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Fotografia di Giosanna Crivelli dalla copertina del libro
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15.07.2020 - 06:100

Le storie del lago di Lorenzo Sganzini

Da Gandria a Riva San Vitale a Valsolda, itinerari tra arte e storia nel volume 'Passeggiate sul lago di Lugano'

C'è chi, lasciato il lavoro, parte per un viaggio intorno al mondo. Lorenzo Sganzini, lasciata la direzione dei servizi culturali della Città di Lugano, ha deciso di restare in casa, visitando – in barca, a piedi e in bicicletta – una trentina di chiese e monumenti attorno al lago di Lugano. Ma il viaggio per il mondo l'ha fatto comunque, perché partendo da quelle chiese Sganzini si lascia trasportare a Venezia, Roma, Istanbul attraverso citazioni e associazioni, da Machiavelli a Kubrick, da Dante a Spielberg. 

Lorenzo Sganzini, guardando non solo al libro, ma anche alle mostre curate al Museo delle dogane, emerge un Leitmotiv: il lago. Che cosa è il lago per Lorenzo Sganzini?

Secondo me il lago è l’elemento centrale del territorio in cui sono cresciuto e in cui vivo. È l’elemento che unisce tutto ciò che sta intorno: centrale anche da un punto di vista paesaggistico, identitario.

Il lago è l’elemento che permette una sorta di innamoramento o comunque una percezione molto forte, perché segna il territorio e la storia di Lugano.

Ma negli ultimi decenni, almeno per quanto riguarda la città, il lago non è stato un po’ trascurato, dimenticato?

Capisco cosa intendi. L’anno scorso ho curato la mostra su Fogazzaro al Museo delle dogane. Si tratta di un autore straordinario, in grado di far vivere il paesaggio del lago di Lugano come se fosse un personaggio del romanzo ed è evidente che noi – mi riferisco a chi vive nella parte svizzera – non percepiamo questa dimensione, questa forza molto romantica, molto ottocentesca del lago. Che è quello che ad esempio fa il grande valore del lago di Como.

Questo lago non lo valorizziamo, non lo sentiamo nostro, almeno non in quella dimensione. Perché? Non lo so. Se guardo la mostra di quest’anno del Museo delle dogane, vediamo nei manifesti che c’è una tradizione che si spinge fino al Novecento dove il valore trasmesso era appunto quello e univa non solo geograficamente il territorio dei tre laghi. Ma è una dimensione che si è persa: non so perché, una delle spiegazioni che mi do è che la tradizione alberghiera in Ticino è svizzero-tedesca e quindi ha dimenticato questa storia che la precedeva – ma è un’ipotesi. Certo noi facciamo ancora fatica a valorizzare il lago in questo senso. E anche a conoscerlo, in questo senso: è evidente la distanza che abbiamo verso la Valsolda, verso Oria, verso Villa Fogazzaro che sono elementi fortissimi per raccontare la storia di questo lago ma che non ci appartengono, quasi non li consideriamo.

Come dobbiamo pensare a questo libro? Una guida turistica, un saggio, uno zibaldone?

È difficile attribuirlo a un genere, ma credo che rientri nella tradizione della letteratura di viaggio – applicata non a una meta lontana, ma al mio territorio, a casa mia.

Nasce innanzitutto da un amore per questo territorio: sono luoghi che ho frequentato da sempre, luoghi sui quali ho rimuginato da sempre e adesso ho sentito l’esigenza di approfondire, di riflettere su questo territorio e la sua, la nostra identità.

Come è costruito questo libro?

Faccio sempre un paragone un po’ immodesto, ma è come Dante nella ‘Commedia’. Lui viaggia con Virgilio, cammina, sale, scende, sviene… e poi dopo si ferma a ragionare. Io ho fatto lo stesso: andare e poi fermarmi a riflettere di fronte alle cose che vedo. Non ho usato il sistema della guida, stabilendo una gerarchia dei monumenti importanti, ma secondo una ricerca personale, in un gioco di passaggi da una chiesa all’altra suggerito da quello che vedevo. Alcuni mi hanno chiesto perché non c’era una certa chiesa: ma perché non ci sono arrivato, magari è importante ma le storie che trovavo non mi hanno portato lì. 

A proposito: a un certo punto si accenna alla distinzione tra ‘chiese di lago’ e ‘chiese di strada’.

Sì. Faccio riferimento alle chiese che vanno da Agno a Ponte Tresa: è la Via Regina che andava da nord a sud passando solo su strada, senza attraversare il lago. Il mio percorso mette in relazione le chiese attraverso l’elemento del lago – ad esempio gli stessi artisti della Valsolda che andavano a lavorare a Morcote, che salivano a Carona, con questa “via del lago” che crea l’unità del territorio – ma da Agno a Ponte Tresa non c’era bisogno di questa via, perché la strada era un’altra e quindi le chiese non sono appartengono a questa “civiltà del lago”, entrando in quelle chiese non ritrovi la storia che ho trovato in quelle chiese. Sperando che non si offenda nessuno…

Il percorso comunque non si limita al lago di Lugano, ma anzi troviamo rimandi che ci portano fino a Istanbul.

Per me questo è stato fondamentale: ho cercato di fare un libro sul lago, sul mio territorio, sulla mia casa ma sempre con il confronto con l’esterno. Un confronto fatto evitando – almeno spero – la retorica del ‘genius loci’, del ticinese che emigra e costruisce il mondo. Ma con delle storie che portano il mondo nel nostro territorio e che ci portano nel mondo.

La storia di Istanbul ha poi la straordinaria forza dell’attualità: racconto dei Fossati e del restauro di Hagia Sophia, della scoperta dei mosaici che poi vengono coperti perché all’epoca era una moschea -- e adesso che Erdoğan la ritrasforma in moschea, ci si interroga sul destino di quei mosaici.

Far vedere come questo territorio partecipa al mondo, va nel mondo e il mondo arriva nel territorio, non siamo completamente isolati. Questa è stata la chiave del mio racconto, ma è venuta in maniera molto naturale perché appartenevamo a una cultura lombarda che è stata, fino a un certo punto della storia, un elemento forte. Nel libro faccio l’esempio della nuova facciata di San Lorenzo, voluta dai luganesi per affermare la fierezza di un’appartenenza culturale lombarda di fronte agli svizzeri.

È questa l’idea che sta dietro i confronti, le apertura. Non sono uno storico, tanto meno uno storico dell’arte, sono una persona curiosa che vuole riflettere su quello che questi elementi possono raccontare, su quello che ci possono aiutare a capire del nostro territorio, della nostra storia.

Perché proprio le chiese? Non è una questione di fede.

No: non sono neanche battezzato. Ma le chiese sono i luoghi depositari della storia. Soprattutto in una zona periferica come la nostra, non esiste alcun altro elemento che vada così indietro nel tempo come le chiese. La casa più vecchia di Lugano è la Piccionaia che se non sbaglio è del 1500. E che cosa resta? Una discoteca: che cosa ci può raccontare?

La chiesa quindi come luogo della memoria, luogo della storia e anche luogo delle espressioni culturali: se si vuole fare una riflessione sul passato partendo da delle testimonianze, direi che non c’è alternativa alle chiese. Poi  sono anche portatrici di un senso del sacro che non mi è indifferente: ci sono dei luoghi, come Madonna d’Ongero, dove questo è particolarmente vero, dove un laico come Hermann Hesse avverte una spiritualità che va oltre la religione. 

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