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laR
 
10.02.2021 - 05:50

Marchesi (Udc): ‘Riaperture, il Plr lasci la linea Berset’

Il presidente democentrista chiede di riaprire le attività e critica i consiglieri federali liberali: ‘Finora si sono schierati con la sinistra’

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Ti-Press

«In Consiglio federale ci sono due Udc e due Plr, se si mettessero d’accordo il problema sarebbe risolto». È netta la risposta che il presidente cantonale e consigliere nazionale dell’Udc Piero Marchesi, a colloquio con ‘laRegione’, dà a distanza, al presidente liberale radicale Alessandro Speziali che la scorsa settimana ha lanciato molte critiche all’operato del Consiglio federale tutto e in particolar modo di Alain Berset, capo del Dipartimento federale dell’interno. Non c’è soddisfazione per una possibile collaborazione nel campo borghese a livello ticinese? «Certo che mi fa piacere, ma è evidente che i due liberali in governo, Keller-Sutter e Cassis, fino ad oggi si siano schierati con Berset e la sinistra. La maggioranza borghese è purtroppo solo teoria. Questo è il problema».

Stando a quanto emerso dal recente incontro tra Consiglio federale e capi di partito sembrerebbe prevalere l’orientamento di Berset, nessuna o pochissime simboliche riaperture dopo il 28 febbraio. Un altro stop alle rivendicazioni che l’Udc porta avanti da tempo?

È ora che questa disastrosa politica di Alain Berset venga messa all’angolo da una maggioranza ragionevole del Consiglio federale. A noi interessa che si possa risolvere la pandemia dal punto di vista sanitario, insistendo con la vaccinazione soprattutto per i gruppi a rischio e attuando controlli a tappeto per individuare possibili infetti. Dovremo imparare a convivere con il virus ancora per diversi mesi, questo senza però paralizzare il paese con dannosi e ingiustificati lockdown. Ci sono settori in grosse difficoltà come la ristorazione, che ha speso un sacco di soldi per garantire le norme sanitarie, ed è stata ingiustamente chiusa, e i piccoli commerci, dove quando va bene ospitano contemporaneamente una manciata di clienti. Le decisioni che hanno portato alla loro chiusura sono incomprensibili e frutto di poca razionalità, occorre riaprire le attività in sicurezza, con la disinfezione, le distanze, l’uso delle mascherine e i controlli. Oggi la polizia ha anche la possibilità di multare chi non rispetta queste norme.

L’Udc si oppone alle chiusure ma ha comunque due consiglieri federali, Ueli Maurer e Guy Parmelin. Due consiglieri federali che tengono anche i cordoni della borsa. Qual è il vostro rapporto con loro?

Il nostro gruppo parlamentare da tempo chiede una riapertura e mi permetto di dire che sono gli stessi obiettivi dei due nostri consiglieri federali. Nella popolazione si avverte una certa insofferenza per il fatto che non si sta prendendo di petto la situazione. Se è vero che con la prima ondata abbiamo reagito bene oggi, con l’esperienza anche della Romandia, abbiamo capito che i lockdown non sono la soluzione nel medio-lungo periodo. In questo momento, dove registriamo dati confortanti, bisogna riaprire controllando che tutte le norme vengano rispettate. Se si ragiona come fatto negli ultimi mesi, significa considerare i lockdown l’unica soluzione, che si traduce nello stare chiusi fin quando il virus sarà presente. Uno scenario catastrofico.

Il presidente del Consiglio di Stato ticinese Gobbi ha detto che considerati gli attuali numeri un prolungamento delle attuali chiusure sarebbe ingiustificato. Non crede che si stia andando incontro a un deficit di ascolto da parte delle Autorità federali?

Sì, perché più che altro si tratta di una questione di credibilità. Se tu come Consiglio federale decidi certe chiusure, che evidentemente servono a poco, la gente fa fatica a capirle. Nella prima ondata non abbiamo faticato ad accettarle, anzi, c’era molta unione d’intenti. Ora è però evidente che si sta improvvisando. La pandemia non è solo salute pubblica, è anche economia, socialità e i dati relativi all’aumento vertiginoso della disoccupazione - più 40% in Svizzera -, come della violenza tra i giovani e il disagio in generale, dimostrano che bisogna assolutamente ritrovare una certa normalità.

In merito a quanto dice, però, soprattutto dalla sinistra venite accusati di essere un partito che difende solo l’economia e non la salute pubblica. Come risponde?

Mantenere i posti di lavoro ed evitare il fallimento delle aziende credo che sia nell’interesse di tutti, anche della sinistra, per questo ci vuole un giusto equilibrio tra salute ed economia. Chi ci accusa di essere troppo attenti alle esigenze delle aziende evidentemente non parla con gli imprenditori, ma neppure con i lavoratori che sono molto angosciati per il loro futuro. Sono molto preoccupato perché le aziende che ora riducono il personale licenziano prima i ticinesi siccome costano di più e quando ripartirà l’economia, verosimilmente, riassumeranno solo frontalieri. Questo scenario è disastroso in particolare per il Ticino, ma purtroppo verosimile, soprattutto a causa della sinistra che si è sempre stracciata le vesti per mantenere in vigore la libera circolazione.

Sia Maurer sia il vostro presidente nazionale Marco Chiesa hanno fatto il conto di quanto costano le chiusure: 6 milioni di franchi l’ora. Si sta spendendo troppo? Si doveva fare di più?

Guardi, in una situazione di questo tipo conta l’ammontare degli aiuti ma soprattutto la tempistica, la Svizzera è stata eccellente soprattutto nella prima ondata. Invito chi critica a guardare all’Italia dove c’è gente che, malgrado le promesse, a oggi non ha ancora ricevuto nulla. Si poteva fare di più e meglio? Sicuramente, ma le decisioni ci sono state e sono state celeri. Gli imprenditori e lavoratori ora preferiscono però lavorare in sicurezza invece di stare a guardare l’azienda chiusa che, neppure integralmente, viene rimborsata del danno. A me non fa paura l’indebitamento, potrebbe addirittura fare bene al franco svizzero perché lo indebolirebbe un po’. Quello che mi spaventa è che più si tengono ferme le attività, più faranno fatica a ripartire. Al di là dei risarcimenti mi preme che le aziende possano finalmente tornare a lavorare, perché i numeri lo permettono e la situazione pandemica è finalmente sotto controllo.

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‘Da Berna arrivino scenari sulla riapertura delle attività’

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