Da 'Turistica' ©Carlo Rusca
Arte
19.07.2019 - 09:100
Aggiornamento : 23.07.2019 - 10:00

'Turistica'. Tre mesi buoni per essere vivi

Intervista al fotografo locarnese Carlo Rusca che ci racconta la serie che sarà in parte esposta a New York, durante l'Aperture Summer Show

L’odore di Locarno in questo periodo dell’anno è caratteristico, quasi evocativo. Scendendo dal treno, si respira sì l’estate, ma anche fermento e vivacità, come se la città (e lo sanno coloro che la abitano) si risvegliasse completamente dopo mesi di torpore apatico. Seduta a un tavolo da bar, dietro la stazione brulicante, incontro Carlo Rusca, giovane fotografo e regista locarnese che lavora fra Locarno (al Cisa), Lugano (allo Csia) e a volte Düsseldorf. L’occasione di fare la sua conoscenza è l’esposizione di alcune sue fotografie della serie ‘Turistica’ selezionate per la collettiva ‘Delirious Cities’ a New York, che sarà inaugurata il prossimo 25 luglio. Ma di progetto e collettiva scrivo fra qualche riga.

‘E poi com’è che è andata?’

Occhiali da sole neri, Carlo è un nottambulo con un amore spassionato per il cinema, la fotografia, la poesia e per l’arte a tuttotondo. È la fine degli anni Ottanta: «Sono nato a Torino, ma all’età di un anno, i miei si sono trasferiti a Lugano prima e subito dopo a Muralto». Nel Locarnese, cresce e segue la formazione scolastica fino al liceo.

«E poi com’è che è andata?». Come spesso accade, una volta terminata la scuola, non sapeva cosa fare. Per un anno è stato a Zurigo, all’università, cambiando alcune facoltà (musicologia, economia…) «e poi niente, ho vissuto un po’ la città». Riconosce che da sempre ama fotografare e fare video: fra i giocattoli, racconta, aveva una macchina fotografica per bambini con cui ha iniziato, appunto, per gioco… Poi la passione per il cinema che lo vedeva già da ragazzino cimentarsi con i primi video.

Dopo Zurigo, fa l’esame d’ammissione per il Cisa (all’epoca a Lugano) dove si è diplomato in regia e produzione circa 6 anni fa». Alcune vicissitudini lo portano in seguito a decidere di iscriversi a un anno di corsi alla Supsi e conseguire così il Bachelor in comunicazione visiva. Ma come arriviamo alla fotografia? È una questione di incontri. Alla Supsi, Carlo ritrova Reza Khatir, che lo sprona a lavorare a una tesi in fotografia (progetto ‘Ultra Corpo’). «Ho conosciuto altri fotografi», come il brasiliano Paulo Greuel, di Florianopolis, dove Carlo trascorre del tempo dopo la Supsi. «È stata un’esperienza molto bella di scambio, che mi è servita molto». Una volta rientrato dal Brasile, per ragioni economiche inizia a lavorare molto e lavora anche a Milano, dove fa un altro incontro essenziale, quello con Fabrizio Albertini. Lui lo spinge a lavorare a un nuovo progetto seguendo un’impostazione cinematografica. Così «ho iniziato con l’analogico, per prendere dimensione con l’immagine riducendo gli strumenti; avevo bisogno di limiti». Nel frattempo vive a Locarno, «che in un certo senso crea un altro limite», soprattutto dopo aver vissuto e viaggiato altrove, dove ha maturato occhi differenti. Il progetto che ha iniziato a comporre è appunto ‘Turistica’.

Delirio d’evanescenza e sospensione

Torno al motivo che mi ha fatto conoscere Carlo e il suo lavoro: ‘Turistica’, una ricerca di due anni e composta di una trentina di scatti, che mostra una Locarno e la sua periferia sospese in un non luogo dopo la “Stagione”. S’intende quella dei tre mesi d’estate: vitale, chiassosa e stimolante. Carlo racconta il dopo: il vuoto, il grigiore che avviluppa e sospende gli abitanti, che diventano quasi evanescenti fino a farci dubitare e chiederci se esistano davvero o siano fantasmi. Non a caso sono fotografie in bianco e nero, scattate in larga parte di notte. ‘Turistica’ racconta di luoghi familiari visti sotto altri occhi, «in trasformazione e con un’altra identità. Locarno, nel periodo turistico, si trasforma standardizzandosi; è banale ma è tangibile. Chi è di qui lo sa, questi sono tre mesi buoni per vivere. Poi la città si svuota». Ma, a mo’ di chiosa, è essenziale scrivere che «nonostante le complessità, Locarno e il Ticino sono luoghi che amo molto e fanno parte della mia identità».

Gli chiedo allora come il progetto sia arrivato negli Stati Uniti: «Fra le riviste fotografiche imprescindibili c’è ‘Aperture’»; un trimestrale pubblicato dall’Aperture Foundation che propone due concorsi all’anno: «Il Portfolio Price e la Summer Open che è un’open call» per fotografi di tutto il mondo, cui Carlo ha partecipato. Viene così selezionata una ventina di fotografi che esporrà nella collettiva, che quest’anno s’intitola ‘Delirious Cities’. «Ho trovato il tagliando nella rivista; ho partecipato, ma senza aspettative. Un mese e mezzo fa, mi è arrivata la mail di notifica della mia selezione. La sorpresa è stata grandissima. Ho pianto per l’emozione».

Dove cercarlo?

A New York forse non tutti riusciranno ad andare per vedere ‘Delirious Cities’, ma Carlo è anche fra i fotografi espositori di ‘In cammino’, installazione fotografica all’aperto organizzata nell’ambito della sesta edizione del Verzasca Foto Festival a Sonogno (5-8 settembre). Alcuni rimandi in rete per chi fosse curioso e interessato ad approfondire il suo lavoro: www.carlorusca.com e la sua pagina Instagram.

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