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05.12.2022 - 19:30
Aggiornamento: 06.12.2022 - 12:20

Pura, condannata a 4 anni la donna che accoltellò l’ex marito

La Corte ha accolto integralmente le richieste di pubblica accusa e accusatore privato, sostenendo che l’imputata abbia mentito per costruirsi un alibi

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Ti-Press
L’arma del tentato delitto

«Ha mentito e ha cercato di costruirsi un alibi, agendo in maniera vigliacca senza che la vittima potesse aspettarsi questo attacco. Le sue versioni sono inverosimili». Il presidente della Corte delle Assise criminali di Lugano Amos Pagnamenta ha motivato così, in estrema sintesi, la condanna a quattro anni e dieci mesi di carcere della 35enne di Pura che lo scorso marzo ha accoltellato l’ex marito durante un’accesa lite domestica. L’imputata è stata riconosciuta colpevole di tentato omicidio intenzionale. La Corte ha dunque integralmente accolto la richiesta di pena della procuratrice pubblica Chiara Buzzi, così come la richiesta di indennizzo per torto morale di 15’000 franchi formulata da Micaela Negro, legale dell’accusatore privato. La difesa, dal canto suo, rappresentata dall’avvocato Fabio Creazzo, si è invece battuta per l’assoluzione dall’imputazione principale.

Ferita di quasi 12 centimetri

Il 17 marzo, ricordiamo, i due ex coniugi si trovano a passare una giornata insieme per il bene di loro figlio. I rapporti in quel momento sono abbastanza buoni, più tranquilli rispetto al passato. Un trascorso fatto di un divorzio e numerosi diverbi. Ma è proprio verso l’imbrunire di quel giorno che tra i due scatta l’ennesima discussione, durante la quale la donna, una 35enne svizzera, sferra un colpo di coltello all’ex marito, colpendolo al fianco destro, e sprofondando quasi interamente la lama di 12 centimetri nella carne.

In base alle ricostruzioni della pubblica accusa, i due ex coniugi hanno iniziato a discutere a casa per futili motivi in merito al rapporto dell’uomo con la sua più recente ex compagna. Stanco di litigare, e dopo che l’imputata ha scagliato un bicchiere contro il muro, il 50enne si è diretto insieme al figlio verso la porta. Accortosi di aver dimenticato la giacca del bambino l’uomo è tornato indietro. In quel momento la donna lo ha afferrato per il bavero della giacca e si è spostata verso il mobile sul quale c’erano alcuni coltelli da cucina, da cui ha estratto l’arma bianca che è finita conficcata nel fianco destro dell’ex marito, procurandogli una ferita profonda 11,5 centimetri. Lesione che ha interessato il fegato, il diaframma e altre parti del corpo. «Non si è trattato di un raptus momentaneo – ha affermato Negro –. L’ha tirato verso di sé mentre lui stava uscendo, ha nascosto il coltello e ha poi sferrato un colpo secco e violento. Ora quella ferita provoca forti dolori al mio assistito». Quell’aggressione ha causato in effetti all’uomo un grave disagio psichico, presentando oggi una sindrome post-traumatica da stress, venendo addirittura ricoverato da marzo fino a giugno alla Clinica psichiatrica cantonale. «La sofferenza del mio cliente è stata tanta, ha temuto di morire, ma in quel mentre voleva soltanto mettere in salvo suo figlio. Così è uscito dalla casa grondante di sangue insieme al bambino, ma rendendosi subito conto di non potercela fare ha chiamato in aiuto i vicini di casa».

‘Voleva punirlo e sfogare la sua rabbia’

In una delle varie versioni rilasciate dall’imputata, l’alterco sarebbe sfociato da un messaggio vocale che l’ex marito le ha fatto ascoltare in cui la ex più recente di quest’ultimo prendeva in giro lei e il figlio. Sarebbe stata dunque la 35enne a chiedere all’uomo di lasciare l’abitazione. Il 50enne l’avrebbe minacciata che non avrebbe più rivisto il bambino, che nel mentre era uscito di casa. «Ho provato ad avvicinarmi alla porta – ha raccontato la donna – ma lui mi ha preso il braccio, poi la mano, rompendomi il mignolo. Sentivo la voce di mio figlio chiamarmi. Ero terrorizzata, così ho afferrato un coltello con la mano sinistra per tentare di spaventare il mio ex marito, poi c’è stato un contatto, ma non mi sono accorta di averlo colpito. Poi se n’è andato e non mi sono accorta del coltello insanguinato finché sono rientrata e ho chiamato subito la polizia».

La tesi della difesa verteva invece su uno stato di shock da parte della 35enne per quell’acceso confronto. «Perché avrebbe dovuto cercare di ucciderlo proprio quel giorno, dopo essere andati d’accordo, in un contesto così tranquillo? – ha esordito Creazzo – Se l’intenzione fosse stata quella di ucciderlo perché non ha usato la sua mano più forte, ma ha usato quella più debole e ferita (si riferisce alla falange fratturata, ndr)? Perché avrebbe chiamato la polizia, conservando ogni prova? In quanto infermiera, se avesse voluto ucciderlo, avrebbe saputo dove colpirlo». Secondo la pp, viceversa, l’imputata «dal profilo soggettivo non aveva alcuna ragione di arrivare a quel punto. Voleva punirlo e sfogare la sua rabbia senza che lui non avesse fatto la benché minima cosa per provocarla. Se lui l’avesse davvero aggredita, lei avrebbe potuto validamente difendersi in altro modo senza ricorrere all’uso del coltello. L’imputata era libera di spostarsi e di chiudersi in qualche stanza della casa, non era trattenuta. La legittima difesa sarebbe stata totalmente inadeguata».

Una tesi dunque accolta dalla Corte. Alla donna è stato ordinato un trattamento ambulatoriale già in sede di espiazione di pena.

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