Mendrisiotto

Furti in casa dal Mendrisiotto ai Grigioni: condannato

Due anni di pena e l’espulsione per un 41enne oggi alle Assise criminali per una quindicina di colpi tra il 2016 e il 2025

Furti in casa dal Mendrisiotto ai Grigioni: condannato
Il valore della refurtiva è sui 125’000 franchi
(Ti-Press)
23 ottobre 2026
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Si è autodefinito «bandito», sia durante l’inchiesta che in aula, dando così un assist alla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo. Non che ce ne fosse particolarmente bisogno: fra tracce del Dna e altri indizi, di elementi contro di lui la pubblica accusa ne ha avuti parecchi. È un 41enne albanese che è stato condannato a due anni di pena per furto (in parte tentato), danneggiamento e violazione di domicilio alle Assise criminali, per una quindicina di episodi. Tre di questi sono avvenuti nel Mendrisiotto nel 2016. Gli altri, tutti nel giro di pochi giorni durante l’estate del 2025, nella Svizzera orientale, tra Grigioni e San Gallo.

Ha agito in banda

Un po’ realistico, un po’ gonfiato a causa delle scarse nozioni d’italiano, quel termine «bandito» è legato al difficile vissuto dell’uomo. Una vita contrassegnata da diverse ricadute nella delinquenza, condanne penali sia in Albania sia in Italia, debiti e problemi finanziari e una dipendenza dalla cocaina che a suo dire sarebbe all’origine dei furti. Principalmente gioielli, orologi e altri oggetti di lusso: una refurtiva da circa 125’000 franchi. Una minima parte di questi è stata sottratta tra Stabio e Ligornetto dieci anni fa. Poi lavoretti onesti e altri crimini in vari Paesi europei, finché non ci ricasca in Svizzera. Una dozzina di furti sempre in abitazioni di vari comuni dei cantoni Grigioni e San Gallo commessi in pochissimi giorni tra giugno e luglio 2025. Come già nel 2016 non agisce da solo: in Ticino con un complice, l’anno scorso con un gruppo vero e proprio, con tanto di ruoli, base operativa (l’appartamento di un conoscente), tanto da meritarsi le aggravanti della banda e del mestiere.

Dure condizioni di detenzione

Lascia poi la Svizzera e viene fermato al confine tra Albania e Grecia, Paese quest’ultimo dove sconta diversi mesi di carcere duro. «Non ho mangiato nulla i primi cinque giorni dopo l’arresto e per due mesi non ho neanche avuto un cuscino per dormire, finché non me l’ha portato la mia famiglia», ha detto interrogato dal presidente della Corte Paolo Bordoli. Una volta in Svizzera, la situazione è migliorata, ma solo parzialmente: «Ha trascorso più di due settimane nelle cellette della polizia, tra Lugano e Mendrisio – ha detto il suo difensore, Niccolò Giovanettina –. E oggi è ancora alla Farera, nonostante sia già in regime di espiazione anticipata della pena. Ma la lista d’attesa per lo spostamento alla Stampa è lunga, a causa del sovraffollamento del carcere». Anche per questo, l’avvocato si è battuto per una pena che comprendesse una componente di sospensione condizionale e quindi la scarcerazione. «È vero, ci sono delle aggravanti, ma non era lui il capo della banda, né è stato lui a organizzare la rivendita della merce rubata. Ha fornito una collaborazione reale e concreta a fronte di una carcerazione lunga e dura», ha detto Giovanettina.

‘Attività criminale sistematica e reiterata’

Lanzillo ha riconosciuto sia la collaborazione sia la dura carcerazione, ma ha ritenuto la colpa «di una certa gravità», soprattutto a causa dell’intensità degli episodi criminali. «Il bottino è stato ingente – ha detto la pp –. Ha dimostrato una buona costanza, esperienza, organizzazione, modalità operativa consolidata nel tempo, che non sono mutate dopo la scarcerazione in Italia. Si è dato a un’attività criminale sistematica e reiterata, che ha colpito la sfera più intima dei cittadini, violando luoghi nei quali tutti hanno diritto di sentirsi al sicuro e rubando beni accumulati durante un’intera vita». Lanzillo ha chiesto trenta mesi di pena, interamente da scontare a causa della prognosi nefasta, e l’espulsione dalla Svizzera come anche dall’intera area Schengen per dieci anni. La Corte ha accolto l’espulsione, ma ha abbassato la pena, principalmente a causa delle dure condizioni di detenzione e grazie alla collaborazione dimostrata. Due anni però integralmente da espiare proprio a causa dell’intensità dei colpi criminali perpetrati.

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