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L’affondo di Bertoli: ‘I livelli alle Medie da sostituire’

Intervista al direttore del Decs, che propone ancora il superamento di un totem: ‘Sappiamo che c'è forte resistenza, ma generano una serie di problemi’

Ti-Press
3 ottobre 2020
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Incassato il via libera del Gran Consiglio al pacchetto di miglioramenti per la scuola dell’obbligo, non c’è intenzione di fermarsi. «Credo che i livelli alle scuole medie debbano essere sostituiti con qualcosa di diverso e migliore», afferma a colloquio con ‘laRegione’ il direttore del Dipartimento educazione, cultura e sport Manuele Bertoli. E ne è convinto: «Si tratta di un tema che deve essere affrontato di nuovo, dopo l’iniziativa parlamentare dei Verdi della legislatura 2011-2015 e dopo il blocco del progetto ‘La scuola che verrà’, perché genera una serie di problemi».

Quali?

La questione delle medie matematiche per accedervi, così come la lettura esterna alla scuola che viene data al valore dei livelli. Si interpretano i livelli come una sorta di rating tra allievi bravi che raggiungono i livelli A e meno bravi che raggiungono invece i livelli B. Si tratta dell’ultimo elemento di divisione strutturale degli allievi, e arriveremo presto con una proposta di superamento.

Dopo la bocciatura popolare della sperimentazione de ‘La scuola che verrà’ cosa le fa sperare che questa volta andrà in maniera diversa?

Sappiamo che c’è una resistenza piuttosto forte anche a livello politico da parte di chi vede i livelli come un premio al merito. Si è fermata la discussione, come dice lei, dopo lo stop a ‘La scuola che verrà’, ma i problemi rimangono e occorre tornare a parlarne. Studi approfonditi condotti da chi analizza i sistemi educativi hanno mostrato chiaramente che i livelli, più che premiare gli allievi migliori, premiano il milieu di provenienza degli allievi. Chi proviene da ceti più benestanti, chi è nato e cresciuto in Svizzera ha meno difficoltà ad accedervi rispetto a chi ha origini più modeste o un passato migratorio, non sempre perché davvero più studioso.

Qui si apre la questione del passaggio dalla scuola dell’obbligo al post obbligo tout court, però.

Sì. Oltre al tema dei livelli dobbiamo riprendere una discussione sui criteri di passaggio dall’obbligo al post obbligo. Oggi sono consegnati a una media matematica, mentre meriterebbero di godere di un altro tipo di trattamento più fine e meno grossolano. Occorre passare dal concetto della sola media matematica a qualcosa di più solido, aggiungendo alle note, che nessuno mette in discussione e che rimarranno, un profilo sulle competenze dell’allievo, mettendo in luce cosa egli può dare anche a livello personale, quali sono i suoi talenti e quali le sue mancanze. Qualcosa che vada al di là delle note numeriche. Ci stiamo lavorando, e spero che si possa fare un passo avanti in questa legislatura perché il tema è fermo da diverso tempo. Il fatto che il Gran Consiglio abbia raddoppiato il numero di ore di sgravio dei docenti di classe nel secondo biennio delle scuole medie forse può aiutarci, perché questa figura importante avrà più tempo da dedicare anche a questo aspetto.

Un passo in avanti anche verso l’inclusione da voi auspicata in ogni ambito della formazione?

Credo e spero di sì. Tutto quello che ci aiuta a descrivere meglio un allievo in uscita dalla scuola è utile per ottenerne una fotografia più fedele rispetto a una lista di note sulla licenza alla fine delle scuole medie. Le note rimarranno, lo ripeto, ma danno un riscontro sull’allievo solo fino a un certo punto. Proprio per questo capita che dall’esterno, per esempio dalle aziende, si voglia sapere sempre più qualcosa che vada oltre alle note. Profili ben fatti degli allievi, offerti a chi deve accoglierli che sia post obbligo o apprendistato o mondo del lavoro, sono un servizio utile agli allievi stessi, ma anche a chi li aiuterà a continuare la propria formazione.

Sempre rimanendo in ambito inclusione, per lei cosa può essere ancora migliorato?

Gli interventi sono sempre quantitativi, riferiti alle risorse a disposizione, e qualitativi, riferiti alle modalità con cui le risorse vengono usate. In termini quantitativi sicuramente si sono fatti passi avanti per la pedagogia speciale, che concerne anche gli interventi all’interno della scuola ordinaria. Avremo presto, è già stata votata dal Gran Consiglio, la cantonalizzazione dei docenti per alloglotti alle scuole comunali. Abbiamo potenziato i docenti di appoggio alle scuole comunali, i laboratori, i doposcuola e il sostegno pedagogico alla scuola media. Di cose ne sono state fatte. Sul discorso qualitativo invece è centrale che queste risorse vengano usate bene, in maniera corretta ed efficace. E dal punto di vista organizzativo alcune cose possono essere migliorate.

Quali ad esempio?

Un ragionamento che si sta facendo all’interno del Dipartimento è mirato a capire come concepire sotto un unico grande cappello tutto quello che esula dall’intervento ordinario, partendo dal sostegno pedagogico fino ad arrivare alla scuola speciale e agli interventi personalizzati. L’obiettivo è capire come poter far lavorare al meglio tutte le figure e far sì che la rete sia il più efficace possibile. Una grande sfida organizzativa.

A proposito di sfide e formazione, a causa delle misure prese per limitare la pandemia c’era molto timore per la campagna di collocamento per gli apprendisti. Con i progetti ‘Più duale’ e ‘Più duale plus’ avete fatto molto. Resta ancora qualche possibilità di migliorare, agevolare la situazione?

Dobbiamo partire dal presupposto che la formazione duale, elemento di forza della Svizzera perché capace di conciliare la formazione scolastica con quella pratica, ha un tallone d’Achille: l’andamento economico. Se questo viene rallentato o bloccato per un motivo o l’altro, l’esigenza o l’attenzione generale delle aziende per la formazione può ridursi. Per noi e per gli apprendisti ciò non va bene. Aiutare le aziende a mantenere questo discorso aperto è fondamentale e ci muoviamo in questa direzione: la burocrazia, ad esempio, cerchiamo di ridurla al minimo ma non possiamo evitare una certa organizzazione che ci viene imposta da leggi federali. Quest’anno avevamo l’obiettivo di aumentare i posti, a causa della pandemia saremmo già contenti se riuscissimo a mantenere quelli dell’anno scorso. A oggi ce ne mancano circa 200 su 2’400, la campagna si chiude alla fine di ottobre e sono fiducioso. Spero almeno nel pareggio rispetto all’anno scorso, perché l’economia sa che aiutando a preparare i ragazzi per il loro futuro aiuta anche se stessa nel creare le nuove leve del domani, quelle persone pronte a entrare in azienda con alle spalle già una certa pratica effettiva.

Prima dell’apprendistato c’è però la scuola dell’obbligo. Settore per il quale la scorsa settimana il parlamento ha dato il via libera a dei miglioramenti che, a regime, rappresentano un investimento di oltre 19 milioni annui. Come si tradurranno, nella pratica quotidiana, in un concreto miglioramento per gli allievi?

Le modifiche sono diverse. Cominciamo dalle scuole che accolgono i più piccoli, qui abbiamo la grossa novità dell’intervento in maniera significativa dei docenti di appoggio, docenti a metà tempo che coadiuvano il docente titolare. Avere un docente e mezzo per la metà del tempo permette di fare un lavoro migliore e di essere più vicini alle individualità degli allievi. Stesso discorso per le scuole elementari, l’intervento del docente d’appoggio nelle monoclassi oltre 22 allievi, e nelle biclassi oltre i 20. Si tratta di un intervento piuttosto importante che credo spingerà ad avere, comunque, una riduzione del numero di allievi per classe. L’obiettivo è avere un rapporto numerico tra docenti e allievi più ridotto, in modo che il docente abbia il tempo e lo spazio per essere più vicino all’allievo come persona. E quindi fare bene il lavoro di differenziazione pedagogica, che vuol dire personalizzare l’intervento, tenere conto di quello che gli allievi sanno fare o sanno fare poco, in modo da non proporre a tutti la stessa scuola ma proporla in maniera differenziata. Il miglioramento delle condizioni di insegnamento migliorerà la qualità dell’apprendimento, le cose sono strettamente legate.

In Gran Consiglio l’Mps ha polemizzato sull’effettivo calo di numero di allievi per classe previsto per le scuole medie.

È semplice: se il numero massimo diminuisce da 25 a 22, la cosa si rifletterà anche sul numero medio che pure lui scenderà. Oggi con 74 allievi si fanno tre classi, domani con 67 se ne faranno quattro: la classe sarà di 16, 17, 18 allievi. Ben diverso rispetto ad averne 23, 24, 25.

Questo pacchetto è arrivato in aula diverso da come è stato presentato, vale a dire senza l’abbassamento del numero di allievi per classe alle comunali. Accadde la stessa cosa con ‘La scuola che verrà’, che il Gran Consiglio ha votato in forma diversa rispetto alle vostre intenzioni iniziali. È frustrante essere a capo di un Dipartimento che sa di dover lottare più di altri per ottenere dal Legislativo quello che propone?

Questo non è un problema del Dipartimento, ma squisitamente politico. Nel senso che se io invece che il Decs avessi preso un altro dipartimento verosimilmente avrei avuto più problemi in quel settore. Posso dire di essere contento di aver insistito in questi ormai nove anni sulla scuola dell’obbligo e di aver portato a casa una serie di miglioramenti, perché in passato era rimasta al palo per molto tempo e, anzi, aveva subito una serie di decurtazioni pezzetto a pezzetto per ragioni di risparmio. La scuola dell’obbligo è nel mio cuore perché è quella che forgia i ragazzi, che deve permettere loro di arrivare a 16 anni e tirar fuori le doti migliori. Pur nelle difficoltà, e con il rammarico di tante cose che si sarebbero potute ottenere e che invece non sono arrivate, dei bei passi in avanti sono stati fatti. Anche in tempi difficili, perché a parte gli ultimi tre gli altri sono stati di vacche magre dal profilo finanziario. Ogni provvedimento in più è stato una difficile conquista, abbiamo dovuto insistere e insistere, ma sono contento perché sono cose che resteranno, soprattutto per gli allievi.

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