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07.06.2022 - 15:49

Cadenazzo, ConProBio spegne trenta candeline

La cooperativa rimane molto apprezzata nonostante ‘il modo di alimentarsi sia cambiato’ afferma la presidente Eva Frei

cadenazzo-conprobio-spegne-trenta-candeline
I quattro furgoncini e gli autisti

Da ormai qualche decennio la popolazione mira sempre di più a un’alimentazione equilibrata e rispettosa dell’ambiente circostante. In commercio oggigiorno è possibile trovare una moltitudine di prodotti con elevati standard di produzione e trasformazione. È quindi ancora sensato investire sull’agricoltura biologica rispetto a quella convenzionale? Agricoltura convenzionale che «sì, non è più quella di una volta. I coltivatori utilizzano maggiormente tecniche più sostenibili, produzioni integrate capaci di sfruttare la fertilità del terreno e diminuire notevolmente l’impiego di pesticidi e sostanze chimiche – spiega a ‘laRegione’ la presidente della cooperativa ConProBio Eva Frei –. Eppure il bio locale è differente: si conosce ad esempio il contadino, i procedimenti della lavorazione e le vie di trasporto sono contenute. Permette inoltre di garantire un’ampia varietà di frutta e verdura di stagione, oltre che accentuarne il sapore». Nata il 29 settembre 1992, da trent’anni la ConProBio cerca di promuovere un’alimentazione più consapevole. «All’inizio era piuttosto difficile raggiungere i potenziali clienti: la conoscenza della materia a sud delle Alpi era scarsa e quindi faceva parecchia fatica a prendere piede. Produttori e consumatori hanno allora deciso di unire le forze per cercare di rendere più accessibile il marchio ‘bio’, difficile da reperire su scaffali e dispense della grande distribuzione». Una realtà ormai sempre più apprezzata sul territorio tant’è che la domanda è lievitata in maniera quasi esponenziale: «Più volte mi è stato ripetuto che è qualcosa di sopravvalutato, o addirittura superato, ma poi assaggiando una zucchina la differenza è evidente».

Una crescita esponenziale

Da una ventina di gruppi la ConProBio ne racchiude ora più di duecento, un crescente interesse che ha persuaso la cooperativa ad attingere da mercati esteri. A detta della presidente, infatti, non è più ipotizzabile soddisfare le richieste della clientela soltanto mediante prodotti a chilometro zero, di origine locale: «La settantina di produttori, rivenditori e trasformatori sparsa per il Ticino e il Moesano permette già di offrire un’ampia scelta. Il consumatore ha tuttavia delle attese piuttosto elevate, anche perché oggi intende fare la spesa completamente da noi e non girovagare fra infiniti negozi». Dalle verdure fino alla selvaggina (in tempo di caccia) e il pesce di lago, «prossimamente anche di mare. Non è bio, ma comunque sempre rispettoso dell’ambiente e degli animali: oggigiorno il modo di alimentarsi è cambiato, la nostra utenza ha diminuito il consumo di carne e si è orientata di più su una filosofia incentrata sul vegetarianismo. C’è una maggiore consapevolezza di quello che si mangia». Per entrare a far parte della cooperativa è necessario corrispondere una tassa sociale di 20 franchi, una tantum, e poi una quota di 50 franchi annui. È infine richiesta l’affiliazione a un gruppo di almeno tre persone «la cui spesa settimanale minima è di 150 franchi – conclude Frei –. Da qualche giorno è in funzione una nuova piattaforma per le ordinazioni: riempita la lista, la merce è successivamente da ritirare dal proprio capogruppo». Capogruppo che si occupa di trovare un posto al riparo da intemperie in cui smistare i prodotti in arrivo dalla centrale di Cadenazzo. L’iniziativa ha catturato l’attenzione di parecchi consumatori in periodo di pandemia (grazie, soprattutto, alla borsa sorpresa), «tuttavia è importante bilanciare domanda e offerta». Per ulteriori informazioni: www.conprobio.ch.

Crisi alimentare, problema o opportunità?

L’agricoltura biologica oggigiorno è riconosciuta a livello mondiale. Secondo l’Ufficio federale di statistica, in Svizzera poco più del 16% delle aziende ha già effettuato una conversione da quella convenzionale. Una cifra ancor migliore in Ticino, dove la quota raggiunge circa il 22%. «Il nostro Cantone è sopra la media nazionale perché, fra molti altri fattori, la sua conformazione geografica ne favorisce la produzione – spiega la segretaria di Bio Ticino Valentina Acerbis Steiner –. Gli agricoltori sottostanno alle normative dell’Ordinanza federale sull’agricoltura biologica oppure del marchio Gemma, fra le più rigide del pianeta. Ciononostante, annualmente sei aziende in media decidono di orientarsi su una campicoltura più sostenibile». Il procedimento richiede una profonda conoscenza del territorio e degli animali in modo da ridurre gli scarti. Scarti all’origine della serie di controverse dichiarazioni rilasciate dall’amministratore delegato di Syngenta alla Neue Zürcher Zeitung. A detta di Erik Fyrwald, infatti, non è ragionevole promuovere l’agricoltura biologica, la cui resa è minore, in un periodo di crisi alimentare. Secondo Bio Ticino non è però una questione di minor resa, «piuttosto di consapevolezza del consumatore: iniziamo a non buttare nell’immondizia un terzo dei prodotti alimentari. A ridurre lo spreco – continua Acerbis Steiner –. L’agricoltura biologica poggia sul concetto di ciclo chiuso, di autosostentamento, ultimamente sempre più importante». Sì, perché il blocco delle importazioni di concimi (e altri prodotti) da Russia e Ucraina ha fatto emergere la dipendenza di molte aziende locali dalle materie prime di paesi terzi. «L’agricoltura biologica permette invece di sfruttare quello che la natura offre: si hanno delle pressioni negative o positive rispetto a un’altra campicoltura perché, ad esempio, è più legata alle condizioni climatiche. Di nuovo si parla quindi di conoscenza e prevenzione, di utilizzare metodi alternativi e più sostenibili così da favorire la biodiversità».

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