane: mutano con il mutare dell’ambiente, reagiscono ai cambiamenti come il lupo di Pieve dei Lampi, rimasto senza una zampa e costretto a interrompere le sue lunghe migrazioni per diventare stanziale.

Chissà cosa accadrebbe se in un futuro fantastico arrivasse una specie più evoluta della nostra, ci guardasse dall’alto e, rendendosi conto di quanto siamo infestanti, decidesse di fare un po’ di pulizia, sfoltendo le popolazioni più numerose e spostando persone da un luogo all’altro per ristabilire i giusti equilibri tra prede e predatori. Sarebbe davvero un tempo da lupi, quello.

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