Dopo la vicenda dell’ex docente con comportamenti molestatori e vessatori nei confronti delle allieve, Mps e Più Donne vogliono tutele per le segnalazioni

Più tutele per chi segnala comportamenti inopportuni, che siano le vittime stesse o persone venute a conoscenza dei fatti. A seguito delle testimonianze pubblicate da ‘laRegione’ sui numerosi comportamenti denigratori e abusanti che un ex docente del Centro scolastico per le industrie artistiche (Csia) di Lugano avrebbe tenuto per anni nei confronti di tante allieve, si muove la politica. Movimento per il socialismo (Mps) e Più Donne, in particolare, hanno presentato due interpellanze sul tema, ponendo l’accento sulla gestione delle segnalazioni e sulla protezione di chi le effettua. Proprio l’opacità del sistema e l’insoddisfazione delle giovani che si sono fatte avanti sono infatti state la molla per condividere il brutto vissuto con i media.
Dai loro racconti, lo ricordiamo, emerge il modus operandi di un docente in particolare, nome noto alla redazione, che in più occasioni e modi avrebbe umiliato e messo particolarmente a disagio le studentesse. A partire dallo ‘gnoccometro’, uno strumento per misurare l’avvenenza, con tanto di ritorsioni nel caso si manifestasse del disagio. E poi il raccapricciante caso della ragazza che aveva l’abitudine di mordersi le unghie, alla quale sarebbe stato imposto di inginocchiarsi a terra e strofinare le mani sul pavimento, senza poi poter lavare le mani. Metodi ‘educativi’ ottocenteschi, viene da dire, dall’effetto psicologico traumatico in classi del Ventunesimo secolo. E poi linguaggio volgare, commenti decisamente fuori luogo su tatuaggi, succhiotti sul collo, aspetto delle ragazze, come le misure del seno. Decisamente oltre. Tanto che l’imbarazzo era diffuso nelle classi, sia da parte delle vittime del docente sia da parte di chi non era preso di mira direttamente, ma empatizzava con le compagne.
Oltre alla situazione problematica in sé, il grosso nodo della questione è la presunta inefficienza reattiva da parte in primis della direzione scolastica e in secondo luogo da parte del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (Decs). Una prima ondata di segnalazioni, tra il 2000 e il 2008, avrebbe in sostanza fatto un buco nell’acqua perché la direzione di allora avrebbe proposto alle allieve di mettere nero su bianco i disagi raccolti anche da parte di alcuni altri docenti di fiducia. Le ragazze non se la sarebbero sentita e dunque il problema è rimasto irrisolto, finché nel 2022 altri docenti avrebbero informato oralmente la direzione di quanto stava accadendo nelle aule e del malessere delle ragazze. Nel 2025 il caso sarebbe arrivato finalmente al Decs, segnalato sia da parte di docenti che di allievi, ma a loro dire senza ricevere adeguata attenzione. Lo scorso anno il docente ha poi smesso di insegnare, sembrerebbe per pensionamento o prepensionamento. La fine del rapporto lavorativo del controverso docente è uno dei misteri della vicenda: il Decs ha confermato a ‘laRegione’ l’esistenza di una procedura disciplinare nei suoi confronti, ma senza dettagliare in cosa sia sfociata.
«Proprio questo è uno dei punti più problematici della vicenda – osserva la granconsigliera Tamara Merlo (Più Donne) –. Siamo ridotti al punto che i nostri giovani devono rivolgersi ai giornali, dopo essersi rivolti alle istituzioni. Sia Marina Carobbio oggi, sia il suo predecessore Manuele Bertoli, dicono e dicevano spesso di segnalare. Ma poi, al segnalante non vengono fornite informazioni. Ci lascia molto perplessi che in casi come questo, le vittime dirette o chi porta le testimonianze vengano tagliate fuori. Trovo che sia davvero assurdo, perché causa a queste persone una perdita di fiducia nelle istituzioni veramente enorme. Sono giovani che fanno lo sforzo di segnalare mettendosi a rischio, perché ricordiamoci che stiamo parlando di segnalare persone che esercitano un potere, anche diretto sui segnalanti. E ciononostante, secondo il sistema attuale, non c’è una conclusione che possa dirsi soddisfacente alla segnalazione. Non si pretende di sapere il nome del docente in questione, ma almeno che sia stato fatto qualcosa e nel concreto che cosa. È importante, perché così anche ad altri docenti ai quali salta in testa di fare commenti sessisti, razzisti, discriminanti o umilianti, ci pensano su un paio di volte perché vedono che ci sono delle conseguenze dirette».
Secondo l’interpellanza firmata da Merlo e dalla collega Maura Mossi Nembrini “l’incertezza sulle condizioni di una richiesta d’aiuto (a chi rivolgersi, che cosa attendersi dopo una segnalazione, come agire in assenza di una risposta) può scoraggiare ulteriori segnalazioni”. In sette domande, l’atto parlamentare si concentra dunque sulle garanzie offerte alle persone segnalanti sotto diversi punti di vista: ascolto, riscontro, protezione e possibilità di chiedere un riesame della presa a carico. Le due granconsigliere citano in particolare lo schema di trattazione di una segnalazione ai sensi della Lord (Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti), che prevede che “il Gruppo tecnico (che si occupa delle segnalazioni nell’amministrazione cantonale, ndr) chiuda i casi dando riscontro formale agli organi amministrativi interessati e senza rilasciare alcuna informazione al segnalante”. Un’indicazione da chiarire, sia dal punto di vista giuridico sia tenendo conto del fatto che “chi segnala può essere anche la persona che riferisce di aver subito i comportamenti e chiede protezione”.
Più Donne chiede anche conto del rapporto tra il canale di segnalazione citato nella Lord e le direttive scolastiche del 2023, alle quali ha fatto riferimento anche il Decs rispondendo alla nostra testata, sottolineando che in tre anni ci sono state 37 segnalazioni. L’interpellanza chiede inoltre conto dei tempi di riscontro delle segnalazioni e delle modalità di presa a carico delle segnalazioni verbali, in particolare quali siano i controlli nei confronti delle direzioni che, informate di potenziali comportamenti lesivi, non danno seguito alle segnalazioni. E poi, tema spinoso: “A quale referente esterno alla gerarchia coinvolta possono rivolgersi allieve, allievi e personale quando la segnalazione riguarda anche la direzione, non riceve riscontro oppure la protezione è ritenuta insufficiente?”.
La vicenda emersa al Csia ha colpito anche l’Mps, che parlando di “gravi testimonianze” mette invece l’accento sulla gestione stessa delle segnalazioni e sulle responsabilità istituzionali. “Pur riconoscendo la necessità di rispettare la protezione dei dati personali e le disposizioni applicabili alle procedure disciplinari – premettono Giuseppe Sergi, primo firmatario, e Matteo Pronzini –, riteniamo che la riservatezza non debba impedire di fare pubblicamente chiarezza sul funzionamento delle istituzioni, sulla tempestività degli interventi e sull’eventuale esistenza di responsabilità nella gestione delle segnalazioni”. E ancora: “La gravità dei fatti e la loro presunta ripetizione nel tempo rendono indispensabile una ricostruzione trasparente di quanto avvenuto, anche per ristabilire la fiducia delle allieve, degli allievi, delle famiglie e del personale scolastico nei meccanismi di tutela previsti dallo Stato”. Tre le domande, per chiarire: le tempistiche e le verifiche effettuate dal Decs sul caso in esame; eventuali omissioni, ritardi e responsabilità emersi nella gestione delle segnalazioni nei vari livelli istituzionali. Da ultimo, si chiede al Consiglio di Stato se sia disposto a presentare un rapporto pubblico sulla gestione del caso, illustrando le misure per evitare che situazioni simili si ripetano.
Da ultimo, segnaliamo la presa di posizione del Sisa (Sindacato indipendente degli studenti e degli apprendisti), che già l’anno scorso era intervenuto a fianco dei segnalanti stigmatizzando in particolare il ruolo della direzione scolastica, accusandola di aver procrastinato l’avvio delle procedure di segnalazione e in generale di gestione autoritaria con comportamenti “vessatori, repressivi, intimidatori”. Nella nota stampa, il Sisa chiarisce meglio il proprio ruolo, riferendo di essere venuto a conoscenza del caso nel 2024, quando un gruppo di studenti ha denunciato “un ambiente scolastico deteriorato e una cattiva gestione da parte della direzione scolastica delle segnalazioni di un docente che aveva messo in atto comportamenti inadeguati e abusivi nei confronti di studentesse e studenti. Tali segnalazioni si arginavano nell’ufficio della direzione senza venire trasmesse al Decs, come prescritto dalle normative in materia”.
È a quel punto che entra in gioco operativamente il Sisa: redige una lettera di segnalazione, grazie alla quale il Decs viene informato, avviando dunque le indagini. “Di seguito si è aperto un tavolo negoziale con il Decs, fondato su un dialogo aperto e ricettivo”, e in questo il racconto del sindacato e delle testimonianze raccolte da ‘laRegione’ divergono parzialmente. Secondo il Sisa, in seguito al dialogo sarebbero infatti state trovate delle “soluzioni per ristabilire il benessere nella sede del Csia e la fiducia nel corpo studentesco e docente. Infatti, il Sisa ha accolto con soddisfazione la decisione del Decs di fare cessare il contratto di lavoro del docente in questione”. Nonostante questa soddisfazione, “il sistema attuale mostra delle lacune importanti”. Quali? “In più occasioni direttori e ispettori hanno omesso di trasmettere segnalazioni agli organi competenti, perpetuando in tal modo situazioni di mobbing e abusi vissute da studenti e apprendisti”. La soluzione alla quale il Sisa continuerà a lavorare è l’istituzione di “uno sportello di segnalazione per gli abusi indipendente, a cui studenti e apprendisti possano rivolgersi in caso di bisogno. Affinché le loro voci, in caso di fatti particolarmente gravi, raggiungano l’ente superiore senza rischiare di essere insabbiate”.