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23.06.2021 - 18:07

Lugano: a processo coppia di trafficanti di cocaina

Un 35enne e una 28enne hanno smerciato quasi 3,9 chili. Chiesta l'espulsione per entrambi, ma lei è nata e cresciuta in Ticino. Domani la sentenza.

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I consumatori erano prevalentemente locali (Ti-Press)

Una coppia unita da una relazione, da una figlia, e purtroppo dal crimine. Ma anche una coppia separata dal destino processuale, sebbene siano entrambi comparsi oggi dinanzi alla Corte delle Assise criminali di Lugano per rispondere alle accuse di infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti, riciclaggio di denaro, ottenimento illecito di prestazioni di un'assicurazione sociale o dell'aiuto sociale e falsità in documenti. Una coppia separata, in quanto per l'imputato le parti hanno trovato un accordo – sei anni di pena e dieci di espulsione dalla Svizzera –, mentre per l'imputata quest'intesa non è stata raggiunta.

‘I soliti nomi, i soliti bar, i soliti giri’

L'accusa principale mossa al 35enne dominicano e alla 28enne kosovara – residente a Lugano lei, a Varese lui – è quella di aver trafficato quasi 3,9 chili di cocaina nel giro di sei anni e mezzo, ossia dal 2014: poco tempo dopo essersi conosciuti in discoteca e aver avviato la propria relazione. «Una coppia – ha evidenziato la procuratrice pubblica – che ha vissuto di ozio, di feste, di inganni verso la famiglia, gli amici e lo Stato». Quasi quattro chili destinati al territorio ticinese ha detto Chiara Borelli, «in un intreccio di coppie di acquirenti e di fornitori, con più legami. Ma sono i soliti nomi, i soliti bar, i soliti giri». E se, in virtù dell'accordo, della posizione dell'uomo sostanzialmente reo confesso si è discusso poco, l'attenzione è stata posta sul ruolo della giovane.

Percepivano l'assistenza, ma facevano la bella vita

«Di questa triste storia lei è correa – per la pp –, in quanto nel 2014 è lei che dà l'input a lui di trovare qualcuno che potesse rifornire due amiche. Era lei che trovava gli acquirenti, attingendo dal mondo delle escort. Era lei metteva a disposizione i suoi spazi. Se era necessario, era lei che parlava con le compagne degli acquirenti/fornitori. All'occasione confezionava le dosi, ritirava i soldi. Già incinta, ha accompagnato il compagno in macchina per consegnare lo stupefacente. Conosce tutti i dettagli. C'è un'organizzazione comune volta alla vendita redditizia di cocaina». Una posizione, quella della giovane, aggravata dal fatto che avrebbe truffato l'assistenza sociale, a beneficio della quale era dal 2014. «Non aveva detto all'assistenza che aveva un compagno che era venuto a vivere da lei nel 2014, né i guadagni percepiti illecitamente». In tal modo avrebbe incassato indebitamente secondo la pubblica accusa circa 117'000 franchi.

‘Sfruttava il sistema per i giubbotti di Versace’

Questo, mentre i due «partecipavano a feste, facevano viaggi, esibivano la bella vita sui social». Proprio le foto caricate su quest'ultimi hanno insospettito qualcuno, portando i servizi sociali a fare delle verifiche un paio d'anni fa. «Ma lei ha mentito e ha continuato a falsificare i documenti. «È un peccato – ha detto Borelli –, perché l'importanza di uno Stato che garantisce un'assistenza a chi è più povero, soprattutto dopo mesi di pandemia, lo si apprezza ancora di più. Lei ha continuato a sfruttare questo sistema di pilastri per delle scarpe di Philipp Plein o dei giubbotti di Versace: il nulla». Poche le attenuanti per la pp: «Solo la lunga detenzione alla Farera e il fatto che vi sia una bambina (nata l'anno scorso, ndr) in carcere con lei». È stata quindi chiesta una condanna a cinque anni e l'espulsione dalla Svizzera per dieci.

Il nodo dell'espulsione

È quest'ultima richiesta, forse, l'aspetto più delicato del procedimento. I capi d'accusa, se confermati, sono gravi a tal punto da giustificare un'espulsione, che come noto può essere impedita soltanto nei cosiddetti casi di rigore, ossia prevalentemente in situazioni nelle quali l'imputato ha legami tali col Paese che lo giustifichino. «Non ci sono i parametri per riconoscere il caso di rigore – secondo Borelli –. L'imputata in Svizzera ha intrattenuto rapporti con un gruppo ristretto di persone prevalentemente di nazionalità dominicana, e dal 2012 ha trascorso quasi ogni anno un mese all'anno in Repubblica Dominicana, dove vivono i nonni della bambina. E la piccola ha un'età tale per cui non è di ostacolo il non rimanere in Svizzera. Lo Stato l'ha aiutata in tutti i modi, da piccola a grande, e di questo si è approfittata. C'è sempre una scelta diversa, ma lei non l'ha voluta prendere».

La difesa: ‘Lei è stata succube di lui’

Di tutt'altro tenore la tesi della difesa dell'avvocato Stefano Pizzola. Pur essendo rea confessa anche la 28enne, non si ritiene correa ma soltanto complice. «Senza voler banalizzare l'accaduto, per comprendere la sua posizione – ha detto il legale –, bisogna evidenziare che quando si sono conosciuti lei si è vista aprire davanti a sé l'opportunità di una vita agiata che prima non aveva. È stata ammaliata dallo stile di vita che lui le proponeva e del quale è stata sicuramente succube». E anche la relazione è stata dipinta a tinte decisamente più fosche rispetto a quelle utilizzate dall'accusa: «Una coppia difficile, probabilmente lei era troppo giovane o troppo desiderosa di affrancarsi da una situazione finanziaria difficile e quindi per debolezza di carattere ha accettato questa situazione. Lei dallo spaccio di cocaina non ha guadagnato nulla, al massimo lui le faceva dei regali». E anche i soldi riciclati (284'000 franchi), ha sottolineato la difesa, «sono stati inviati quasi tutti a Santo Domingo ai parenti di lui. La loro relazione è stata violenta, fatta di botte e minacce, e lei non è riuscita a troncarla». Affermazioni queste ultime che non sono piaciute a Sandra Xavier, avvocata del 35enne, che ha ricordato come episodi di violenza non figurino nell'atto d'accusa, né alla pp: «Non è corretto parlare di maltrattamenti, che non mi sono mai stati esplicitamente riferiti» ha detto Borelli.

‘Si troverebbe spaesata nel suo Paese d'origine’

Per Pizzola in ogni caso la sua assistita «non è una spacciatrice arguta o subdola dipinta in aula. È stata coinvolta marginalmente, in uno stato di soggezione forse anche legata dalla paura che le minacce e le botte avevano procurato». Ha chiesto quindi tre anni di pena, dei quali uno da scontare, «in modo che possa dedicarsi alla propria bambina». E l'avvocato ha fermamente respinto l'ipotesi dell'espulsione: «È nata e cresciuta in Ticino, qui risiedono tutti i suoi famigliari. Si troverebbe totalmente spaesata in Kosovo, partirebbe con una bambina di un anno e si troverebbe in difficoltà nel suo Paese d'origine, del quale non parla nemmeno bene la lingua. L'illecito nei confronti della pubblica assistenza è grave, ma non tale da comportare una minaccia all'ordine pubblico che l'espulsione richiederebbe. Bisogna che lei e la figlia abbiano un'ulteriore occasione».

Da parte loro, i due imputati si sono detti entrambi pentiti e dispiaciuti. Arrestati lo scorso luglio, lei oggi si trova con la figlia in un penitenziario femminile nel canton Berna, mentre lui ha sottolineato di essere finito nel giro dello spaccio perché è diventato dapprima un consumatore. «Io l'ho portata su questa strada» ha detto della compagna, interrogato inizialmente dalla presidente della Corte Francesca Verda Chiocchetti. La sentenza è attesa domani pomeriggio.

 

 

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