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12.03.2018 - 06:10

Autogestione, la politica luganese s'interroga sul futuro

Tutti i partiti concordano sulla necessità di valorizzare l'ex Macello, ma sono divisi sul come farlo e sull'opportunità di mantenervi il Centro sociale

di Alfonso Reggiani e Dino Stevanovic
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Foto Ti-Press

Cresce l’attesa per sapere cosa sarà dell’ex Macello e dei suoi inquilini più famosi – ma non gli unici –: il Centro sociale occupato autogestito (Csoa) il Molino. L’ultima mozione in ordine di tempo – dicembre 2017 – chiede sostanzialmente lo sgombero dell’area e un suo utilizzo a favore della cittadinanza nel suo complesso. E mentre il noto sociologo esperto in politiche giovanili Sandro Cattacin esorta alla valorizzazione dell’autogestione (cfr. ‘laRegione’ di sabato scorso), il dibattito politico si riaccende nell’attesa che l’esecutivo proponga un nuovo indirizzo per il sedime, a seguito della decisione di insediare il Museo del Territorio al Monastero Santa Caterina di Locarno.

«Sul tema ci sono tre atti parlamentari pendenti – ricorda la presidente della commissione della Pianificazione Simona Buri –, non abbiamo ancora iniziato a stilare rapporti. Si è deciso di portarli nei gruppi, parlarne e poi tornare in commissione e discuterne». A nome del gruppo (Ps) che capeggia, Buri evidenzia un problema di comunicazione: «Attualmente, mi pare di capire che non ci sia una persona di riferimento nel Csoa. A noi la mozione fatta da Martino Rossi sulla ‘Cittadella della solidarietà’ piaceva molto. È uno spazio bello, grande, centrale; mettere assieme tante realtà – fra cui quella autogestita – potrebbe essere interessante. Purtroppo però non si riesce a instaurare una comunicazione e quindi a concretizzare. A differenza del passato, manca un interlocutore».

Per risolvere la questione della convivenza con il Csoa, secondo Buri è necessario abbattere quindi i muri comunicativi: «Mi sentirei in questo senso di fare un appello a questi ragazzi per arrivarne a una ed essere compresi». Sulla questione dello sgombero, la consigliera socialista è conciliante: «Non la vedo come una soluzione. Mi sembra un modo per non affrontare il problema. Una volta sfrattati, dove andranno?».

«Sono due gli aspetti della questione – valuta il capogruppo Ppd Michel Tricarico –. Dapprima il luogo, l’ex Macello che ha un valore perché si trova all’interno di un comparto pregiato della città, quindi dal profilo pianificatorio bisogna prima definire quali contenuti vogliamo dargli. Questo è per il momento un punto aperto». Malgrado questo, Tricarico valuta che «riguardo all’autogestione, sono dell’opinione che – visto che Lugano è diventata una città importante come le principali in Svizzera –, bisogna trovare una soluzione per queste attività che rappresentano peculiarità di realtà urbane. Una soluzione in un altro luogo che sia però conforme alla legalità come lo sono tutte le altre associazioni o società attive in Ticino. Da qui non si scappa, l’autogestione, anche se ha un lungo passato (22 anni, ndr) non può rivendicare di poter fare quello che vuole».

Anche per Nicola Schönenberger (Verdi) «l’autogestione ha uno spazio nella nostra società», e aggiunge: «È compito delle istituzioni e della politica concederlo. I modelli virtuosi citati dal professor Cattacin [come la Rote Fabrik di Zurigo, ndr] sono parte di un paesaggio culturale. Sono anche delle alternative, a costo modico, al divertimento in centro città. Secondo me l’autogestione a Lugano ha un po’ perso negli anni quel ruolo di attore culturale veramente presente e col tempo ho l’impressione che si siano un po’ chiusi su loro stessi». L’ecologista ritiene che aprire un dibattito sia utile, ma non parlandone nei termini di uno sgombero: «Si dovrebbe discutere piuttosto su qual è il ruolo dell’autogestione in una città come la nostra. Ci sono altre realtà che vanno in quella direzione, dallo Spazio Morel al Turba. Significa che ci sono persone stanche dell’offerta omologata. Bisogna capire come valorizzare questi attori». Infine, riguardo al sedime, secondo Schönenberger «se la Città ha un progetto di peso, che la proietta nel futuro, allora può essere accettato e bisognerà discutere di luoghi alternativi per il Csoa. Sgomberare e basta, non è però un progetto».

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