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Maria Chiara Ferrazzo Arcidiacono, responsabile del servizio di psicologia OSC e della task force psicologica Covid-19 (Ti-Press)
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CORONAVIRUS
19.02.2021 - 06:000
Aggiornamento : 12:09

La psiche scricchiola e il peggio è ancora all’orizzonte

I dati cantonali mostrano un aumento dei problemi sociopsichiatrici, ma gli esperti temono che sarà la crisi post-Covid ad avere l'impatto peggiore

Che la pandemia intacchi anche la nostra psiche, ormai lo abbiamo capito un po' tutti. Meno incoraggiante è scoprire che il deterioramento recente potrebbe dimostrarsi il preludio del peggio all’orizzonte. Saranno mesi, anni tosti: questo ci tocca dedurre confrontandoci con l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (Osc).

Nel 2020 il suo lavoro di assistenza ambulatoriale è aumentato del 10 percento a Lugano, e se ancora non si registrano picchi simili altrove, «dall’estate scorsa vi è stato un aumento delle segnalazioni e delle richieste in tutti i servizi, nel Sottoceneri come nel Sopraceneri».  Ce lo spiega Maria Chiara Ferrazzo Arcidiacono, responsabile del servizio di psicologia Osc e della task force psicologica Covid-19. L’aumento ‘tardivo’ conferma come il protrarsi della crisi sia stato più destabilizzante della prima emergenza. Soprattutto, secondo Ferrazzo Arcidiacono «potrebbe eventualmente vedersi confermato anche durante la prima metà del 2021, e andare peggiorando man mano che anche le difficoltà economiche faranno sentire il loro peso su individui e famiglie. È a quel punto che alcuni casi di disagio temporaneo rischiano di avere uno sviluppo clinico più grave e prolungato».

‘Rivelate fragilità latenti’

Stabile, finora, il numero di ricoveri nelle strutture psichiatriche, contenuto d’altronde dal fatto che durante il picco pandemico gli ospedali hanno ridotto la ricettività. «Nel nostro settore – prosegue Ferrazzo Arcidiacono – alcune persone che avevano in programma dei ricoveri volontari hanno verosimilmente optato per gestire il loro malessere a livello ambulatoriale, ad esempio intensificando i contatti con i loro curanti». Quanto alle ospedalizzazioni per abuso di alcol e stupefacenti, «sono rimaste stabili quelle legate a patologie croniche, ma si è visto un aumento dei ricoveri d’urgenza per un eccesso sporadico». Un altro segnale del fatto che «la pandemia ha contribuito a rivelare fragilità latenti nella popolazione, anche se è giusto precisare che si tratta comunque di casi minoritari».

Sono invece circa 6mila gli adulti e 2mila i giovani e bambini seguiti l’anno scorso dagli ambulatori Osc. «Poco meno della metà delle nuove consulenze concerneva una preoccupazione o un sintomo correlati a stress, a disturbi d’ansia, a episodi di somatizzazione o a problemi correlati a situazioni sociali, lavorative o famigliari. I dati evidenziati dal nostro lavoro clinico sono in linea anche con le ricerche a breve termine sull’impatto psicologico della pandemia in questi mesi». D’altronde, secondo uno studio appena pubblicato dall’Università di Basilea, il 18% degli svizzeri e il 16% dei ticinesi dichiara sintomi depressivi gravi: il dato non equivale a un'analisi clinica diretta – per la quale serve più tempo –, ma è comunque indicativo se paragonato al 3% registrato prima della pandemia.

L’importante, ora, è tenere sotto controllo la situazione e prevenire casi che altrimenti potrebbero farsi più gravi. Per questo il Dipartimento della sanità e della socialità si impegna in una serie di attività informative e di prevenzione: la recente stampa di 45mila opuscoli per ‘Prendersi cura di sé anche in tempi difficili’; un sondaggio in corso sulla salute della popolazione; ma soprattutto il proseguimento dell’attività di una hotline gratuita al numero 0800 144 144. Proprio al telefono sono state fornite finora oltre 400 consulenze, per lo più «legate alla frustrazione dovuta alla situazione, quindi per casi che non si possono già catalogare nel novero delle diagnosi mediche». Contatti che permettono comunque di fornire un primo supporto, come quello già offerto a oltre 200 dipendenti delle case anziani.

Ma alla fine cosa dobbiamo sperare, dottoressa? «Ci auguriamo che alcuni sintomi scompaiano fisiologicamente con il migliorare della situazione generale e che la maggior parte delle persone possa superare con le proprie risorse questo momento di disagio. Per coloro che sono in difficoltà sarà importante rivolgersi a un professionista, tenendo ben presente che la prevenzione è fondamentale e consente una riduzione dello sviluppo di malattie con sintomi più gravi e croniche».

Al 143 una mano da Telefono Amico

A proposito di chiedere aiuto: la pandemia passa anche dalle linee di Telefono amico, che da cinquant’anni esatti – l’antenna ticinese fu aperta a Chiasso nel 1951 – presta orecchio a chiunque ne abbia bisogno. «Per ora non possiamo parlare di un significativo aumento delle chiamate, ma è invece chiaro che il tema è entrato nella quotidianità delle nostre consulenze, al telefono come pure in chat», spiega Claudia Cattaneo, portavoce dell’associazione. «Normalmente non ci si rivolge a noi per questioni direttamente legate al coronavirus, e quando capita rimandiamo alla hotline cantonale; ma anche il nostro servizio ha dovuto constatare nei casi seguiti un prevedibile aumento dell’ansia e del disagio legati all’emergenza, all’incertezza lavorativa e per il futuro, all’impatto delle restrizioni che si sono rese via via necessarie. La solitudine, in particolare, ha finito per colpire profili già fragili».

Le chiamate ogni anno sono oltre 15mila, delle quali circa 13mila si concludono in un vero e proprio colloquio d’aiuto; spesso c’è chi chiama più volte al giorno. Ma anche Cattaneo teme che sarà il futuro a registrare un aumento netto dei casi: «Probabilmente i nodi devono ancora venire al pettine, in particolare per quanto riguarda le conseguenze lavorative della crisi e le ricadute negative sulle relazioni umane e familiari. Per questo sarà importante prepararci ad ascoltare anche chi oggi, magari, non è ancora pronto a raccontarsi». Il numero è il solito: 143, oltre alla chat accessibile su www.143.ch

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