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"Ne demande pas ton parcour a quelqu’un qui le connaît: tu risquerais de ne pas te perdre" (Nachman di Breslov; 1772-1810)
05.12.2020 - 11:35

A Nord (oppure) a Sud: da parte vai?

Un viaggio curioso tra le polarità geografiche e simboliche che definiscono il nostro mondo. E il nostro Cantone, naturalmente

di Keri Gonzato
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Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Idilliaco Meridione (in fuga dal freddo)

Settentrione e meridione, due polarità in bilico tra reale e immaginario. Iniziamo il viaggio dalla nostalgia sognante dal Sud; un anelito per quelle terre più libere, calde e fragranti che poeti e scrittori hanno decantato e che molti hanno conosciuto quando, in una grigia giornata invernale, si sono trovati a sognare. “La miseria del Mezzogiorno non vi rattrista per nulla, e si esibisce davanti a voi, pittoresca, colorata, ridente [...]. Quella del Nord, invece, quella che ha freddo, quella che trema nella nebbia e sguazza a piedi nudi nella terra grassa, sembra sempre gocciolante di lacrime, intorpidita, dolente e malvagia come una belva malata”. Così scriveva il poeta Gustave Flaubert in Attraverso i campi e lungo i greti. 

ʻOh, come lieto mi sento qui a Roma! Se ricordo il tempo che un giorno grigiastro, lontano nel Nord, mi avvolgevaʼ 
Johann W. Goethe, ‘Elegie’, I: 7, vv. 1-2 (1788)


Lo scrittore Hermann Hesse contempla il paesaggio ticinese.

Nell’immaginario collettivo spesso geografia e mito si fondono e confondono, avvolgendo il meridione di sentori idilliaci da giardino dell’Eden. Il territorio della realtà risulta allora sublimato dall’immaginazione del viaggiatore. È la voglia “tropicale” che guida lo zurighese verso Sud, per un fine settimana tra le palme del Ticino… ribattezzato “Sonnenstube”, ovvero la stanza soleggiata, della Svizzera. La visione bucolica che il Nord spesso manifesta verso il Ticino ci ricorda che siamo tutti il meridione di qualcuno: sia concettualmente che fisicamente. Uno, tra gli artisti “nordici”, che ha individuato il proprio polo Sud in Ticino è stato il premio Nobel per la letteratura Hermann Hesse. Quando non scriveva, amava immergersi nei paesaggi verdeggianti della nostra regione e dipingere… Girava tra l’Arbostora e la Collina d’Oro, a Montagnola si trova tutt’oggi la sede del noto museo a lui dedicato.
Nel villaggio di Carona, le famiglie di intellettuali Oppenheim-Wenger possedevano diverse case. Io stessa ho vissuto i primi anni della mia vita in una delle case della famiglia dell’artista surrealista Meret Oppenheim, la cui zia Ruth Wenger divenne la seconda giovane moglie di Hesse. “I miei ricordi della casa sono paradisiaci. Sono persino arrivata a credere che il tempo là fosse sempre meraviglioso! Sempre agosto”, scrive nel 1967 Meret in una lettera al fratello Burkhard riferendosi a Casa Costanza a Carona appunto. In cerca di una boccata di agosto, da Casa Costanza, passarono anche Leonor Fini, Max Ernst e Daniel Spoerri. Alcova di artisti del Nord, nel paese luganese vissero anche la coppia di scrittori svizzeri tedeschi Lisa Tetzner e Kurt Held e il drammaturgo Bertolt Brecht. 

Nord, terra promessa (tutti via dal Sud)

C’è poi la migrazione da un Sud povero, pericoloso e senza prospettive verso un Nord apparentemente ricco di opportunità. Il Nord prende allora le vesti della Terra Promessa: “Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove”, scriveva la scrittrice francese Marguerite Yourcenar. Nel corso della storia, carichi di poco bagaglio e grandi speranze, i popoli del mondo intero si sono spostati verso una terra lontana. Tutt’oggi l’africano migra verso l’Europa, l’italiano verso il Ticino, il ticinese verso la Svizzera Interna. Quest’ultimo, venendo da un territorio fino a pochi decenni fa prettamente contadino e povero – e spesso ce lo dimentichiamo –, conosce bene il desiderio e la necessità di migrare a Nord, in cerca di migliori opportunità e di una vita più dignitosa.

ʻLe porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire’ 
Zygmunt Bauman, ‘La società sotto assedio’ (2002) 

Seppure le opportunità accademiche siano aumentate notevolmente in Ticino, tutt’oggi la maggior parte dei giovani del nostro cantone si sposta a Nord – Zurigo, Ginevra, Berna, Basilea – per gli studi superiori/universitari, e non è raro che rimanga “in dentro” attirato da opportunità lavorative più attrattive e da paghe più alte. Secondo un’analisi federale del 2019 della mobilità dei giovani (“Inchieste ch-x”; chx.ch) il 47% dei giovani ticinesi ritiene prevedibile di doversi stabilire in un altro cantone seguendo stage e opportunità lavorative più interessanti e meglio remunerate. La percentuale è doppia rispetto a delle altre regioni linguistiche. In questo senso, potremmo applicare la denominazione nata per descrivere il fenomeno italiano dei “cervelli in fuga” anche al nostro microcosmo.

ʻSi portava sulle spalle quella dose di fragilità, per quanto piccola, che spetta a ogni meridionale del mondo, di qualsiasi classe sociale’ 
Manuel V. Montalban, ‘I mari del Sud’ (1979)   

Nel microcosmo ticinese

Se pensiamo al nostro territorio, è interessante soffermarsi sulla presenza di un Nord e di un Sud all’interno dello stesso Ticino che la barriera (o ponte) del Monte Ceneri suddivide in Sottoceneri e Sopraceneri. Una polarizzazione a cui ha contribuito, come spesso accade, anche la morfologia del territorio. Due poli in evoluzione, al seguito della società che muta sempre più coesi da mezzi di comunicazione, strade e trasporti rapidi. Basti pensare alla rivoluzione portata dalle gallerie che permettono di attraversare la montagna senza doverla valicare. Per comprendere come questi due poli si siano delineati nel tempo in Ticino, e in Svizzera, e come stiano evolvendo ho intervistato lo storico Luigi Lorenzetti, coordinatore di LabiSAlp, il Laboratorio di Storia delle Alpi, presso USI-Accademia di Architettura.
“Va detto che il Ticino è una costruzione essenzialmente politica e non ha una sua specificità geografica” esordisce Lorenzetti. “Fino al 1803, l’attuale Ticino era composto da entità politico-territoriali distinte (i baliaggi) e con poche relazioni le une con le altre. Le consuetudini che regolavano la vita politica e sociale contribuivano peraltro a segmentare il territorio e a frenare i rapporti tra le varie parti del futuro cantone. La mobilità interna era difatti assai ridotta; raramente, ad esempio, chi cercava moglie la trovava in un altro baliaggio o in un’altra vallata. Inoltre, le norme vicinali limitavano fortemente la possibilità di cambiare domicilio. Si potrebbe dire che lo spazio ‘ticinese’ di antico regime era un conglomerato di micro-repubbliche e che, al di fuori della propria comunità, ogni individuo diventava un ‘forestiero’. Anche chi percorreva questi territori aveva una assai chiara percezione delle significative differenze che caratterizzavano questo territorio sul piano socio-economico e culturale. I dialetti, l’abbigliamento, l’architettura, i paesaggi agrari, parlavano di realtà assai diverse tra di loro. Lo raccontano assai ampiamente i viaggiatori che a partire dal XVIII secolo iniziarono a visitare le nostre contrade. Così, quando nel 1797 il patrizio bernese Karl Viktor von Bonstetten si incamminò verso Nord per far rientro nel suo cantone d’origine, giungendo alle gole poste a ridosso del Dazio di Faido ebbe l’impressione di attraversare una frontiera che separava due mondi: ‘Qui, tra queste lande pietrose, termina l’Italia: qui le cicale spariscono, qui scompaiono gli alberi già vieppiù radi di castagno; qui fanno la loro comparsa i larici, e persino gli abeti’ ”.

Come si è creata la definizione tra Sopraceneri e Sottoceneri? E quale ruolo fisico e simbolico ha la presenza del Monte Ceneri in questa spartizione: ponte oppure ostacolo?
“Per secoli le montagne, anche quelle più alte, non hanno mai rappresentato delle barriere. Esse sono state soprattutto dei ponti e dei luoghi di contatto lungo i percorsi dei traffici e dei commerci regionali e internazionali. È solo a partire dal XVIII secolo, quando si afferma la teoria delle frontiere naturali, che montagne e fiumi diventano frontiere che dividono territori e spazi politici e nazionali. Se si eccettua l’epoca romana, anche il Monte Ceneri non ha mai svolto un ruolo di divisione giurisdizionale tra la parte meridionale e la parte settentrionale dell’attuale Ticino. Nemmeno gli anni della Repubblica Elvetica (1798-1803) e l’istituzione dei due cantoni di Bellinzona e Lugano comportarono la divisione tra Sopra e Sottoceneri in quanto il Locarnese era incluso nel cantone di Lugano. L’assenza di demarcazione tra i due versanti del Ceneri valeva anche sul piano ecclesiastico. La giurisdizione delle diocesi di Milano e Como si estendeva infatti sia sulle terre trans-cenerine sia su quelle cis-cenerine e la creazione della diocesi di Lugano nel 1971 si è fatta all’insegna dell’unità. Difatti, solo nella nuova configurazione cantonale ottocentesca l’uso delle due denominazioni andò consolidandosi, riflettendo l’aumento del divario tra le due aree. Già Stefano Franscini (1796-1857) nella sua opera La Svizzera italiana osservò che “dal Ceneri dividesi il Cantone in due parti molto diseguali per l’estensione, distintissime poi per accidenti di clima e altri parecchi”, prefigurando l’immagine di due spazi segnati da differenze geografiche ma anche da crescenti divergenze di natura economica, con Lugano che progressivamente accentuò il suo primato di principale centro economico e finanziario del cantone a fronte del Sopraceneri che faticò maggiormente a trovare la via dello sviluppo e della crescita”.

Come si sono sviluppati e radicati in Svizzera gli stereotipi che distinguono l’uomo “nordico” dal “meridionale”?
“La domanda ci conduce a quella letteratura sorta nel XVIII secolo in concomitanza con la diffusione del Grand Tour che portava i giovani aristocratici dell’Europa settentrionale a visitare l’Italia e le sue bellezze. In quell’epoca si diffuse lo stereotipo della differenza tra l’uomo meridionale e quello del nord. Il già citato Karl Viktor von Bonstetten, che sul finire del Settecento visitò i baliaggi sudalpini biasimando l’ignoranza e la pigrizia dei loro abitanti, pubblicò nel 1824 un’opera intitolata L’homme du Midi et l’homme du Nord ou l’influence du climat in cui contrappose le virtù dei popoli del Nord (laboriosità, perseveranza, disciplina ecc.) ai vizi dei popoli del Sud (noncuranza verso il futuro, prodigalità, individualismo, superstizione ecc.). Già all’epoca della sua pubblicazione il volume suscitò aspre critiche tra cui quelle di Melchiorre Gioja che tacciò le idee del bernese di stereotipate banalità. Nonostante ciò, l’idea che il clima influenzi l’indole dei popoli è rimasta radicata in una parte delle credenze popolari. Per lo storico rimane l’interesse nell’osservare la natura a “geometria variabile” di tali stereotipi. Così, alla fine del XXI e all’inizio del XX secolo, non di rado gli emigranti ticinesi nella Svizzera d’Oltralpe – spesso assimilati agli italiani – erano oggetto di atteggiamenti xenofobi da parte dei confederati. Più tardi, quando il boom economico del secondo dopoguerra portò il Ticino a diventare terra d'immigrazione, gli stessi stereotipi negativi sorsero nel nostro cantone nei confronti degli italiani. In altre parole, nella storia si è sempre al Nord di qualcuno e al Sud di qualcun altro a seconda della propria posizione ‘mentale’ ”. 

La rivoluzione della mobilità ha mutato la percezione della lontananza tra Nord e Sud, aumentando nel tempo i contatti e riducendo fortemente le distanze…
“L’avvento della ferrovia nel XIX secolo ha profondamente mutato la percezione del rapporto tra lo spazio e il tempo. Se, come racconta il Franscini, all’inizio del XIX secolo il viaggio tra Lugano e Bellinzona durava una giornata, l’apertura del collegamento ferroviario tra le due città nel 1882 permise di ridurre la durata del viaggio a meno di un’ora. Fra alcune settimane esso si ridurrà a 15 minuti, avvicinando ulteriormente il nord e il sud del cantone. La velocità è certamente uno dei segni distintivi della modernità industriale. Essa ha però dei costi: i tracciati ferroviari hanno creato marginalità laddove, nel passato, esse non esistevano. Basti pensare al tunnel di base del San Gottardo che ha ‘cancellato’ dalla geografia dei viaggiatori gran parte della Leventina e della valle della Reuss. La velocità produce anche dei paradossi. Nell’epoca del ‘presentismo’ in cui la velocità ci promette di essere ovunque in qualsiasi momento, il turismo – che nell’Ottocento e nel Novecento aveva fondato il suo successo sulla velocità – sta riscoprendo le virtù di una temporalità lenta, contrapposta ai ritmi frenetici della vita quotidiana”. 

In che modo l’arrivo di mezzi di trasporto sempre più rapidi ed efficienti, in direzione di un grande Ticino – penso, per esempio alla linea ferroviaria che collegherà Locarno e Lugano e all'avvicinarsi di Ticino e Zurigo – cambierà ancora di più e avvicinerà i poli Nord/Sud?
“Oggi come nel passato lo spazio si misura con il tempo. Per chi viaggia, non è la distanza che conta ma il tempo di percorrenza. La velocità ha quindi contribuito, e continua a contribuire alla crescita delle relazioni nello spazio. Difatti, vi è una relazione diretta tra la durata di un percorso che unisce due luoghi e l’intensità dei contatti che vi intercorrono. Questa intensità dipende però anche dalle occasioni e dalle opportunità che questi contatti offrono. L’aumento delle relazioni tra Sopra e Sottoceneri dipenderà molto dall’evoluzione economica del cantone e dalla sua futura organizzazione territoriale. In tale ottica, le scelte pianificatorie avranno un ruolo importante che influenzerà lo sviluppo dell’integrazione cantonale. Detto ciò vale forse la pena interrogarsi sulla sostenibilità e sulla qualità di vita che genera un tale modello di sviluppo. L’avvicinamento temporale tra Lugano e Zurigo comporta importanti vantaggi sul piano macroeconomico; meno certi sono i vantaggi – per esempio in termini di qualità di vita – per chi opta per una vita da pendolare tra Nord e Sud delle Alpi aggiungendo, alle ore lavorative, le ore necessarie alla trasferta. Nei mesi del Lockdown ci siamo accorti che possiamo rinunciare a parte dei nostri spostamenti senza pregiudicare la nostra qualità di vita. Forse è giunto il momento di interrogarci sul significato che diamo al diritto alla mobilità e gestirlo con maggiore responsabilità”.


José Benlliure y Gil, ʻLa Barca di Caronteʼ (1912).

POLARITÀ ALEATORIE: TRA PARADISO E INFERNO

A seconda del contesto e dell’impostazione mentale, le due polarità – meridione e settentrione – assumono valenze più o meno positive e paradisiache, più o meno negative e infernali. Se estendiamo la riflessione all’ambito religioso,
i due poli sarebbero Paradiso e Inferno, in basso il meridione malefico (caldo e lussurioso) in alto, il settentrione illuminato (altissimo e purissimo). Nel mezzo la dogana, il ponte, il passaggio: verso il basso il fiume dell’Ade, verso l’alto il Purgatorio. Nel mondo di noi esseri umani la connotazione positiva o negativa rimbalza da un polo all’altro a seconda del contesto. Se applicate ai popoli del mondo, la valenza aleatoria del Nord e del Sud porta a riflessioni che invitano alla tolleranza e all’intelligenza. “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo”, ricorda lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun. 

LABORATORIO DI STORIA DELLE ALPI (LabiSAlp) 

Nasce come naturale seguito dell’Istituto di Storia delle Alpi creato nel 2000 sotto gli auspici dell’Università della Svizzera italiana e dell’Associazione di Storia delle Alpi (AISA) presieduta dal professor Jean-François Bergier. La sua collocazione presso l’Accademia di architettura è volta a favorire lo sviluppo di sinergie nell’ambito della ricerca sul territorio. Ponendo al centro della sua attenzione lo spazio alpino, il LabiSAlp intende approfondire le dinamiche storiche endogene
senza dimenticare gli scambi di natura economica, politica e culturale con il mondo urbano extra-alpino. Il coordinatore di LabiSAlp è Luigi Lorenzetti, intervistato nel nostro articolo.

 

 

 

 

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