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16.04.2021 - 05:30
Aggiornamento: 14:13

Minacce sui social, l’agente divide ancora

Gli addetti ai lavori stigmatizzano la condotta del poliziotto – già condannato per post 'nazi' – ma molti invitano a non prendere decisioni precipitose

minacce-sui-social-l-agente-divide-ancora
Il messaggio pubblicato su Facebook

La storia è di martedì: un sergente maggiore della Polizia cantonale minaccia di percosse sui social l’ignoto vandalo che ha preso a sprangate la sua auto. Il messaggio lascia poco spazio all’interpretazione, il “succedaneo d’uomo nonché figlio di padre ignoto” rischierebbe grosso qualora ci riprovasse: “Sarà forse l’unica volta che non vedrai l’ora che arrivino in tuo aiuto i tanti odiati sbirri! Applicherò un’antica legge non comune alle nostre latitudini...” Aggrava la posizione del poliziotto il fatto che fosse già stato condannato per post razzisti e inneggianti al nazifascismo, mentre è fonte d’imbarazzo per l’esecutivo cantonale la sua promozione, un paio d’anni fa, a sergente maggiore. Ma uno sproloquio sui social – come se ne leggono tanti – deve davvero destare preoccupazioni? Oppure è meglio non esasperare quello che potrebbe essere solo uno sfogo in un momento di rabbia e di stress? Giriamo la domanda a diversi esponenti della Polizia, dei sindacati e della magistratura.

Galusero: ‘Promozione discutibile’

Giorgio Galusero, granconsigliere liberale e storico tenente della Polizia cantonale, non ha dubbi: «Si tratta di un comportamento inammissibile, proprio come lo erano gli elogi del nazifascismo e com’era discutibile la scelta di promuoverlo. Ora il Consiglio di Stato deve prendere posizione con urgenza, perché certi episodi costituiscono un segnale preoccupante per i cittadini e un brutto colpo per l’immagine della Polizia, che spero sia ancora considerata un esempio dalla popolazione».

Getta invece acqua sul fuoco Max Hofmann, segretario generale della Federazione Svizzera dei Funzionari di Polizia, un’importante associazione di categoria: «Si tratta di un ottimo agente dalle molte qualità. Se ha sbagliato dovrà naturalmente accettare le conseguenze dei suoi errori, ma eviterei conclusioni precipitose. Prima di tutto occorre comprendere il contesto e la situazione personale che possono avere determinato certi comportamenti, proprio come si fa con qualsiasi altro cittadino. Aspettiamo dunque l’esito di un’eventuale inchiesta». Hofmann si distanzia da Galusero anche in merito al rischio che un episodio del genere getti cattiva luce sulla Polizia in generale, corroborando l’odioso stereotipo dello “sbirro fascio”: «Non penso proprio che sia questo il caso, si tratta in ogni caso di episodi isolati».

Ma non è discutibile il fatto che una persona con certi precedenti sia stata promossa col beneplacito del Consiglio di Stato? «L’agente aveva già pagato per quanto fatto in passato, per cui credo che quello sia da ritenere un capitolo chiuso tanto in riferimento alla promozione, quanto nel leggere questo nuovo episodio. Chi a suo tempo ha dovuto fare le valutazioni per la decisione avrà in ogni caso operato con professionalità».

Le reazioni dei sindacati

Da parte sua anche il mondo sindacale invita a non precipitare e a non fare di tutta l’erba un fascio, pur apparendo unanime nell’ammettere la gravità dell’accaduto. Raoul Ghisletta, segretario Vpod e granconsigliere Ps, lo dice subito chiaramente: «È chiaro che si è andati fuori dai paletti. Per questo è importante che si sensibilizzino gli agenti all’uso consapevole dei social, soprattutto visto che il caso coinvolge un quadro». Ghisletta è netto anche sulla necessità di andare fino in fondo: «I responsabili del personale devono aprire un’inchiesta amministrativa, com’è successo nel 2017 nel caso dei commenti sopra le righe in Facebook fatti da due docenti: allora il Consiglio di Stato nella risposta a un’interrogazione della Lega indicò che furono comminati un ammonimento e una multa. Ovviamente la questione della gestione corretta dei social è pure importante, quando lo Stato seleziona le candidature alle promozioni».

Anche Giorgio Fonio, segretario Ocst, mette l’accento sulla sensibilizzazione all’uso dei social «che il Comando sta portando avanti, peraltro con ottimi risultati se si pensa che casi come questo sono assolutamente isolati». Ma sollecita anche a scavare più a fondo: «A un primo sguardo risulta evidente che i toni del messaggio sono assolutamente inadeguati. Invito però a non affrettare condanne sommarie: tra le righe del messaggio traspare una sensazione di frustrazione e stress che potrebbe spiegare – senza per questo in alcun caso giustificarlo – il comportamento dell’agente. Del resto sappiamo che la Polizia è esposta a pressioni e tensioni».

Allarga l’inquadratura oltre la cronaca di giornata Bruno Balestra: «Ignoro gli aspetti personali e altre circostanze che valuterà chi di dovere. La notizia riportata mi ha però ricordato l’episodio della candidata filonazista al Comune di Capriasca dalla quale l’Udc ha preso recentemente le distanze», riflette l’ex procuratore generale. «Se anche un partito politico valuta che certi estremismi ideologici sono incompatibili con la propria immagine, questo vale a maggior ragione quando si deve valutare come un funzionario rappresenta le istituzioni di fronte alla collettività, e quindi occorre porsi il problema della ricaduta di certe condotte». Per Balestra «errare è certamente umano, ma il perseverare di atteggiamenti incompatibili con la funzione, come le recenti intemperanze, dovrebbe spingere chi di dovere a interrogarsi sulla persistenza dei presupposti di idoneità alla funzione». Funzione che «impone – come quella di un insegnante o di un magistrato – di mettere da parte certe condotte e certe esternazioni. A nessuno si può chiedere di essere impeccabile, ma soprattutto a chi rappresenta le istituzioni si chiede di essere consapevole della ricaduta del proprio esempio, come a un calciatore si domanda di non bere e fumare prima di scendere in campo. Può sembrare un discorso d’immagine, ma in questi casi la forma è sostanza».

L’INTERROGAZIONE

I Verdi: ‘Assordante silenzio’ di Gobbi

Non è tardata ad arrivare la reazione dei granconsiglieri verdi, che ieri hanno inoltrato un’interrogazione al Consiglio di Stato (lo stesso esecutivo che aveva suffragato la promozione dell’agente senza sollevare particolari obiezioni). Il testo parla di “assordante silenzio del Capo del dipartimento delle Istituzioni” Gobbi, poi chiede al Consiglio di Stato se è stato informato dell’accaduto e quale sia la sua posizione sull’argomento. Si domanda anche se si intendono prendere provvedimenti. In caso contrario, i Verdi chiedono se il governo cantonale “ritiene che una persona che ha mostrato in passato simpatie nazifasciste e ora minaccia di farsi giustizia da sé, quando invece dovrebbe essere garante e difensore della Legge, sia all’altezza del suo compito di Sergente maggiore”.

Leggi anche:

L'agente condannato per post nazisti ora minaccia un vandalo

Le minacce dell’agente e il silenzio di Gobbi

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