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12.02.2021 - 06:000

Dadò (Ppd): 'La società è fragile, noi attenti ai giovani'

Nel dibattito tra aperture e chiusure, il presidente popolare democratico chiede 'piedi di piombo' e avverte: 'I ragazzi faticano, c'è troppa negatività'

«Chi fa politica deve infondere sicurezze, non sparare in ogni direzione giusto per dire di aver detto una cosa migliore degli altri. Questa cacofonia è da irresponsabili». Pesa come un macigno il giudizio che il presidente cantonale del Ppd Fiorenzo Dadò consegna alla ‘Regione’ sulle recenti prese di posizione di Plr, Udc e Ps raccolte dal nostro giornale in vista delle decisioni del Consiglio federale su eventuali allentamenti o meno delle restrizioni dopo il 28 febbraio, previste la settimana prossima. Per Dadò «non ha alcun senso lanciare affondi su questo o quel consigliere federale, compongono un collegio unico e se viene presa una decisione è quella. Il nostro compito di politici, in questa fase delicata e di incertezza, è di essere votati alla prudenza e alla collaborazione».

Quindi non si schiera tra gli ‘aperturisti’.

Una eventuale riapertura adesso non dà alcuna garanzia che poi non si debba di nuovo imporre restrizioni, questo psicologicamente sarebbe insostenibile per la popolazione e con l’avvicinarsi della primavera e della Pasqua sarebbe una botta per tutti e in particolare per il settore turistico che sta già soffrendo. Questa mancanza di certezze su come evolveranno i contagi e l’effetto delle vaccinazioni mi fa andare coi piedi di piombo, ed è poco sensato usare giochi di parole come ‘aperture con precauzioni’, che in concreto non garantiscono proprio nulla. Se uno apre, apre. Se tiene chiuso, tiene chiuso: le mezze misure creano più problemi che vantaggi. In più, se permette mi fa specie che chi oggi spinge in tutti i modi per la riapertura quando si è trattato di dare una mano concreta all’economia che sta soffrendo non l’ha fatto. Sui costi fissi e sugli affitti il nostro consigliere nazionale Regazzi ha provato a far di più, Udc e Plr hanno detto di no, bocciando la proposta.

Se si continuasse con le attuali misure restrittive lei sarebbe soddisfatto quindi?

Restano grossi problemi aperti. Se a Berna decideranno di andare avanti con queste misure è imperativo da parte dello Stato mettere in campo maggiori aiuti, in particolare per coprire i costi fissi per ora non coperti che affliggono piccoli commerci e ristorazione in particolare. Pur sapendo che questa non è una soluzione a lungo termine ed è spiacevole per chi la subisce, nelle prossime settimane si potrebbe proseguire con questo sforzo, ma andando a sostenere e indennizzare maggiormente dal punto di vista economico queste attività.

A chi va il suo pensiero in particolare?

Ai piccoli commerci, ma penso anche a tutto il settore della cultura. Musicisti, artisti, coloro che vivono e fanno vivere l’arte non sono stati considerati a dovere ed è una grave mancanza che bisogna colmare al più presto, si tratta di persone che stanno facendo un’enorme fatica, che non possono nutrirsi d’aria.

La possibilità di multare chi non rispetta le misure imposte dalle Autorità come la valuta?

Trovo inaccettabile che la polizia vada in giro a multare persone per quisquilie, addirittura entrando nelle case a controllare se si è in sei o sette, per non parlare delle persone fuori dagli esercizi pubblici che fanno il servizio take away dove se qualcuno è a due metri dal locale invece che sei, possono esserci problemi seri per il gerente. Non vorrei che la necessità sanitaria si traducesse in un pretesto di coercizione nei confronti dei cittadini, che qualcuno si lasciasse nuovamente prendere la mano. In primavera eravamo tutti spaventati e abbiamo sentito che gli anziani dovevano andare in letargo, ecco, derive di questo tipo da parte di chi controlla vorremmo non vederne più.

Sembra di capire che lei veda grossi problemi anche a livello di società.

Viviamo in una società forte ma solo all’apparenza, ma che nella sua struttura tecnologica e del consumo è più fragile, decisamente senza strumenti a livello psicologico per affrontare le avversità e l’incertezza rispetto a quella dei nostri nonni. I dati su alcolismo, abuso su minori, criminalità giovanile e depressioni in crescita sembrerebbero attestare il crescente disagio anche se erano già un grave problema ben prima del lockdown e della pandemia. È quindi arbitrario oggi utilizzare, come fa qualcuno, questi drammi per dire che bisogna riaprire tutto. Lo Stato dovrebbe immediatamente mettere in piedi un tavolo di lavoro per affrontare questi temi delicati che con la negatività che stiamo vivendo sono venuti maggiormente alla luce.

Teme soprattutto per i più giovani, quindi.

Da un anno su giornali, televisione, social media veniamo investiti quasi solo di negatività, incertezza e previsioni apocalittiche. L’influenza che tutto questo avrà sullo sviluppo dei giovani che sono stati privati dei contatti socializzanti e che hanno timore persino di andare a trovare i nonni per paura di infettarli, potrebbe avere dimensioni preoccupanti. Ne parlano poco o nulla, non sappiamo con sicurezza cosa vivono ma potrebbero venir segnati per sempre. Rendiamoci conto che a quell’età la paura di contaminare genitori o nonni con un virus invisibile che li fa star male, del quale hanno scarsa percezione di dove sia e cosa sia ma sanno che può essere letale, significa vivere con la costante paura della morte e dell’abbandono, con effetti che possono essere devastanti anche in termini di senso di colpa. Non possiamo stare a guardare, hanno bisogno di noi e non succederà niente di buono se non ci diamo subito da fare. Mi auguro davvero che l’ente pubblico e la politica non pensino solo a conti da sanare, risarcimenti, statistiche di contagi e varianti, ma che venga messo in piedi al più presto, ripeto, un tavolo di lavoro e riflessione pratica composto da membri della magistratura, della medicina, della società, dell’educazione e della scuola.

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