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Tutele, il giudice: Arp in affanno

Lardelli (Camera di protezione): il rischio è che prendano decisioni sbagliate o che non le prendano. La deputata Rückert: ma la riforma non è ferma

di Daniel Ritzer e Andrea Manna
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Le Autorità regionali di protezione (Arp) «sono in affanno». A sostenerlo è il giudice Franco Lardelli, presidente della Camera di protezione del Tribunale d’appello, l’autorità giudiziaria con sede a Lugano, istituita nel 2013 nel quadro degli adattamenti delle strutture e delle normative cantonali al riformato diritto tutorio federale, che ha il compito di deliberare su reclami e ricorsi contro le decisioni e i provvedimenti attuati dalle Arp e di vigilare sul loro operato per il tramite di ispettori. «Una situazione di affanno – osserva Lardelli – che speriamo possa cessare presto con la riforma che dovrà essere decisa dal Gran Consiglio. Più che altro perché lavorando in queste condizioni le decisioni prese dalle Arp possono non essere quelle giuste, o addirittura non esserci del tutto. Il problema è che in questo modo si fallisce l’obiettivo della legge. Che è quello di proteggere le parti deboli della società», bambini e anziani in primis.

La riforma a cui fa riferimento il presidente della Camera di protezione è la riorganizzazione a livello cantonale del settore delle tutele e delle curatele, settore che riguarda le persone vulnerabili, sulla quale si attende una decisione da parte della politica su una delle due varianti: giudiziaria o amministrativa. Del dicembre 2014 il messaggio con cui il Consiglio di Stato raccomandava “l’attribuzione delle competenze in materia alle Preture, con l’accorpamento delle Arp all’interno di queste autorità giudiziarie”. Le conclusioni contenute nel rapporto del gruppo di lavoro che accompagnava il messaggio governativo definivano il modello giudiziario più affidabile rispetto a quello amministrativo, ovvero quello attuale. L’altra opzione invece, quella indicata dalla sottocommissione della Legislazione nel 2016, prevede il mantenimento del modello amministrativo, ma con una diminuzione del numero delle Arp e la cantonalizzazione delle competenze. «La riforma fa fatica ad andare avanti perché la materia è molto complessa – riprende Lardelli –. Io mi sono già espresso tempo fa a favore dell’opzione giudiziaria, poiché in questo modo ci sarebbe soltanto un’autorità che fa tutto, mentre oggi si va un po’ sul giudiziario, un po’ sull’amministrativo. Chiaro che ciò comporterebbe la riorganizzazione della giustizia in quanto tale. Ma a prescindere dall’una o dall’altra delle due opzioni, l’importante è che nella nuova legislatura la politica riesca a prendere una decisione».

Casi internazionali in aumento

Complessivamente nel 2018 vi è stata una diminuzione del numero di ricorsi e reclami contro le decisioni delle Autorità regionali di protezione (Arp) rispetto all’anno precedente. Assestamento verso il basso probabilmente dovuto, secondo il giudice Lardelli, al fatto che negli anni precedenti c’era stato un notevole recupero di rendiconti arretrati. «Nel 2016 avevamo constatato che c’era un grande ritardo nell’evasione di alcune decisioni da parte delle Arp. In quanto anche autorità di vigilanza, le abbiamo sollecitate a regolarizzarsi. Ora il rientro è in gran parte avvenuto, ma non è ancora completo». Il presidente della Camera di protezione rileva invece un incremento dei casi con una valenza di natura internazionale: «Per noi che vogliamo garantire il bene del bambino, sono i casi più complessi da risolvere. Sono quegli incarti in cui uno dei coniugi si sposta all’estero, determinando la necessità di decidere sul domicilio dei figli».

‘La riforma non è ferma: ecco cosa si sta facendo'

Tutto fermo sul versante politico? «No – assicura la presidente della commissione parlamentare della Legislazione, la leghista Amanda Rückert –. Lo scorso mese abbiamo sentito la direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti che con una relazione esaustiva ci ha informati dell’esito degli approfondimenti che il Dipartimento istituzioni ha fatto e farà in vista di un’eventuale ‘cantonalizzazione’ del settore delle tutele e delle curatele». Ad ascoltare Andreotti in dicembre è stata una sottocommissione, anche questa coordinata da Rückert: la sottocommissione della Legislazione che, da tempo, è alle prese con la prospettata riorganizzazione delle strutture pubbliche che in Ticino si occupano di protezione del minore e dell’adulto, con l’adozione di misure che per le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, possono avere conseguenze di un certo peso. Si opterà per il modello giudiziario o si manterrà quello amministrativo, oggi incentrato sulle Arp, le Autorità regionali di protezione? «L’interrogativo verrà sciolto, spero, nella prossima legislatura, essendo quella attuale agli sgoccioli. Per rispondere al quesito – aggiunge Rückert – bisogna aspettare il messaggio del governo. Dopo averlo esaminato, il Gran Consiglio deciderà se attribuire alle Preture o a un tribunale ad hoc le competenze in materia di tutele e curatele oppure se confermare il sistema amministrativo ma ‘cantonalizzando’ queste competenze, togliendole ai Comuni per assegnarle ad esempio a una nuova sezione della Divisione giustizia, chiamata fra l’altro a coordinare un numero ridotto di Arp, ora sedici, che equamente distribuite in Ticino fungerebbero da antenne sul territorio». La responsabile della sottocommissione non ha dubbi: «Il settore oggi presenta delle criticità, necessita quindi di una riforma e in tempi brevi». Ragion per cui «mi auguro che il governo e il parlamento che usciranno dalle urne ad aprile possano stabilire la nuova organizzazione agli inizi del quadriennio venturo».

Riguardo al sistema vigente, parlava di criticità. Quali?

Stando a quanto espostoci dalla Divisione della giustizia sulla situazione odierna delle Autorità regionali di protezione, vi sono membri permanenti e delegati comunali di alcune Arp con competenze non sempre adeguate alla funzione che sono tenuti a esercitare; le Arp in generale non hanno abbastanza personale, in particolare amministrativo; ci sono Arp che non dispongono a livello logistico di spazi confacenti. Vi è poi l’esigenza di una maggiore formazione dei curatori privati. Sono alcuni degli aspetti problematici emersi dagli approfondimenti che il Dipartimento ha svolto e che come sottocommissione avevamo sollecitato per avere il maggior numero di dati sul modello amministrativo vigente e su una sua possibile ‘cantonalizzazione’.

Come si intende risolvere i problemi che ha appena indicato?

L’anno scorso ad esempio il parlamento, aderendo alla proposta del Consiglio di Stato, ha deciso di dotare le Arp di un unico software, l’Agiti/Juris, che una volta implementato dovrebbe fra l’altro portare a una prassi uniforme nell’adozione dei provvedimenti. Presto, poi, dovrebbe essere pronto un manuale del curatore. Di più. Nel luglio 2018 il Dipartimento istituzioni, tramite la Divisione giustizia, ha incaricato una società di revisione, il cui rapporto è atteso per questa primavera, di procedere a una mappatura dei costi e dei ricavi finanziari delle Arp. Ciò per avere un’idea degli effetti finanziari di un’eventuale ‘cantonalizzazione’. Questi e altri i passi che il Dipartimento intende compiere per stilare un messaggio che consenta al Gran Consiglio di decidere la migliore organizzazione possibile.

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