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La vittima si è trovata al posto sbagliato, nel momento sbagliato
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05.05.2022 - 20:09
Aggiornamento: 21:54

Delitto di Gordola, pp: ‘Persona pericolosa mossa da egoismo’

Dodici anni di reclusione è la pena richiesta in Appello da Arturo Garzoni nei confronti del ventenne che, nel 2017, causò la morte di un 44enne

«Dodici anni di carcere da espiare per omicidio intenzionale per dolo eventuale. In subordine, se la Corte propenderà per omicidio colposo, la richiesta è di cinque anni da espiare». Questa è la proposta di pena formulata dal procuratore pubblico (pp) Arturo Garzoni in conclusione della sua requisitoria durante il processo bis – apertosi oggi alla Corte di appello e revisione penale (Carp) di Locarno – a carico dell’uomo che nell’aprile del 2017 causò la morte di un 44enne sottocenerino, all’uscita della discoteca La Rotonda di Gordola. Secondo le ricostruzioni, l’imputato ha colpito il malcapitato con un pugno alla nuca e una spallata. La vittima è poi deceduta in ospedale.

A distanza di cinque anni dai fatti, si è riaperta la vicenda che impegnerà la Corte presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will, accompagnata dalle giudici a latere Rosa Item e Francesca Lepori Colombo. L’imputato, oggi 26enne, è difeso dall’avvocato Yasar Ravi, mentre l’accusa è sostenuta dal pp Garzoni, patrocinatore privato della famiglia della vittima è l’avvocato Diego Olgiati. I capi di imputazione di cui il giovane – presente in aula – dovrà rispondere sono: omicidio intenzionale per dolo eventuale; omicidio colposo; omissione di soccorso; lesioni semplici e ripetute; minaccia ripetuta; infrazione aggravata alla Legge federale sugli stupefacenti e contravvenzione alla stessa.

Nella sentenza del processo di prima istanza (2019), l’imputato era stato giudicato colpevole di omicidio colposo e condannato a cinque anni di carcere. La sentenza, a suo tempo, è stata impugnata dalle parti, per ragioni diverse: l’accusa punta a una condanna con una pena adeguata alle azioni compiute; mentre la difesa mira all’assoluzione dal reato di omicidio colposo.

«Agli atti c’è sufficiente materiale probatorio» ha esordito Roggero-Will, infatti ci si aspettava una fase istruttoria breve con parziale ricostruzione dei fatti. Tuttavia così non è stato. Fra i «non ricordo», il «non è giusto che io sia qui. Non ho fatto niente» dell’imputato in lacrime, spesso titubante, e l’attesa di una fantomatica teste, i tempi si sono allungati. In aula era presente anche la moglie della vittima 44enne – e padre di due figli –, che non sempre ha potuto trattenere un pianto silenzioso.

‘Modalità abbiette e odiose’

Torniamo alla requisitoria del pp, che motiva la sua formulazione di pena con una serie di considerazioni molto simili a quelle sostenute durante il processo di primo grado. «Una colpa gravissima, l’imputato ha colpito a morte una persona che non conosceva, ha agito per motivi egoistici, secondo modalità abbiette e odiose. Tutto ciò denota disprezzo per la vita umana», ha dichiarato. Il ritratto ombroso emerso dall’intervento dell’accusatore pubblico è quello di una persona senza scrupoli, non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche nel frangente delle indagini e in sede dibattimentale: «La collaborazione è stata inesistente, ha giocato a nascondino durante tutta l’inchiesta; le sue versioni discordanti. Non solo ha mentito, ma ha cercato di depistare gli inquirenti dando la colpa ad altri». Le ultime pennellate scure le ha date affermando che egli non ha dimostrato «nessuna volontà di pentimento, ma un atteggiamento di povertà d’animo e pericolosità sociale. Non è una bella persona in circolazione».

Garzoni è tornato quindi alla complessa ricostruzione dei fatti «di quella maledettissima mattina del 22 aprile», in una climax ascendente di violenza ed esagitazione dell’imputato, iniziata già all’interno della discoteca. Una situazione potenzialmente pericolosa tanto che il capo degli agenti di sicurezza aveva ricevuto il compito di tenerlo d’occhio. Uscendo dal locale, l’imputato («un carattere da bullo piantagrane») sulla sua strada si è ritrovato il 44enne, che ha colpito inaspettatamente con un pugno secco e violento alla nuca, dandogli poi una spallata. Il trauma alla testa ha provocato «un’abnorme distorsione del collo e la lacerazione dell’arteria vertebrale, un’origine quindi traumatica», ha ricordato Garzoni. «È accertato che la vittima è morta per quel colpo. Il pugno di un karateka», ha sostenuto il pp facendo quindi riferimento alla "querelle" sulle perizie mediche, in particolare andando a sconfessare quella giuridica eseguita dal professor Roggo dell’Università di Berna. L’esperto infatti avrebbe asserito che la vittima sia morta per un aneurisma spontaneo dovuto a un’anomalia patologica del vaso sanguigno. «Il pugno è stato micidiale a tal punto da lesionare, seppur a livello microscopico, l’osso alla base cranica (il clivus), proprio nel punto della lacerazione dell’arteria», ha aggiunto il pp forte delle analisi degli specialisti Andrello, Palmesino e Pedrinis.

«L’elemento oggettivo c’è: il 26enne ha sferrato il pugno. Essendo un processo indiziario va stabilito il discrimine tra dolo eventuale e negligenza. La pubblica accusa è convinta del dolo eventuale, perché l’imputato è un karateka. Sapeva come e dove colpire. Sapeva anche delle conseguenze letali. Si è quindi assunto il rischio», ha concluso Garzoni.

Olgiati: ‘La sentenza 2019 una sommatoria di errori’

Finita la requisitoria, è stata la volta dell’avvocato Diego Olgiati, patrocinatore della famiglia della vittima. Il suo intervento ha riguardato soprattutto la sentenza del 2019 espressa dalla Corte di prima istanza, smontandone i quattro punti cardine: il pugno di modesta violenza; l’assenza di movente; il non accanimento sulla vittima e l’unicità del pugno. «Mi sembra una sommatoria di errori che contesto», ha affermato Olgiati, sottolineando la frustrazione della famiglia in seguito a un giudizio che ha «banalizzato la morte della vittima». L’avvocato ha quindi rimarcato l’atteggiamento dell’imputato che, rifattosi una vita e una famiglia nel Canton Argovia, non si è mai scusato: «Per farlo bisogna ammettere i fatti. La maturazione implica un’assunzione di responsabilità. Non basta essersi sposato, essere diventato padre, aver avviato un’attività». Olgiati ha quindi concluso il suo intervento avanzando le richieste: «La conferma integrale dell’atto di accusa, con reato di omicidio intenzionale per dolo eventuale».

Intermezzo: la fantomatica teste

Apriamo una parentesi curiosa che ha determinato un paio di pause in corso dibattimentale. In fase istruttoria, è stata annunciata una teste che però non si è presentata in aula. Corte, imputato, avvocati, assessori giurati e pubblico hanno atteso la sua comparizione. Ahinoi non si è manifestata. Dopo la pausa meridiana, la presidente Roggero-Will ha informato i presenti che la polizia si è recata al domicilio della donna per portarla in aula, scoprendo tuttavia che, oltre a non essere presente, si trova all’estero. La donna, dalle informazioni raccolte, si era recata in polizia asserendo che fosse una testimone oculare e che aveva la sua versione dei fatti da rilasciare, però anonimamente; una formula non possibile. Si è quindi rifiutata di comparire in aula e si è resa irreperibile.

Il dibattimento riprenderà domattina, con l’arringa dell’avvocato difensore Yasar Ravi.

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