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Coronavirus, storia di un infermiere alla Carità di Locarno

‘Penso che nessuno di noi abbia mai visto una cosa del genere’. La pressione c'è, ma 'riusciamo a far fronte alla situazione'

(Ti-Press)
31 marzo 2020
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Luca Lorenzetti fa l’infermiere da dodici anni, lavora all’Ospedale La Carità di Locarno. Ha proprio la voce gentile della quale si ha bisogno quando si è malati, oppure in pensiero per qualcuno. Con tutte le rotondità della sua pronuncia locarnese dice subito: «Penso che nessuno di noi abbia mai visto una cosa del genere, neanche i veterani del mestiere. Ma ci siamo organizzati subito, e riusciamo a far fronte alla situazione».

Lui non ha paura, nonostante le lunghe giornate con pazienti che affrontano un decorso difficile, rapido e spesso imprevedibile: «Forse, ecco, un po’ di preoccupazione la si sente all’inizio del turno, perché non si è mai sicuri di cosa ci si debba aspettare». Però basta «incontrare i colleghi, vederli sorridenti». Sorridenti? «Sì. Non mi sarei mai aspettato così tanto affiatamento, così tanta forza in tutti: non solo gli infermieri, ma anche i medici, gli addetti alle pulizie e alla mensa, proprio tutto il personale insomma. Si vede che sulla paura vince la voglia di aiutare».

'Saper ascoltare'

Come caporeparto, Lorenzetti è il perno di un’organizzazione che deve affrontare non solo il numero crescente di ricoveri, ma anche la necessità di fare da tramite con le famiglie degli ammalati. «In entrambi i casi è importante saper ascoltare. Ce la mettiamo tutta per permettere agli uni e agli altri di comunicare, ora stiamo anche organizzando un sistema di videochiamata: sarà utile ad esempio a chi è tracheotomizzato e non può parlare. A chi è fuori raccontiamo la giornata dei loro cari, i piccoli dettagli che sappiamo fare la differenza per attenuare la preoccupazione: oggi suo padre si è seduto, ha mangiato… cose così. Ai parenti dei malati terminali, quando possibile, cerchiamo di permettere almeno un ultimo saluto».

Quanto ai pazienti stessi, si tratta anche di star loro vicino attraverso le rispettive corazze: tubi e cannule da una parte, dall’altra mascherine, guanti, occhialoni e pesanti camici idrorepellenti «che ci fanno sempre sudare»: «Anche quando il paziente è intubato continuiamo a parlargli, sappiamo bene che ci sentono. Facciamo attenzione a quello che ci comunicano con i loro gesti: il movimento di una mano o di un piede, uno sguardo».  

Un compleanno indimenticabile

Il momento più triste finora «è stato il giorno in cui abbiamo isolato l’ospedale per dedicarlo interamente ai pazienti col coronavirus. Lì ci siamo resi conto di avere oltrepassato una soglia importante». Col tempo, però, stanno arrivando anche momenti più confortanti: «Mercoledì sono usciti i primi due anziani dalla terapia intensiva. Portarli fuori dalla fase acuta, vederli migliorare, osservarli mentre sorridono: è quello il senso del nostro mestiere. A me fa piacere quando ci applaudono e ci dicono che siamo eroi, ma la cura è lo scopo del lavoro che facciamo. E vorrei che ricordassimo anche chi assiste le persone in casa anziani o nei foyer, anche loro stanno facendo un lavoro eccezionale».

Lorenzetti ha una moglie anche lei infermiera alla Carità, una figlia di sei anni e un bimbo di due e mezzo. «In questo momento, trovo nella famiglia tutto quello che mi serve per affrontare le difficoltà: quando torno a casa faccio i lavoretti con mia figlia, tengo un diario delle prime parole di suo fratello. Certo ci mancano i nonni, ma fra videoconferenze e saluti dalla finestra ci organizziamo. Il fatto che anche mia moglie faccia questo mestiere ci permette di capirci e aiutarci a vicenda. Invece per il babysitting ci aiutano tanto amici e parenti, naturalmente nel rispetto di tutte le misure emanate dalle autorità». D’altronde, «è quasi più fuori che dentro l’ospedale che si ha il tempo per sentire il pericolo, per accorgersi di questa bolla quasi irreale: quando ad esempio devi rinunciare all’abitudine del caffè coi colleghi, prima del turno». Lorenzetti ha festeggiato i suoi 37 anni il 13 marzo, il giorno prima che chiudessero negozi e ristoranti: «Ho portato una torta in reparto, l’abbiamo mangiata insieme ai colleghi. È un compleanno che non dimenticherò mai».

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