
Di lunedì, la musica si sposta da Castelgrande al piano di sotto. È la notte dei Litfiba in Piazza del Sole, quella di un Piero Pelù con t-shirt autoreferenziale (“Ragazzacci”), portatore di un messaggio degno del miglior corso motivazionale: “Siete pronti a dare il meglio?”. Così, “Lo spettacolo” comincia. Con Franky Li Causi (basso), Luca Martelli (batteria) e Fabrizio Simoncioni (tastiere), i Litfiba non hanno perso in spinta, anzi. E l'Eutòpia Tour ha un musicista in più, Mikkel Garro, che gestisce e rielabora in tempo reale la grafica sullo schermo, a partire da una carrellata di frontmen del rock, Kurt Kobain in testa (“Lo spettacolo” fu scritta nei giorni della sua morte).
Che si andrà giù pesante vi è sensazione già su “Grande Nazione” (2012), con il Pelù che ingoia il tricolore al grido di “Italiani, su la testa!”. Poco più in là, anche “Dimmi il nome” (1993) rievocherà i mali del Bel Paese. Altro materiale dalla Trilogia degli Stati (i tre album post-reunion) arriva con “L'impossibile”, “Sole nero”, “Straniero”, “Maria coraggio”, “Barcollo”, “Oltre” e “In nome di Dio”. Ma c'è spazio anche per “Spirito” e “Fata Morgana”, che muovono la piazza, “Resta” (da “17 re”, 31 anni fa) e “Vivere il mio tempo” (1999, tempi pre-scisma).
Prima del salto negli inferi, Pelù invita a “mostrare i balconi fioriti del Canton Ticino”. Il messaggio è per le donne di Bellinzona, perché si sta per eleggere la “Regina di cuori”. Ecco, dunque, un timido lancio di reggiseni. Dalle retrovie, non è dato sapere se il flashing sia andato in scena come a Modena da Vasco; certo è che un paio di terze, presumibilmente coppa C, stanno appese (la prima) allo strumento del Renzulli e (la seconda) sull'asta del Pelu'.
Detto della parentesi goliardica (e messi da parte i sostantivi dal facile doppio senso), il concerto prosegue con la bendizione della piazza “in nomine Gotthard” su “Gioconda” (il frontman indossa una tiara papale). Dopo “Laciodrom”, la liturgia ha il suo picco su “El diablo”: alle spalle, Assad, Erdogan, Trump, Kim Jong-un, Putin, Hitler, Stalin e Al-Baghdadi con corna e lingue diaboliche. È la conclusione di un concerto che non lesina denunce al potere e alle multinazionali (mancherebbe soltanto il dito medio a quelle della musica, ma i talent “che spremono i ragazzini come limoni”, parole del Pelù alla Rsi, forse sono terreno scivoloso). Durante l'unico bis, sullo schermo corre il treno che porta a “Eutòpia”, con sopra Pertini, Lennon (dei quali si ascolta la voce), Ghandi, Dylan, Marx e Chaplin. È l'ultimo brivido, uno dei tanti di un lunedì sera tutt'altro che qualunque.