Locarnese
12.07.2018 - 18:140
Aggiornamento : 23:17

È morto Edgardo Ratti. Il suo sguardo verso i più umili

L'artista di Vira Gambarogno aveva 92 anni. È stato docente, pittore e scultore. 'I miei erano lavori, non opere, che è un parolone'

È deceduto all'età di 92 anni Edgardo Ratti, artista, docente, operatore culturale, pittore, scultore, maestro vetraio di Vira Gambarogno. Formatosi all'Accademia di Brera negli anni 50, è stato attivo in vari ambiti a livello locale (sua l'iniziativa delle mostre all'aperto a Vira) come pure sul piano cantonale e nazionale. 

«Direi che sono nato per questo». Così ci aveva detto nel settembre 2015, all’apertura della mostra che il Museo di Villa dei Cedri gli aveva dedicato per i suoi 90 anni d’età, di cui 70 di carriera artistica. «Ho cercato di fare del mio meglio nel presentare i miei lavori. Non opere, che è un parolone». Edgardo Ratti, come ci disse tre anni fa, preferiva chiamarli «lavori: lavori di una carriera che è durata molti anni e spero duri ancora». Aveva atteso molto quella mostra, a lungo preparata, ma con la dedizione di chi ha vissuto molto e non perde il senso dell’umiltà, la consapevolezza del proprio posto nel mondo. «È un percorso che ogni giorno mi dà stimolo, coraggio e costanza per andare avanti. Mi fa bene per tutto: anima, corpo e mente. Io sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo».

Edgardo Ratti non si riferiva all’imperativo del nuovo, in fondo vacuo e fine a se stesso dei nostri tempi, ma a quella tensione creativa che deve sostenere e alimentare nel tempo ogni artista degno di questo nome; un bisogno vorace di ricerca, scoperta, conquista formale: «Il mio percorso è fatto di alti e bassi: quando un determinato periodo è stato sviluppato, arrivo al momento in cui non ho più la carica per portarlo avanti: ma subito ne arriva un altro, con nuova carica e nuovo stimolo».

'Denunciare ciò che accade'

Dopo Brera era approdato a una sua personale pittura di paesaggio. Come nota in un suo testo Piero Delgiudice ('laRegione' 2 ottobre 2015), curatore della monografia su Ratti nel contesto della mostra bellinzonese, l’artista ticinese già a quell’epoca rivelava «una più profonda, coinvolta, rappresentazione della natura». In altre parole, secondo il critico d’arte, quella di Ratti era già «una parabola di approssimazione all’internità e alle stratificazioni di natura, ai suoi cicli vitali». Da questo slancio sono derivate alcune delle stagioni creative di Ratti: il cosiddetto “periodo bianco”, la “pittura delle acque”, le grandi vetrate e le (belle, suggestive, incisive) sculture lignee. Quella di Ratti, riflette Delgiudice, è una «religiosità popolare» depurata del senso del peccato e della punizione: i suoi, «tra inesorabilità della fatica contadina e rappresentazione della passione (...), sono Cristi della povera gente». E proprio a questo sguardo verso i più umili Ratti è rimasto fedele fino all’ultimo, fino alla sua serie di ‘Finestre’ esposta a Villa dei Cedri, perché compito di ogni artista è anche quello di «denunciare ciò che accade». 
Profondamente corporeo quanto proteso verso una spiritualità laica, fedele al proprio sguardo ma pronto alla sperimetazione formale (si vedano i collages degli ultimi anni), legato al proprio perimetro vitale ma con lo sguardo sempre rivolto alla realtà pulsante, dolorosa, sorprendente dell’esitenza: Edgardo Ratti è stato un artista. Lo si può scoprire nella sua omonima galleria a Vira Gambarogno.

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