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laR
 
01.06.2021 - 05:30
Aggiornamento: 12:01

Valenzano ‘amareggiata dal processo alle intenzioni’

La capodicastero Sicurezza fornisce la sua versione sulla demolizione di parte dell’ex Macello. Zanini Barzaghi invece si sente ‘scavalcata’

valenzano-amareggiata-dal-processo-alle-intenzioni

«Adesso l’importante è avviare il dialogo, trovare una soluzione costruttiva invece di rimanere solo sul valore simbolico dell’edificio demolito all’ex Macello, che io stessa riconosco e della cui scomparsa mi dispiaccio. D’altronde né io, né la stragrande maggioranza dei colleghi municipali neghiamo la piena legittimità di un’esperienza di autogestione». Ci tiene a dirlo chiaro e tondo la municipale di Lugano Karin Valenzano Rossi, «amareggiata» da quello che ritiene un «processo alle intenzioni» dopo la scelta di radere al suolo nottetempo parte del centro sociale, scelta fatta durante la manifestazione degli autogestiti che nella notte tra sabato e domenica avevano a loro volta occupato simbolicamente l’edificio ex Vanoni. Decisione che la capodicastero Sicurezza e spazi urbani assicura non essere premeditata e che avrebbe rispettato la legalità. Valenzano Rossi vuole guardare oltre e pensa che una soluzione sia «ancora possibile, come dimostra anche il mio impegno recente per trovare un dialogo, che qui ribadisco. Dialogo che però finora non si trova».

Per calmare gli animi, però, è importante capire cos’è successo. Lo sgombero prima o poi era previsto. Secondo il municipio, sabato costituiva solo un’ultima ratio qualora la manifestazione degenerasse, come avete ritenuto fosse il caso dopo l’occupazione dell’ex Vanoni. Ma la demolizione cosa c’entra?

La demolizione non era uno scenario a nostra conoscenza. Ci è stata presentata come ipotesi solo a sgombero avvenuto, quando la polizia, dopo aver valutato la situazione, ha indicato che era necessaria per evitare conseguenze gravi nel caso di tentativi – preannunciati – di rientro degli autogestiti e quindi di un’altra serie di scontri. Certo, sono consapevole del fatto che l’impatto emotivo è grande, ma la priorità era necessariamente quella di evitare che si producessero situazioni con epiloghi gravi, in caso di rioccupazione di uno stabile che ha dei problemi statici noti.

Ma perché mai abbattere l’edificio vuoto in fretta e furia avrebbe aiutato la sicurezza?

Nel caso di un tentativo di rioccupazione c’erano seri rischi per l’incolumità fisica degli stessi manifestanti e delle forze dell’ordine. Gli autogestiti avrebbero potuto ad esempio arrampicarsi sui tetti dell’edificio già pericolante e scontrarsi con la polizia. Questa la valutazione data dalla stessa polizia sul campo, responsabile per il coordinamento dell’operazione: data la loro esperienza e presenza, abbiamo ritenuto che fosse prudente seguirne il suggerimento. D’altronde penso che se fosse successo qualcosa di grave, adesso non saremmo certo qui a parlare della demolizione, ma piuttosto dell’irresponsabilità per non avere agito.

Come è stato possibile mobilitare le ruspe in così poco tempo? E chi ha dato l’incarico alla ditta di demolizione?

Mi è stato spiegato che è possibile mobilitare gli escavatori anche in tempi brevi, senza averli preallertati. La polizia si è occupata di tutto, incluso l’incarico alla ditta i cui lavoratori sono stati convocati per intervenire.

Resta incredibile che una decisione così grave sia stata ‘recapitata’ dalla polizia cantonale a voi municipali solo all’ultimo momento. Chi ha sbagliato?

Non sta a me ora fare speculazioni su come si sia arrivati a tale informazione solo in quel momento. Certamente avrei preferito poterne discutere preventivamente in Municipio con la necessaria calma. Forse nel tempo la rete di informazioni tra tutti gli attori coinvolti è stata indebolita dalle sistematiche fughe di notizie dal Municipio.

Chi aveva in mano il boccino sul campo?

Si è trattata di un’operazione di polizia cantonale, che ne aveva il comando, supportata dalla polizia comunale. (Sulle responsabilità a livello cantonale abbiamo interpellato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, che però ha preferito non pronunciarsi, come consuetudine del Consiglio di Stato quando c’è in ballo un’interrogazione sul tema quale quella promossa dal Ps, ndr)

Vi viene contestata anche la legalità della demolizione. Al di là della licenza edilizia – che il Municipio prevede di ottenere in sanatoria – alcuni giuristi ritengono che ci siano stati un abuso di potere e una sproporzione di intervento per i quali potrebbe intervenire il Ministero pubblico anche senza una denuncia. Oltre al mancato rispetto del Codice penale vi si contesta il fatto di non avere consultato la pretura, scavalcando il potere giudiziario.

È proprio per questo che sono amareggiata. Ma davvero il tema è che a non rispettare la legge siamo noi e non molti autogestiti? C’era un’emergenza, la si è dovuta trattare come tale per scongiurare epiloghi gravi. Da quando in qua si pretende che la polizia in situazioni del genere resti ferma? Abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare in quel frangente, agendo con la massima prudenza e coordinandoci peraltro con i colleghi di Municipio, che hanno deciso a maggioranza.

Invece la municipale Cristina Zanini-Barzaghi (Ps) ha lamentato in un comunicato stampa che “la decisione è stata presa di fretta nella notte senza consultazione di tutto il Municipio”.

Con la collega ci siamo sentite subito prima che mi contattasse la polizia con l’indicazione per la demolizione, e aveva manifestato espressamente la sua contrarietà a ogni intervento sull’immobile e sugli effetti personali dei molinari all’interno. Ne abbiamo preso atto, come abbiamo preso atto dell’analoga opposizione ribadita durante una precedente telefonata dal collega municipale Roberto Badaracco (Capodicastero cultura, sport ed eventi, del Plr come Valenzano Rossi, ndr) a ogni operazione correlata allo sgombero.

Alcuni sono preoccupati per la salute: c’era amianto nella struttura abbattuta?

Non ho indicazioni in tal senso. Il tetto era di tegole, non di eternit. Mi è stato assicurato che le operazioni di smaltimento vengono effettuate tempestivamente nel rispetto della salute e coinvolgendo esperti per questo tipo di situazioni.

Ieri in serata è giunta anche la condanna della demolizione da parte dei consiglieri comunali del suo partito (vedi sotto). Cosa risponde?

Il Gruppo condivide l’operazione di sgombero e sostiene la mia iniziativa volta ad aprire il dialogo, ritiene però sproporzionata la demolizione. Rispetto le sensibilità diverse, soprattutto di chi non è stato chiamato a decidere d’urgenza per scegliere tra il rischio di feriti – o peggio – e il mantenimento dell’immobile.

DICASTERO IMMOBILI

Zanini Barzaghi si sente ‘scavalcata’

Le ragioni sono ben diverse, ma amareggiata è anche Cristina Zanini Barzaghi, per la demolizione dell'ex Macello di Lugano e perché ribadisce di non essere stata informata dell’operazione. «Sono titolare del dicastero Immobili, che sta seguendo la riqualifica del comparto, sono stata presidente della giuria che ha preparato il concorso per la sua futura destinazione, stiamo preparando il messaggio per la progettazione: è tutto in mano nostra. Quindi sì, trovo ci sia stato uno scavalcamento abbastanza pesante». Come ha già indicato in una nota inviata ieri, la municipale socialista sottolinea di essere rimasta all’oscuro della demolizione e di considerarla un’operazione effettuata superficialmente.

«Quando ho saputo che era stato sgomberato ho suggerito ripetutamente di sorvegliare l'edificio senza toccare nulla per un paio di giorni. Se davvero è stata decisa la demolizione per una questione di incolumità, sarebbe bastato lasciare il posto sorvegliato fino a stamattina e i servizi comunali sarebbero andati lì a mettere in sicurezza o eventualmente a consigliare una demolizione». La legislatura non è quindi iniziata con le migliori premesse. Addirittura, c’è chi arriva a dire che Zanini Barzaghi dovrebbe rassegnare le dimissioni per non essere stata coinvolta. «Sono spesso in minoranza in Municipio. Le dimissioni non risolverebbero il problema, dopo otto anni sono abituata a operare in contesti difficili. Faccio fatica, ma qualcosa lo porto a casa».

E fra i vari temi che vedono Zanini Barzaghi in minoranza, vi è proprio la questione del dialogo con l’autogestione. «Non sono più molto attiva su questo fronte. Le cose si fanno se si è in squadra e se c’è ascolto reciproco. Avrei delle proposte concrete: da anni chiedo di avere un mediatore. A meno che non venga imposto dal Cantone (vedi sotto, ndr), temo che questo non accadrà».

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