È il bilancio della Sezione analisi tracce informatiche della Polizia cantonale per il 2025. Recuperati versamenti per circa 40 milioni di franchi

Meno reati legati alla criminalità digitale, soprattutto meno cibertruffe. È il bilancio della Sati, la Sezione analisi tracce informatiche della Polizia cantonale, per il 2025. Le indagini, viene indicato nel relativo comunicato stampa, si sono concentrate in particolare su fenomeni consolidati negli ultimi anni, come le truffe di tipo Business Email Compromise (Bec), gli attacchi ransomware e i furti di criptovalute. L’intervento degli inquirenti in casi segnalati ha permesso inoltre di bloccare e recuperare versamenti per un totale di circa 40 milioni di franchi e 47mila dollari.
Scendendo nei dettagli, come detto, i reati legati alla criminalità digitale sono diminuiti dell’8% rispetto all’anno scorso e in particolare, dopo l’aumento del 34% nel 2024, le cibertruffe sono calate del 16%. Anche alcuni fenomeni già circoscritti negli scorsi anni hanno mostrato una contrazione: tra questi i negozi online fraudolenti (da 9 a 1 caso), le Romance Scam (da 13 a 2) e le truffe legate ai piccoli annunci, nella casistica ‘merce venduta non consegnata’ (da 11 a 3).
Globalmente lo scorso anno la Sati ha portato avanti 41 incarti (50 nel 2024), effettuato 86 perquisizioni per altri servizi (52), eseguito 1’336 analisi informaticoforensi (1’121), elaborato 50 analisi criminali operative (53) e collaborato durante 43 ricerche d’emergenza (29). Gli inquirenti della Sati hanno inoltre fornito supporto tecnico ad altri servizi della Polizia cantonale in 101 occasioni, contribuendo a tracciare i flussi di criptovalute, identificare le tracce digitali e, quando necessario, procedere con richieste ai provider esteri e agli Exchange, conformemente alla Convenzione sulla cibersicurezza. “Le indagini per identificare gli autori – scrive la Sati – si confermano complesse, poiché spesso operano dall’estero e utilizzano sistemi per mantenere l’anonimato”.
Nell’ambito delle attività investigative, la Sati ha cooperato in ventitré occasioni con autorità estere nell’ambito della Convenzione sulla cibercriminalità per la conservazione di dati presenti su server di società ticinesi e ha evaso cinque richieste di assistenza giudiziaria internazionale.
Nell’ultimo trimestre dell’anno, la Sati ha poi affrontato il fenomeno denominato ‘Sms blaster’. “Questo dispositivo, simile per dimensioni a un personal computer – si spiega nella nota –, ha un funzionamento simile a una cella di telefonia mobile. Generalmente collocato all’interno di autoveicoli, genera un segnale con portata compresa tra cinquecento e mille metri. In questo modo, si identifica agli smartphone presenti nell’area come la cella di telefonia mobile più performante a cui collegarsi. Una volta stabilita la connessione, il telefono riceve automaticamente un messaggio di phishing, apparentemente inviato dalla Polizia o da servizi di spedizione, che invita l’utente a cliccare su un link per saldare una contravvenzione o pagare spese generate dalla spedizione“. In realtà, illustra ancora la Sati, “il collegamento è finalizzato alla sottrazione di dati personali. Le segnalazioni ricevute dagli utenti, dai provider di telefonia e dai partner della Confederazione, in alcune circostanze, hanno permesso l’adozione di misure volte a bloccare i cibercriminali, che spesso sono solo in transito sul nostro territorio. In un paio di casi, gli autori sono stati intercettati dalle Polizie oltre Gottardo”.