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laR
 
25.08.2022 - 08:16
Aggiornamento: 14:16

In memoria di Pierre Casè, artigiano della creatività

Graziano Martignoni, Boris Croce della Fondazione Ghisla, sede dell’ultima mostra, Martino Giovanettina, autore del libro a lui dedicato: il ricordo

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Ti-Press
Dicembre 2018, accanto al ‘Bestiario’

«Riempiva lo spazio. Sarà stata la sua barba, sarà stato il suo bastone, il suo cappellaccio». Giovedì 9 giugno 2022, Aurigeno. Buona parte di chi, in questa pagina, ha scelto di ricordare Pierre Casè, spentosi ieri all’età di 78 anni, è legato a quella data e a quel posto. «Lo definirei un piccolo miracolo», dice Graziano Martignoni, proprietario dei virgolettati di cui sopra.

Quella sera, nella terra tanto cara all’artista che non c’è più, l’uomo di medicina e arte fu parte della presentazione di un libro intitolato ‘Pierre Casè. Cronache da una vita’. Insieme all’autore, Martino Giovanettina, e insieme al protagonista. «Fu un miracolo perché davanti a duecento e più persone, in un silenzio e un’attenzione notevolissimi, Pierre era presente, nonostante le nostre preoccupazioni. Quell’incontro – spiega Martignoni – l’aveva rianimato: parlava, raccontava. S’incontra raramente nella vita un signore anziano, quasi morente, che ancora espelle energia vitale, che sfida la vita a colpi d’idee, pensieri, ancora impegnato in quella guerra umana che già combatteva prima di ammalarsi. Quella sera abbiamo tirato lungo, e la coralità presente, fatta anche di amici e gente del paese, credo abbia avuto la consapevolezza di qualcosa che si stava, si sta, perdendo».

Del Casè «profondamente vincolato alla sua terra come esperienza artistica, ma anche come postura», Martignoni dice ancora: «È sempre stato un testimone dell’origine, della sorgente, autore di un’opera materica che esprime la voce dell’anima, mai semplicemente quadro, o soltanto scultura. Quel sentimento è qualcosa che ho percepito fin dal primo incontro con lui, che fu tutt’altro che artistico. Nel mondo dell’arte, anche nei suoi momenti più ufficiali, Pierre manteneva un rigore etico, civile, concetti dei quali, se mi sentisse ora, magari non sarebbe felice di dover sentire, ma che faranno in modo che la sua opera non sarà dimenticata in fretta». Cosa resta di Pierre Casè? «Ci rimane il libro, che esce in un momento molto particolare, e credo sia comunque un bene. A me rimane anche l’aver guardato le sue opere, e il modo in cui da esse sono stato guardato».


Ti-Press
Marzo 2013, la sua Via Crucis a Moghegno

‘Cosa dipingo a fare se la natura ha già fatto tutto?’

Pittore, scultore, incisore, illustratore, Pierre Casè era nato a Locarno il 16 febbraio del 1944. Dal 1989 aveva scelto Maggia quale luogo di vita e di lavoro. Nel 1964 la prima esposizione, nel 1967 l’entrata nella Spsas (Società pittori, scultori e architetti svizzeri), per diventarne più tardi presidente, dal 1987 al 1993. Dal 1990 al Duemila, la Pinacoteca Casa Rusca di Locarno lo ha avuto quale direttore artistico; in questa veste, l’artista valmaggese è ricordato per le mostre dedicate a Max Bill, Alberto Burri, Marino Marini, Osvaldo Licini, Enrico Baj, Emil Schumacher e molti altri.

Membro del Consiglio di fondazione della Fondazione Marguerite Arp, membro della Commissione federale della Fondazione Gottfried Keller (1994) e del consiglio della Fondazione Giovanni Segantini – cariche, le ultime due, lasciate nel gennaio del 1999 per motivi di salute – dal 2001 in avanti la produzione artistica si era presa definitivamente la scena.

Casè non poté studiare a Brera perché non ne aveva le possibilità economiche. L’accesso al mondo dell’arte ha in sé qualcosa di ‘eroico’; il percorso da autodidatta, gli incontri decisivi – Bruno Nizzola, Max Uehlinger, Carlo Mazzi, "la mia scuola" – sono riassunti nella bella intervista rilasciata dall’artista a Keri Gonzato per Ticino7 giusto un anno fa, cui si rimanda. Tra i passaggi più intensi: "In autunno, esco dall’atelier, guardo la montagna sopra Moghegno ed entro in crisi: cosa dipingo a fare se la natura ha già fatto tutto? Allora vado nel bosco, calpesto la foglia, la sento scricchiolare. Poi in atelier prendo il colore, mescolo le terre, aggiungo i materiali e tento di raccontare".

‘Ex Voto’

Casè si considerava "un artigiano che lavora con la creatività", perché "l’artista viene spesso messo sul piedistallo ma prima di tutto è un uomo, con il privilegio di far galoppare la fantasia e sperimentare". L’occasione di questa piccola confessione era ‘Ex Voto’, mostra a lui dedicata dalla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno, chiusasi nel gennaio di quest’anno, apertasi nel settembre del 2021. «L’ultima da vivo, purtroppo», commenta Boris Croce, direttore della Fondazione Ghisla. «‘Ex Voto’ riuniva il lavoro degli ultimi suoi 5-6 anni, un omaggio alla valle, al territorio a lui tanto caro».

Un sunto del contenuto della mostra, ‘compilato’ da Andrea a Marca, apre il catalogo: "Fegati di cera, gambe di legno, cuori argentati, orecchie di metallo sbalzato, occhi sagomati e dipinti, teste di ferro, ma anche stampelle, attrezzi da lavoro, caschi, ciuffi d’erica legati con brandelli del vestito del malato, modellini di imbarcazioni, oggetti zoomorfi, tavolette dipinte, affreschi su pareti di edifici sacri o profani, fotografie, edicole, lasciti, pellegrinaggi e penitenze". «Opere significative e interessanti – continua Croce – anche per quanto proponemmo, parallelamente, alle scuole», e cioè il progetto didattico specifico rivolto agli allievi di Elementari e Medie, curato da Croce, Francesco Mariotta e dallo stesso Casè: «Noi eravamo i ‘menestrelli’, Pierre l’artista, che interagì amabilmente con i ragazzi. Quella mostra, vista da oltre 3mila persone, così fortemente incentrata sul territorio, ha fatto da ponte tra il museo e i ticinesi, non sempre così facilmente collegabili, qui uniti da quel suo discorso diretto, fondato sull’origine del suo lavoro».

Di Casè, Croce ricorda il periodo dei colori – «Opere richiestissime, con il blu elettrico ispirato dall’acqua del fiume Maggia, e i verdi legati ai suoi riflessi…» – sfociato poi nel più cupo ‘Bestiario’, inaugurato nella biblioteca delle Scuole medie di Caslano: «La gente gli chiedeva come mai non usasse più i colori, senza capire che a un artista non s’impone nulla. Quel ferro arrugginito, quell’ultimo Casè è il segno della sua progressiva perdita di fiducia nell’essere umano».


Keystone
1944-2022

‘Un celebrato vecchio pittore, malato e forse saggio’

Concise, sentite, assai personali le ultime parole di chi, per Casè, di parole ne ha forse spese di più tutti. L’autore di quelle ‘Cronache da una vita’ affida a queste pagine il suo ricordo dell’artista, che nel libro è dapprima un bimbo di otto anni svegliato nel cuore della notte, per diventare "un celebrato vecchio pittore, malato e forse saggio", rubiamo dalle note di presentazione di quell’autobiografia non convenzionale, specchio di un percorso artistico e di vita che convenzionale non è mai stato: "Con Pierre, per scrivere la sua biografia non artistica – scrive Martino Giovanettina – ci siamo incontrati un centinaio di volte, molte più del necessario, molte meno di quanto avremmo voluto. Quando abbiamo iniziato eravamo buoni conoscenti, quando abbiamo terminato quasi fratelli di spirito.

L’ho visto l’ultima volta martedì sera, poche ore prima che morisse. Non era più cosciente, però sembrava acconsentisse mentre Sandra, la moglie, mi raccontava i giorni difficili da quando una grande febbre l’aveva assalito, e la decisione di tenerlo a casa per l’epilogo annunciato, con i figli e i nipoti attorno e il succedersi degli amici più cari che venivano a salutarlo. Vederlo nella sala della sua casa trasformata in camera, con i quadri alle pareti, vederlo in quel grande letto, carismatico anche in quegli ultimi momenti, m’ha fatto venire in mente alcune scene dei romanzi russi del secolo scorso, dove un vecchio maestro saggio sta morendo nella sua isba e poco distante la vita riprende altri fili. Adesso è il tempo del dolore e della tristezza per la dipartita di un personaggio indimenticabile, unico, a volte spigoloso, generoso, ironico, non di rado tenero. Poi verrà il tempo della riflessione sul suo lavoro artistico, sul suo uso dell’informale materico come un alfabeto nuovo per raccontare la civiltà contadina e le materie ‘semplici’ come la sabbia, la caligine, la cenere, il metallo arrugginito e così via. E si scoprirà che oltre al Casè dignitosamente nostalgico di questi anni ce n’è stato uno precedente che ha letto il passato con grande apertura e capacità simbolica. Questo è il suo lascito".

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