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09.03.2021 - 05:500
Aggiornamento : 10:13

La polizia li prelevò nottetempo, ora possono restare

Permesso alla famiglia azera oggetto di un discusso tentativo di respingimento a Viganello. Il ricorso all'Onu potrebbe cambiare la prassi

Viganello, Lugano, settembre 2018. Sono circa le due di notte quando la Polizia si presenta alla Pensione La Santa e ‘preleva’ una madre azera e i suoi due figli di 8 e 4 anni. Li porta fino all’aeroporto di Zurigo, mentre uno dei piccoli continua a piangere e vomitare. L’idea è quella di rinviarli in Italia, paese nel quale sono stati registrati al loro arrivo in Europa. Sono già sull’aereo quando la madre si oppone al respingimento. Tutto si ferma, la donna deve arrangiarsi da sé per tornare in Ticino, ma su di lei incombono ancora le decisioni negative già prese dalla Segreteria di Stato della migrazione (Sem) e dal Tribunale amministrativo federale. Ma i legali continuano a insistere, sostenuti da quei cittadini che hanno preso a cuore la situazione della famiglia. Intraprendono la via del ricorso individuale all’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani.

È allora che Ginevra manda un monito a Berna: bisogna riconsiderare la pratica, la Convenzione sui diritti dell’infanzia prevede che questi siano da ritenersi più importanti di tutto il resto. Viene fatta valere la cosiddetta “clausola di sovranità” all’articolo 17 del Regolamento di Dublino, che in questi casi permette deroghe al principio del rinvio nel Paese di prima accoglienza. D’altronde la famiglia in Italia non conosce quasi nessuno, da anni la sua vita è qui.

L’altro giorno arriva la nuova decisione della Sem: permesso B, la famiglia può restare, incluso il padre, rientrato in Svizzera dopo l’ennesimo arresto per motivi politici a opera degli sgherri di Ilham Aliyev, padre-padrone della dittatura azera. È una vittoria non solo per la coppia di giornalisti indipendenti e per i loro figli, ma anche per quei cittadini e residenti in Ticino che hanno offerto loro un sostegno instancabile. Ne parliamo con Gabriela Giuria Tasville, direttrice della Fondazione Azione Posti Liberi, impegnata con la sua rete giuridica a favore dei richiedenti asilo.

Si tratta di una decisione che potrebbe trasformare in modo significativo le decisioni svizzere in materia d’asilo. Come è stato possibile?

Intanto, l’avvocata Immacolata Iglio-Rezzonico e la nostra Rete di giuristi hanno potuto utilizzare uno strumento nuovo previsto dalla Convenzione, quello del ricorso individuale in difesa dei minori di fronte alle istanze internazionali. Si tratta di un nuovo protocollo ratificato dalla Svizzera nel 2017, permette sostanzialmente di portare un caso privato di fronte a un comitato Onu senza dover delegare la questione al rapporto tra le Nazioni unite e il singolo Paese. Allo stesso tempo, però, è stato fondamentale il ruolo della società civile: è grazie ai cittadini che possiamo conoscere quello che succede, ed è insieme a loro che possiamo garantire tutto il supporto del caso. Spesso abbiamo visto che quella mobilitazione è riuscita non solo a sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche a offrire un aiuto concreto e sollecito.

Un altro esempio di mobilitazione è quello per la famiglia curda yazida che la Sem voleva rinviare in Grecia: per loro – sette persone in tutto – si era attivata con una raccolta di firme anche una classe del Liceo cantonale Lugano 1.

Anche in quel caso l’impegno civile ha attivato quello giuridico e ha permesso alla famiglia di restare, sconfessando l’idea che nei campi greci per rifugiati si possano rispettare i diritti dei più giovani. Ancora una volta l’impegno a difesa dei più vulnerabili nasce a livello locale, eppure allo stesso tempo attiva processi trasformativi destinati a costituire importanti precedenti giuridici. Anche lì rivolgersi all’Alto commissariato per i Diritti Umani è stato necessario.

L’impressione è che la Sem applichi in modo molto rigido le prescrizioni sui respingimenti, mentre finora si sarebbero considerate molto meno le eccezioni di carattere umanitario.

L’importanza di certe decisioni è anche quella di agevolare il ripensamento di alcune pratiche. Anche perché la famiglia azera aveva già messo radici in Ticino e dimostrato uno sforzo d’integrazione ben prima del tentato respingimento. Col Permesso B si riconosce il loro sforzo e al contempo si dà loro il diritto di lavorare e integrarsi definitivamente. Parliamo di due giornalisti perseguitati dal regime, che quindi non potevano rimpatriare e non avevano legami particolari in Italia, il loro paese d’ingresso in Europa. Ora potranno mettere a frutto le loro competenze in quella società che ha dato loro il benvenuto. Un caso da manuale.

Eppure di casi da manuale ce ne sono tanti, che spesso però non arrivano neanche a un primo ricorso: persone sole, scoraggiate, senza soldi né competenze linguistiche. Molti in passato sono spariti dai radar. Difficile credere che tutti riescano a ottenere la stessa protezione.

Certo, è chiaro che specie chi è solo e più fragile rischia di non riuscire a far valere i suoi diritti. Proprio per questo è importante l’impegno comune, la capacità di correre in aiuto in modo coordinato mettendo a disposizione tempo, attenzione, risorse. D’altronde un singolo ricorso può richiedere mesi di lavoro.

Una decisione come quella della settimana scorsa dimostra che gli spiragli ci sono, che convenzioni internazionali come quelle che proteggono non solo i bambini, ma anche le donne e le persone a rischio di tortura costituiscono strumenti potenti. Però la legge non basta senza una rete di solidarietà e giuristi specializzati. La nostra Fondazione li sostiene grazie a corsi di aggiornamento, anche in collaborazione con l’Istituto di Diritto dell’Usi e canalizzando aiuti finanziari per tasse di ricorso esorbitanti.

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