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15.05.2021 - 05:100

In carcere si finisce sempre meno, e la ‘clemenza’ funziona

Un nuovo studio dell’Ustat fa il punto sulla situazione della privazione di libertà in Ticino e in Svizzera, dove reinserimento e sostegno diventano sempre più importanti. Con successo.

In galera si finisce sempre meno. Lo conferma ‘Privazione della libertà e prigione in Ticino e in Svizzera’, uno studio appena pubblicato dall’Ufficio di statistica. Per la prima volta i numeri sulle carceri svizzere vengono aggregati e raccolti in maniera sistematica, descrivendo una realtà sempre più attenta alla riabilitazione di chi commette un reato, ma con tanta strada ancora da fare. Ne parliamo con l’autore Daniel Fink, docente all’Università di Losanna e già a capo della sezione Criminalità e diritto penale presso l’Ufficio federale di statistica.

Nonostante il diritto comune, le diverse regioni della Svizzera paiono adottare un approccio diverso al carcere. È corretto?

In effetti, mentre in Svizzera tedesca sono più orientati alle pene alternative e al reinserimento, l’area francofona appare ancora esposta a una forte politicizzazione del dibattito su sicurezza e crimine. A influire molto è anche l’elezione popolare dei procuratori, come nel caso di Ginevra, dove il procuratore generale Olivier Jornot sostiene che “la piccola criminalità non è sensibile a pene pecuniarie e braccialetti elettronici, ma solo alla prigione e all’espulsione”. Se ne possono immaginare le conseguenze: un grave affollamento della prigione di Champ-Dollon da 15 anni, una situazione inaccettabile per la città della Croce Rossa e dei diritti umani.

Il Ticino invece è particolarmente clemente?

Decisamente il Ticino si dimostra da tempo prudente nel ricorso alla privazione di libertà. I casi di condanne al carcere sono in costante diminuzione, dalle 300 circa del 1990 alle 200 del 2018. È diminuita anche la carcerazione preventiva, dai 1000 casi degli anni ’80 ai 400 degli ultimi anni. Ci sono però anche alcuni segnali in controtendenza, in particolare per quanto riguarda l’esecuzione anticipata della pena, che al 31 gennaio scorso contava 71 casi; nel 30% delle esecuzioni anticipate, la permanenza in carcere prima di una sentenza supera i 3 mesi. È un dato che fa riflettere perché si tratta di un istituto molto controverso: di fatto implica una parziale ammissione di colpevolezza, ma prima del processo, quindi costituisce una situazione problematica per il principio della presunzione d’innocenza.

Dal 2018 si invertono poi le curve della condizionale.

Dopo la mini-riforma entrata in vigore all’inizio di quell’anno, vediamo che in Ticino i giudici ricorrono fino a cinque volte più spesso alla pena sospesa con la condizionale invece che a quella pecuniaria sospesa, introdotta come alternativa al carcere nel 2007. Forse si ritiene che la condizionale abbia maggior valore simbolico nello stigmatizzare il delitto commesso, tuttavia non ha un valore dissuasivo o rieducativo maggiore.

Da un punto di vista statistico, chi ha più probabilità di finire dietro le sbarre?

Il 94% dei detenuti in Svizzera è maschio. Il 70% è straniero, di cui metà senza permesso di soggiorno.

Musica per le orecchie di chi ha fatto dei ‘criminali stranieri’ un elemento di marketing politico.

Va tuttavia notato che molti finiscono in prigione proprio per il fatto di essere stranieri senza regolare permesso: nel caso in cui siano sospettati di reato, gli inquirenti optano per la detenzione preventiva nel timore che scappino, cosa che non fanno con gli svizzeri, che tra l’altro costituiscono la maggioranza dei condannati alle pene più lunghe. Poi non si può negare un certo pregiudizio da parte delle corti. Qualche anno fa l’esperta di psicologia del diritto Revital Ludewig chiese a numerosi giudici se secondo loro un cognome straniero potesse influenzare negativamente il giudizio dei loro colleghi: circa il 70% rispose di sì.

Quanto contano le dipendenze – alcol, droga, farmaci – nella probabilità di commettere un crimine?

Per esperienza possiamo dire: molto. Negli anni ’90 alcuni studi associavano la tossicodipendenza a un terzo delle detenzioni. Purtroppo però non si raccolgono dati statistici nazionali che permettano di avere un quadro quantitativo generale della situazione. Apparentemente la politica non lo ritiene un tema al quale valga la pena destinare molte risorse.

Al momento della riforma del Codice penale, alcuni temevano che l’introduzione delle pene pecuniarie e il minore ricorso al carcere avrebbero indebolito l’effetto deterrente delle sanzioni, incoraggiando il crimine e la recidiva. È stato così?

Niente affatto. L’introduzione e il boom di pene pecuniarie non ha invertito la contrazione nel numero dei reati commessi. Nel frattempo, studi e statistiche hanno dimostrato che il valore deterrente di una pena detentiva è identico a quello di qualsiasi altro genere di sanzione, almeno per i reati che prevedono condanne fino ai due anni (e in Ticino il 50% di tutte le pene detentive senza condizionale non supera i 90 giorni). Quanto alla recidiva, sappiamo che soprattutto nei casi più lievi il carcere può fare più male che bene, anche a livello psicologico e in generale ai fini del reinserimento. Nel 2019 abbiamo anche visto 4mila casi di pene detentive minori – non superiori ai sei mesi, come capita d’altronde nell’80% dei casi –, pene residue e multe non pagate convertite in lavori di pubblica utilità. Con tutte queste alternative al carcere il tasso di recidiva è addirittura diminuito.

Quando si tratta di reati violenti, però, alcuni casi di recidiva spingono molti a chiedersi se non si potessero evitare con detenzioni prolungate. Ha senso?

È estremamente difficile prevedere chi ricadrà nella violenza, ed è molto pericoloso affidare il dibattito alla reazione emotiva basata su singoli casi. L’unico modo per evitare questi episodi sarebbe quello di ‘buttar via la chiave’ dopo il primo delitto di una certa gravità, una soluzione che naturalmente fa a pugni con lo Stato di diritto. Peraltro un approccio più severo non garantisce un’accresciuta sicurezza collettiva, come vediamo nel caso del sistema carcerario ‘industriale’ statunitense.

Una priorità del diritto svizzero invece è il reinserimento sociale: con quali risultati?

Le attività di consulenza – psicologica, educativa, professionale – stanno aiutando i detenuti a ‘uscire’ con successo e a non ricadere in comportamenti criminali. Sarebbe però importante rendere ancora più efficiente il sistema di supporto integrato – professionale, logistico, psicologico – per i casi più a rischio, e intensificarlo al momento della liberazione. Anche perché circa il 10% ricade nel crimine entro il primo mese di libertà.

Poi c’è la questione dei minori. Per loro vale un diritto penale autonomo entrato in vigore nel 2007, orientato anzitutto all’educazione.

Dal 2007 le autorità ricorrono sempre meno al carcere e ai collocamenti d’ufficio. Le condanne alla privazione della libertà – anche sospese con la condizionale – erano oltre 1'000 nel 2004 in Svizzera; ora si sono praticamente dimezzate. Va detto che anche i reati più gravi tra adolescenti sono molto diminuiti, insieme ai casi di recidiva. Nel frattempo si stanno ancora ripensando organizzazione e funzione delle apposite strutture.

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