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07.07.2021 - 20:15
Aggiornamento: 08.07.2021 - 15:17

‘Il mondo non comincia e finisce con le esigenze dell’economia’

Manuele Bertoli, presidente del consiglio di Stato e direttore del Decs, replica a Stefano Modenini sui maggiori investimenti nella formazione professionale

di Generoso Chiaradonna
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Ti-Press
Manuele Bertoli

«Le indicazioni emerse dal Gruppo strategico per il rilancio del Paese hanno in parte un sapore autoreferenziale e sono in parte vaghe e quasi dovute». Così Manuele Bertoli, presidente del consiglio di Stato e direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (Decs) a proposito dei risultati presentati martedì dal responsabile del Dfe Christian Vitta. «Non intendo criticare questo lavoro, ma è chiaro che se diverse persone sentite per delineare gli elementi forti sul futuro del Ticino sono in qualche modo interessate a un eventuale futuro investimento, il risultato è sostanzialmente prevedibile. Penso al mondo accademico e della ricerca: è inevitabile che chi ruota attorno a questo ambito sostenga che bisogna puntare sulla ricerca, concetto sul quale a scanso di equivoci sono d’accordo, ma è anche imprescindibile fare i conti con la realtà, che è fatta di risorse finanziarie limitate, di maggioranze politiche che non vogliono aumentare la pressione fiscale o che addirittura lavorano per ridurla, e di bisogni espressi anche da altri pezzi della nostra società», continua Bertoli.

È però vero che il Ticino da 25 anni ha un suo sistema universitario ed è anche doveroso sostenerlo per renderlo attrattivo per i giovani ticinesi formatisi qui e che hanno trovato opportunità, magari nel mondo accademico ma non solo, fuori Cantone.

Il sistema universitario svizzero è basato sulla concorrenza e sulla libertà di scelta. La Svizzera ha ottime università, che offrono una formazione di alto livello che non sempre troviamo in Ticino o che semplicemente non possiamo permetterci per mancanza di massa critica. È questa una delle ragioni per cui una parte dei ragazzi vanno oltralpe per formarsi o partono dopo una formazione in Ticino. E se non tornano non è a causa del mondo della formazione, ma perché spesso da noi non trovano le condizioni di lavoro e di carriera che altrove in Svizzera sono possibili.

È quindi solo per una questione di livelli salariali diversi?

La nostra storia è purtroppo fatta di salari più bassi, ma la storia si può anche cambiare. Tra gli assi portanti del futuro sviluppo economico del Cantone è stato individuato anche quello inerente alla ‘Responsabilità sociale delle imprese’, che per me vuol dire versare stipendi adeguati, ma anche curare lo sviluppo professionale dei propri dipendenti e non solo usarli come forza lavoro usa e getta. È chiaro che l’obiettivo delle imprese è fare profitto, ma avere riguardo al benessere e alla carriera dei propri collaboratori magari evita che figure professionali importanti scelgano altre aziende altrove.

Un altro elemento emerso è quello della formazione. Il direttore dell’Aiti Stefano Modenini ha affermato (cfr. laRegione del 7.7.2021) che bisogna dirottare più risorse finanziarie in questo campo, magari ripensando alcuni curricula e puntando su digitalizzazione e nuove tecnologie.

Accolgo con enorme favore gli investimenti nella formazione, ma va detto che non è sempre con maggiori risorse finanziarie che possiamo cambiare le libere decisioni dei ragazzi e delle ragazze quanto al loro futuro professionale. Ho già accennato al problema della massa critica, che ci impedisce qua e là di aprire curriculum per pochissime persone anche nel settore della formazione non accademica, ma aggiungo che si nota come a una serie di professioni i giovani ticinesi non sono più interessati. Anche le scelte di genere sono difficili da modificare, si fa fatica ad esempio a far scegliere alle ragazze dei mestieri ‘bollati’ come maschili. Non possiamo e non vogliamo imporre scelte a nessuno, altrimenti entreremmo in una logica dirigista, ma con la sola sensibilizzazione, necessaria e sostenuta, i mutamenti sono inevitabilmente lenti.

Il mondo del lavoro sta cambiando. Nascono nuovi mestieri e la tecnologia impone comunque delle scelte per il futuro. Perché non pensare di riorganizzare l’offerta formativa e scolastica investendo molto in questo ambito e tralasciando altro?

Risottolineo che gli investimenti nella formazione sono assolutamente benvenuti, non solo per il loro effetto sulle professioni dei futuri adulti ma anche e soprattutto per la formazione culturale generale dei giovani, ma non possiamo fermarci a uno sguardo settoriale. Il mondo, anche in Ticino, non comincia e finisce con le esigenze dell’economia. Abbiamo anche un enorme problema connesso con l’emergenza climatica e ambientale, abbiamo uno stato sociale da preservare (con la pandemia abbiamo visto bene quanto sia prezioso), è evidente che non possiamo semplicemente dirottare risorse da un ambito verso un altro dimenticandoci degli altri bisogni.

Dopo la scuola dell’obbligo però la scelta scolastica o professionale più gettonata è quella commerciale.

Sì, ma se per ipotesi dovessimo dimezzare le sezioni delle scuole commerciali, cosa faremmo fare a centinaia di ragazzi che non scompaiono nel nulla? Avremmo bisogno di molti più posti di apprendistato nei settori auspicati da Modenini, ma sono anni che cerchiamo di aumentare i posti di tirocinio, anche discutendo con le associazioni professionali, senza per ora vedere aumenti significativi. Il mondo economico è pronto a offrire molti più posti di apprendistato, che sono poi i posti di lavoro di domani, anche nel nome della ‘responsabilità sociale delle imprese’? Io me lo auguro proprio, sarebbe un bel risultato del partenariato tra Stato e mondo del lavoro.

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