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06.11.2019 - 11:370

Il climatologo e l'economista

Come coniugare benessere e sostenibilità ambientale? Ai ‘Confronti’, svoltosi ieri all'Usi, sono intervenuti Luca Mercalli e Lucas Bretschger

Se l’economia è la ‘scienza triste’ per eccellenza, ultimamente anche la climatologia pare contenderle l’ingrata etichetta. In realtà entrambe – lo si è visto ieri all’Università della Svizzera italiana, durante i ‘Confronti’ organizzati dall’Istituto di ricerche economiche – più che tristi si direbbero razionali nel loro monito: il cambiamento climatico causato dall’uomo minaccia il nostro stile di vita, e ora si tratta di trovare soluzioni realistiche, sapendo anche che alcune rinunce saranno necessarie. Scelte da effettuare «prima che il paziente diventi terminale» e l’entità dei cambiamenti climatici risulti incontrollabile, come ricorda il climatologo Luca Mercalli.

Suggerimento colto al volo da Lucas Bretschger, economista del Politecnico di Zurigo specializzato in sostenibilità e ambiente, che ha ricordato come le soluzioni non siano solo una questione ‘loro’, ovvero della politica e dell’economia, ma di tutti i consumatori e cittadini. Un approccio introdotto anche dai giochi interattivi che hanno accolto i tanti presenti, giovani e no. Il problema è l’eventuale aut-aut fra crescita economica e difesa dell’ambiente.

Bretschger è ottimista: «Vi saranno costi di transizione nel breve periodo, per esempio per la produzione e distribuzione di energia rinnovabile. Ma è un costo minore per l’economia». Nel lungo periodo invece, ci spiega a margine dell’incontro, «i mercati anticiperanno i cambiamenti e forniranno le soluzioni, gli ingegneri troveranno nuove soluzioni capaci di combinare crescita e sostenibilità».

E la politica? «La politica è la chiave, è quella che attiva i processi di cambiamento». Solo che dici politica climatica e pensi alle tasse: «Le tasse sono efficaci, ma non necessariamente eque», dipende da come se ne ridistribuisce il gettito. Per questo serve una combinazione di misure diverse, ad esempio «tasse sui trasporti, un bando sulle auto a combustibili fossili, e anche sussidi» per edifici ecocompatibili e trasporti pubblici, «ma senza eccessi: sono anche quelli soldi che vengono dalle tasse».

Bretschger non è d’accordo con l’approccio più cinico, quello che suggerisce a Paesi piccoli come la Svizzera di aspettare che a muoversi siano i giganti, Usa o Cina. «La tentazione del free riding» – letteralmente ‘scroccare un passaggio’ alle grandi potenze, aspettando che siano loro a cambiare il mondo – «non porta lontano: il nostro Paese ha sempre avuto successo come leader dei cambiamenti economici e tecnologici»; chi segue gli altri invece perde le opportunità della nuova economia, e «deve abituarsi a redditi inferiori».

Anche Mercalli ci dice che ritiene possibili «soluzioni win-win», ma è meno ottimista sulla bacchetta magica dell’innovazione tecnologica per salvare la crescita: «Prima di tutto bisogna elaborare modelli economici sui quali si è investito poco». Neppure la decrescita si può escludere: «È una delle tante proposte, ancora molto imperfetta». Mercalli, che da due anni non prende l’aereo, ammette che «certe scelte richiedono delle rinunce. La speranza è che le rinunce negoziate fra tutti tocchino solo il superfluo».

Ma non sempre è così, e allora tocca pensare, ad esempio, a fare meno figli: «Secondo l’Onu, se nulla cambia aumenteremo di 2 miliardi entro il 2050, e ogni abitante in più messo al mondo costituisce il maggior consumo energetico futuro». Per mantenere standard accettabili di vita, insomma, bisogna considerare anche l’opzione di riprodursi di meno, «non per costrizione, ma con l’intelligenza».

Un po’ il problema che aveva posto anche l’economista Malthus, ma lui non ci aveva preso: nel 1798 non seppe prevedere i cambiamenti tecnologici che avrebbero sfamato la popolazione, e che per Bretschger diventano sempre più rapidi e diffusi: si pensi a web e smartphone. «Ma se una volta si è pescato dal mazzo un jolly, non siamo autorizzati a pensare che ce ne siano altri cinquanta. La fortuna può contare» per Mercalli, «ma farvi troppo affidamento non è razionale. Malthus secondo me aveva ragione; la sua previsione va solo spostata in avanti di qualche secolo, nulla rispetto ai 200mila anni dell’homo sapiens».

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