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22.04.2020 - 06:00

Noi, i supermarket e la spesa 'da bunker'

Un occhio alla grande distribuzione in piena emergenza coronavirus mostra come cambiano le nostre abitudini. Almeno per ora

Ci siamo passati più o meno tutti, nella prima fase di quest’emergenza dominata dall’incertezza e da una certa ansia: la spesa ‘da bunker’, quella nella quale si arriva alla cassa col carrello che sbanda sotto il peso di cibi in scatola, conserve, carta igienica, saponi di ogni tipo, e magari quei cinque o sei chili di arance da superstizione, “perché la vitamina C fa sempre bene, dai”. Ora, per i supermercati, è il momento di fare un bilancio di quell’ondata. Verrebbe da pensare che con le frontiere praticamente chiuse le casse abbiano scampanellato con particolare vigore. E in effetti «abbiamo notato un chiaro aumento della richiesta per tutto l’assortimento», conferma la portavoce di Lidl Svizzera Corina Milz

Tuttavia, spiega il portavoce di Migros Ticino Luca Corti, il 2020 «non sarà un anno da ricordare quanto a fatturato». Questo perché il picco di spesa iniziale si è ormai esaurito – «le riserve sono ormai state costituite», come dire che di pelati e bagnoschiuma ne abbiamo fino a Natale – e ora si torna a una certa moderazione.

Certo, «dall’inizio del mese di marzo abbiamo notato un aumento di frequenza nei supermercati alimentari e un aumento dello scontrino medio», dovuto anche alla fine del «turismo degli acquisti» e al fatto che «con mense e ristoranti chiusi la popolazione cucina a casa». D’altro canto, però, c’è stato il blocco della vendita di prodotti diversi dagli alimentari – come l’elettronica, i giocattoli e gli articoli sportivi – ai quali si sono aggiunte le nuove misure igieniche «che hanno richiesto l’ausilio di importanti mezzi finanziari e l’impiego di più di cento persone». In generale, aggiunge il portavoce di Coop Mirko Stoppa, «registriamo circa un terzo di clienti in meno nei nostri negozi», anche se «le persone che continuano a visitare i nostri supermercati acquistano in media più prodotti». Un fenomeno verosimilmente legato al fatto che molti fanno la spesa anche per genitori e nonni.

La composizione del paniere è mutata, come se la psiche di tutti si fosse adeguata a una sorta di piano pandemico collettivo. Coop sottolinea «un aumento della domanda degli alimenti a lunga conservazione». Stessa musica tra gli scaffali Migros: « Vi è stato un aumento trasversale della vendita di alimentari: beni durevoli – pasta, riso, farina, scatolame, surgelati, eccetera –, ma anche freschi e regionali; in questo caso l’aumento percentuale delle vendite si attesta tra il 30 e il 40%». E poi naturalmente «vi è stato un picco di vendita di prodotti per l’igiene personale: sapone, carta igienica, eccetera. La cosa che forse più ha impressionato è stata la ‘caccia’ alla carta igienica...». Né potevano mancare gli effetti della corsa a sfornare pane, pizza e dolci casalinghi, magari da immortalare in compiaciute foto sui social: vanno per la maggiore farine speciali, lievito, burro.

Chissà poi se questo cambio nei consumi si rifletterà in un ripensamento durevole circa quello che infiliamo nel nostro carrello. «Per parlare di tendenze forse è un po’ presto», afferma la presidente dell’Acsi Evelyne Battaglia-Richi. «In generale, comunque, a causa anche delle difficoltà economiche in cui iniziano a trovarsi persone singole e famiglie, notiamo una maggiore attenzione verso i prodotti a lunga scadenza. C’è anche una riduzione degli sprechi. Ci si sta insomma concentrando, per via anche della chiusura forzata dei piccoli commerci, su ciò che è veramente necessario. In prospettiva, poi, dovrebbe esserci una maggiore propensione al consumo di prodotti a chilometro zero, una propensione per la merce locale che andrà agevolata», auspica Battaglia-Richi.

Ma che sia a chilometro zero o diecimila, per ora l’approvvigionamento di alimenti quali frutta e verdura non appare a rischio. Sul piano locale, la mancanza di manodopera in un settore che impiega il 95% di braccianti stranieri pare scongiurata, grazie anche a una facilitazione delle procedure di permesso. E proprio la grande distribuzione ha introdotto varietà locali un tempo destinate alla sola ristorazione, riscattando dal macero una parte della produzione. Quanto ai prodotti che vengono da paesi come Spagna e Italia, Swisscofel – l’associazione-mantello dei grossisti di frutta e verdura – ringrazia le facilitazioni volute dall’Unione europea: le corsie preferenziali create per lavoratori e merci dovrebbero allontanare il rischio di mancato approvvigionamento, anche se a volte i costi logistici maggiorati possono riflettersi sui prezzi al dettaglio. A gestire i picchi di domanda aiutano anche misure quali «l’estensione degli orari di consegna, l’aumento del personale e il continuo contatto coi fornitori», spiega la portavoce di Lidl.

Altro discorso per tutto quello che non è cibo o generi di prima necessità, e che ormai si trova solo sul web, dove secondo Battaglia-Richi «si arriva ad acquistare anche cose non per forza necessarie». Con un’importante conseguenza: «Chi comincia a comprare online, poi difficilmente smette: potrebbe diventare un’abitudine. Cosa che però rischia di mettere in ulteriore difficoltà i piccoli negozi, con contraccolpi pesanti per l’economia locale».

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