Inchiesta sulle ramificazioni svizzere della cosca 'ndranghetista Anello-Fruci, al Tpf la sorella dei due presunti boss respinge l'accusa di riciclaggio

Respinge l’accusa di riciclaggio di denaro. Sostiene che quei 50mila euro, sequestrati nel suo domicilio nel Canton Soletta nel luglio 2020 hanno un’origine lecita: a suo dire, proverrebbero tra l’altro da una polizza assicurativa e dalla vendita di immobili. Si professa innocente la 60enne cittadina italiana da oggi davanti alla giudice Fiorenza Bergomi del Tribunale penale federale di Bellinzona. Lei è la sorella dei presunti boss Rocco e Tommaso Anello: il processo apertosi in mattinata è uno dei filoni dell’importante e complessa inchiesta del Ministero pubblico della Confederazione sui risvolti elvetici delle attività della cosca ’ndranghetista Anello-Fruci. Inchiesta che, sempre al Tpf, ha visto lo scorso mese sul banco degli imputati un 58enne, cittadino italiano residente nel canton Argovia, per le ipotesi principali di partecipazione e sostegno a un’organizzazione criminale: secondo gli inquirenti, avrebbe agito quale referente del clan in Svizzera. La lettura della sentenza il mese prossimo.
La donna come detto è imputata di riciclaggio. La Procura l’accusa “di avere, almeno in data 19 luglio 2020, trasportato dall’Italia alla Svizzera e tenuto in deposito presso il proprio domicilio, la somma di 50mila euro”. Somma “imballata in tre diversi sacchetti di plastica avvolti in un panno impregnato di una soluzione composta da acqua e talco e occultata all’interno di una borsa con doppiofondo”. Sul denaro sarebbero state rinvenute “tracce di sostanze stupefacenti”. Denaro che, stando agli inquirenti, “l’imputata sapeva provenire da un crimine, segnatamente da un’infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti”, commessa, “in Italia e/o in altro Paese estero”. Difesa dall’avvocato Déborah Carlson-Burkart, la 60enne respinge gli addebiti.
Incalzata dalle domande della giudice Bergomi e della procuratrice federale Stefania Marino, la donna ha affermato che non ci sarebbe stato «un motivo specifico» per cui il denaro era imballato in tre distinti sacchetti di plastica. E l’uso di talco? «I soldi puzzavano un po’ di muffa». Quanto alle tracce di cocaina trovate sul denaro, l’imputata ha dichiarato di non saperselo spiegare.
Nata e cresciuta a Filadelfia in Calabria, la donna si è poi trasferita a Verona dove col marito si è occupata di una ditta di trasporti e dove è rimasta in seguito coinvolta nell’operazione Ring contro un traffico di stupefacenti, venendo condannata. Pagato il debito con la giustizia si è spostata in Svizzera dove risiede e lavora da una decina di anni. «Non ho mai avuto nulla a che fare con loro. Ho la mia vita e ho sempre lavorato», ha detto in aula riferendosi, con ‘loro’, ai fratelli Rocco e Tommaso.
Il processo odierno fa seguito all’opposizione della donna al decreto d’accusa dell’ottobre 2024 con cui il procuratore federale Sergio Mastroianni proponeva una pena pecuniaria di 140 aliquote giornaliere, sospesa per un periodo di prova di tre anni, e la condanna a una multa di 800 franchi. Mastroianni ordinava inoltre la confisca dei 50mila euro. Oggi, in sede di requisitoria, il procuratore ha chiesto 180 aliquote e l’espulsione della donna per tre anni dalla Svizzera.