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24.08.2019 - 07:140

È morto Angelo Lamberti, superpoliziotto ticinese

Era stato commissario della Polizia cantonale. Ha dato un contributo decisivo a storiche inchieste sulla mafia e i grandi reati finanziari.

È morto Angelo Lamberti, classe 1935, commissario della Polizia cantonale fino al 1998, anno della sua pensione dopo 41 anni di servizio. Lamberti ha condotto indagini decisive su casi cantonali e internazionali di primo piano, da quelle sulle infiltrazioni mafiose ai maggiori reati finanziari. Per ricordarlo ripubblichiamo un'intervista che concesse ad Andrea Manna nel 1998, alla vigilia del pensionamento.

«Quello è un vero poliziotto», sussurra un agente di pubblica sicurezza mentre ci avviciniamo all’ufficio del commissario Angelo Lamberti. Giovedì 26 novembre, secondo piano del posto di polizia di Bellinzona: Lamberti fra un paio di giorni andrà in pensione. Sessantatré anni, di cui quarantuno nella Cantonale. Tanti i successi alle spalle: nel maggio del 1980 identificò e arrestò con un collega l’autore del clamoroso colpo al treno sulla tratta Bellinzona-Locarno (mezzo milione di franchi). I colleghi lo hanno sempre considerato uno di polso. «Perché vado avanti come un carro armato: ne ho fatti confessare parecchi – dice – ma ho sempre trattato chi ha sbagliato come un essere umano, da uomo a uomo. Ricordo che quando arrestammo uno del Comune dove abito questi minacciò di uccidere, una volta fuori, le mie figlie. Uscito dal carcere venne da me: “Angelo, dammi una mano a trovare un posto di lavoro”. Gliela diedi. Quali i requisiti di un buon poliziotto? «Fare dell’onestà la prima regola, mai bluffare, stabilire una rete di contatti e saper intuire, fiutare».

Nell’83 è stato condirettore della Stampa. L’altro direttore era Alex Pedrazzini, oggi consigliere di Stato. Che cosa le ha insegnato quell’esperienza?

«Che di solito il delinquente ha tre facce: quando finisce in polizia cerca di ingraziarsi gli agenti dicendo che è stata una disgrazia, quando è davanti al magistrato adotta un altro atteggiamento, quando poi finisce dietro le sbarre per espiare la pena viene allora fuori la sua vera personalità. Detto questo, ricordo che all’epoca il penitenziario cantonale era ingovernabile. Cercavano quindi delle persone capaci di riportare l’ordine. E le cose, con l’arrivo del sottoscritto e di Pedrazzini, effettivamente cambiarono. In quell’anno ebbi modo fra l’altro di conoscere detenuti anche di grosso calibro».

Per esempio?

«Partiamo da relativamente lontano. Fra i reclusi c’era un avvocato siciliano: date le sue capacità intellettuali lo misi a lavorare nella stamperia del carcere. La fiducia che riposi in lui egli la ricambiò mettendomi in contatto con un altro siciliano finito dentro per stupefacenti: si chiamava Palazzolo».

Si riferisce al Vito Palazzolo della “Pizza connection”?

«Esattamente. Fui il primo a raccogliere le confidenze di Palazzolo, che oggi vive in Sudafrica dove sembra abbia addirittura un proprio esercito. Beh, quell’incontro con Palazzolo diede il la alla famosa inchiesta “Pizza connection”».

Vada avanti.

«Mi resi conto dalle dichiarazioni di Palazzolo che la cosa era assai consistente. Ne parlai con il comandante della polizia cantonale Lepri il quale mi dirottò sul procuratore pubblico Paolo Bernasconi. Una sera Bernasconi venne con me in carcere dove sentimmo Palazzolo. E Palazzolo, che aveva un’enorme fiducia in chi le parla, raccontò dei traffici, a base di droga e soldi, negli Stati Uniti e a Lugano negando però di far parte di Cosa Nostra. Non potei stendere alcun verbale, perché quell’anno non ero poliziotto: d’accordo col magistrato avrei dovuto stilare un memoriale. Avrei dovuto, perché il pp Bernasconi mandò poi alla Stampa due agenti della Cantonale di Lugano per interrogare, con tanto di verbale, Palazzolo. Così partì l’inchiesta “Pizza connection”».

Dopo un anno alla guida della Stampa, tornò in polizia...

«Col pallino sempre per i reati finanziari. Palazzolo lo rividi comunque anni dopo al momento della sua partenza da Zurigo Kloten dopo la scarcerazione. Doveva imbarcarsi su un aereo diretto in Sudafrica solo che ci fu un allarme bomba: vennero controllati tutti i bagagli ma della bomba nessuna traccia».

A proposito di reati finanziari, la prima metà degli anni Ottanta ha dato non poco lavoro a voi investigatori ticinesi.

«Eccome. Venni ad esempio a sapere che Marcinkus, Ortolani e Carboni salivano di tanto in tanto a Lugano per recarsi in uno studio legale, qualche volta andavano anche sopra Campo Blenio nella casa di un commerciante. I colleghi italiani, che a un certo punto si sono messi a ricercarli, erano convinti che quel determinato giorno fossero nel Canton Berna. Ma io ero sicuro, si trovavano in Ticino: il mio informatore era di prima qualità. Poi, e ancora oggi non lo capisco, intervennero i colleghi di Lugano, allora il delegato era Medici, che arrestarono Carboni perché pensavano che si apprestasse a lasciare il Ticino definitivamente (Carboni sarebbe dovuto partire da Magadino). Sarebbe stato meglio, a mio avviso, aspettare ancora un po’ prima di procedere al fermo del faccendiere sardo: avremmo potuto prendere anche qualcosa d’altro, come dei documenti importanti».

Il nome di Flavio Carboni rimanda subito a Roberto Calvi e al crack del vecchio Banco Ambrosiano. Calvi è stato trovato impiccato nel giugno ’82 sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Suicidio o omicidio?

«La versione data dagli inglesi poco dopo la scoperta del cadavere non mi ha mai convinto».

Dunque è stato ucciso.

«È lei che lo ha detto» (ride Lamberti).

(ndr oggi: in relazione al caso Calvi, Carboni è stato assolto)

Commissario, lei si trovò a gestire il caso Anghessa. Che idea si è fatto di questa persona?

«Non si è mai capita bene la posizione di Aldo Anghessa e quindi era da prender con le pinze. Non è mai stato un nostro informatore e quegli elementi che ha fornito su taluni presunti o reali traffici sono stati sempre verificati. Non era certo una persona facile da gestire. Lo conobbi perché venne arrestato per aver commesso delle truffe con un commerciante ticinese. Anghessa era una persona furba e intelligente. Ci aveva detto di far parte dei servizi segreti italiani ma non ci fu mai modo di verificarlo».

Ha detto di essere riuscito a strappare molte confessioni...

«Mai sotto tortura (ride). Talora ho usato degli stratagemmi. Come quella volta allorché arrestammo gli autori di una truffa con tessere Bancomat clonate. Erano riusciti a farsi dare da conoscenti e parenti i codici: creata la banda magnetica, l’avevano applicata su dei cartoncini. Bene, finito l’interrogatorio consegnai a uno di questi volponi il verbale perché lo firmasse. Prima però avevo piazzato una bottiglia con il vetro perfettamente pulito sulla scrivania: per prendere in mano il verbale la persona, che negava ogni addebito, doveva afferrare la bottiglia per spostarla. Cosa che fece. Lasciando così sulla bottiglia le impronte. Il volpone venne inchiodato».

Però. L’intuizione, ha ancora detto lei, è fra i requisiti del bravo poliziotto.

«Una sera ero a cena in un albergo di Bellinzona: a un certo punto mi accorsi della presenza di un tipo un po’ strano, insomma c’era qualcosa che in quell’uomo mi insospettiva. Chiesi informazioni al direttore dell’hotel, un mio amico. I sospetti aumentarono. Chiamai una pattuglia che portò questo individuo in centrale per accertamenti. L’allora pp Marty lo tenne lì ancora un giorno e alla fine venne fuori che quell’uomo era evaso dal carcere francese de La Rochelle. Da ulteriori accertamenti fatti nei giorni successivi scoprimmo che il francese faceva parte di un’organizzazione la quale aveva complici anche ticinesi: la banda aveva creato delle false lettere, con l’intestazione, fotocopiata, di una banca svizzera. I complici si presentavano con queste lettere, in cui la banca elvetica autorizzava la concessione di un credito, ogni primo di agosto in banche di Atene e Bruxelles: solo che queste banche straniere non potevano verificare l’autenticità delle missive per la semplice ragione che il primo agosto da noi è festa e quindi l’istituto di credito svizzero era chiuso».

Pochi giorni ancora e poi la pensione.

«Se ne avessi la possibilità resterei in polizia fino a settant’anni. Lascio con dispiacere, mi creda. Sono entrato in polizia quando c’era Lepri, il comandante per antonomasia, e finisco con Piazzini. L’attuale comandante ha cominciato bene e procede bene. È una persona capace. Sta portando avanti una riorganizzazione impegnativa ma necessaria. Voltare pagina non è facile: Piazzini e gli ufficiali dello Stato maggiore ci stanno riuscendo. Ad ogni modo in pensione avrò più tempo per leggere Hemingway, Remarque e Ken Follett. I gialli? La realtà è più avvincente».

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