DIPENDENZE
 

Telegram e Bitcoin per la droga a domicilio, anche in Ticino


Ci sono canali che permettono di ordinare coca, ecstasy, Xanax via messaggini e pagarli in criptovalute alle macchinette Ffs. Poi arriva tutto per Posta


Dici ‘servizio a domicilio’ e pensi alla consegna d’una pizza, d’un libro, d’un computer. Ma le tecnologie di comunicazione crittografata permettono ormai di procurarsi di tutto: anche la droga. Ad esempio accedendo al servizio di messaggistica Telegram e utilizzando un canale di comunicazione dedicato allo spaccio. Niente visite clandestine al parchetto dietro casa, niente ‘cinquantelli’ che passano di mano in tasca alla chetichella, ma un organizzatissimo e-commerce degli stupefacenti: si ordina tramite messaggini, si paga in bitcoin e la merce arriva comodamente a casa dopo pochi giorni, consegnata dall’ignaro postino. Per ‘merce’ si intende di tutto, eroina a parte: marijuana, hashish, ecstasy in pastiglie e liquida, cocaina, chetamina, funghi allucinogeni, lsd, ma anche benzodiazepine come lo Xanax. È la nuova frontiera dello spaccio e sta prendendo piede anche in Ticino.

Tra questi canali quello che va per la maggiore – lo chiameremo ‘X’ per non fargli pubblicità– serve qualcosa come 5mila clienti in tutta la Svizzera, e ha un fatturato milionario, come comunicato dalla società a ’20 Minuten’. Il suo modello è un po’ quello di Uber Eats, che mette in rete i ristoranti con i clienti affamati. Solo che in questo caso al posto degli chef ci sono gli spacciatori e la fame dei clienti è tutta diversa. Le ‘menti’ della startup sono all’estero, ed è evidente da come comunicano con clienti e curiosi che si sentono al sicuro.

 

Come funziona

Il meccanismo per muoversi lontani da occhi indiscreti è tanto ingegnoso quanto di semplice utilizzo: non servono software speciali o grandi competenze informatiche come nel caso di acquisti sul dark web, la parte sommersa dell’iceberg internet (dove si muove invece l’arruolamento degli spacciatori). Il primo passo è essere invitati sul canale ‘giusto’ da qualcuno che c’è già dentro. A quel punto arriva una serie di messaggi con le istruzioni per l’uso e un listino prezzi: quello che abbiamo visto noi conteneva una trentina di droghe diverse. Si può anche consultare il voto dato da altri utenti alla qualità di ciascuna sostanza, se di qualità è lecito parlare per sostanze spesso pericolose. In genere il voto medio è piuttosto alto, ma verosimilmente non proprio lucido: una nostra fonte riporta un’esperienza piuttosto negativa.

Una volta deciso cosa procurarsi si procede all’ordine vero e proprio. Si può pagare direttamente in bitcoin. Se non se ne hanno si riceve un codice QR: basta recarsi a una stazione Ffs e utilizzare una delle loro biglietterie automatiche per scansionarlo ed effettuare il pagamento in bitcoin, versando un corrispettivo in franchi e pagando al servizio una commissione all’8%. Poi si fotografa la ricevuta e la si manda a ‘X’. La consegna viene effettuata tramite la Posta in tutta la Svizzera senza spese aggiuntive, in genere entro 3-5 giorni lavorativi: sulla porta di casa arriva un pacchetto anonimo che comprende solo l’indirizzo di consegna, con dentro un sacchettino ben sigillato e avvolto nel bubble wrap, quella plastica da imballaggio con le bollicine.

‘X’ naturalmente si coltiva il cliente, ad esempio inviandogli offerte speciali: in un caso l’offerta del giorno comprendeva 200 pastiglie di ecstasy leggera o 30 grammi di Mdma per 500 franchi, un ordine che evidentemente avrebbe senso solo per chi poi vuole spacciare la merce ‘al dettaglio’. C’è perfino un servizio di assistenza clienti dalle 10 alle 19, da lunedì a venerdì, sempre via Telegram.


Una delle consegne

La tecnologia

La forza del sistema è nel fatto che la crittografia di Telegram – fondata da un imprenditore russo con sede a Dubai – rende pressoché impossibile identificare gli attori coinvolti nelle comunicazioni: la stessa Telegram ha dichiarato in passato di fornire gli indirizzi Ip e altri dati identificativi solo in caso di indagini antiterrorismo. Mentre il pagamento in bitcoin garantisce l’anonimato della transazione finanziaria. L’unica cosa che si fornisce è un numero di telefono al servizio Ffs per ricevere il codice di conferma necessario a finalizzare il pagamento, che però è fatto tramite un QR non meglio identificabile. ‘X’ offre comunque anche la possibilità di acquistare carte telefoniche ad hoc per gestire i codici senza usare il proprio numero personale. L’utilizzo di più schede permette anche di superare il limite imposto da Ffs ai pagamenti in bitcoin (500 franchi al giorno e 5mila all’anno). Il sistema, insomma, si presta non solo al consumo personale ma anche al piccolo spaccio.

«Il vantaggio è dato da questa specie di doppio tunnel», spiega Alessandro Trivilini, docente e responsabile del Servizio di informatica forense del Dipartimento tecnologie innovative Supsi: «Da una parte a collegare i due estremi», servizio e consumatore, «c’è un mezzo di messaggistica criptato e flessibile come Telegram. Va detto che i sistemi di cifratura delle comunicazioni sono allo stato dell’arte anche su altre piattaforme, per cui non si può escludere che canali simili sorgano ad esempio su WhatsApp, ma è vero che la reputazione di Telegram è quella di uno strumento finora inviolato da terzi. Inoltre, con i dati delle comunicazioni appoggiati su server cloud all’estero, si lasciano poche tracce forensi sullo smartphone degli utenti, subordinando eventuali indagini a macchinose rogatorie internazionali».

Il tunnel parallelo «è la blockchain per gestire le transazioni con i Bitcoin. Esattamente come i sistemi di messaggistica, neppure i Bitcoin sono nati per delinquere, ma garantendo la privacy del trasferimento di valori agevolano chi vuole restare nell’ombra, mentre carte di credito e servizi bancari escludono sistematicamente l’anonimato e le identità fittizie». Cosa può fare la polizia? «Non tanto penetrare quei tunnel – la cifratura è super partes – quanto piuttosto presidiare le sue uscite: svolgere indagini ibride, online e offline, cercando di identificare almeno qualche soggetto coinvolto in attività illegali e da lì ricostruire i flussi digitali delle informazioni. Ma anche in questo caso diventa poi difficile recuperare pistole fumanti nascoste in server chissà dove e sgominare intere reti criminali».

Polizia ‘al corrente’

La Polizia comunque non demorde, come conferma il Commissario capo della Sezione antidroga della Polizia cantonale Paolo Lopa: «Siamo al corrente del fatto che le sostanze stupefacenti vengono vendute e acquistate approfittando anche di canali non convenzionali, quali ad esempio internet, il dark web o applicazioni telefoniche», spiega Lopa. «In questi casi le nostre attività di contrasto vengono adattate, utilizzando modalità d’indagine che per ovvi motivi non è opportuno descrivere». Quanto ai trafficanti, il Commissario conferma il problema di opacità delle reti, ma non si dà per vinto: «Trattandosi di una gestione illecita che fa capo a sistemi informatici e di telefonia, risalirvi risulta più complesso, ma assolutamente non impossibile. L’utilizzo di criptovalute non complica il lavoro di indagine e prevenzione, ma richiede un approccio diverso da quello utilizzato per le inchieste più convenzionali». Fatto sta che finora appaiono poche le condanne legate a questi nuovi traffici, e limitate a pesci piccoli. Come la fattorina arruolata a Zurigo da uno di questi canali che nei maggiori centri urbani garantiscono, oltre alle consegne postali, anche un servizio ‘express’ per i più impazienti (secondo ‘X’ i fattorini attivi sono circa una cinquantina).

LE AZIENDE

Le reazioni
di Posta e Ffs

Da parte sua, la Posta può fare poco per evitare certe consegne senza violare la privacy. Il suo portavoce Marco Scossa mette subito in chiaro che non sta a loro mettere il naso nei pacchi della gente, non siamo mica nella Ddr: «Il mandato e la missione della Posta sono chiaramente definiti per legge e consistono nell’accettazione, nel trasporto e nella consegna al destinatario di lettere e pacchi», ricorda. «La Posta, tenuta del resto al rigoroso rispetto del segreto postale, non ha alcuna responsabilità riguardo la verifica del contenuto, non riveste ruolo di autorità competente in materia e non è di conseguenza autorizzata ad infrangere tale principio. Non ha il dovere, il diritto né certamente le competenze per svolgere tale ruolo. Un principio espresso chiaramente alcuni anni fa dal Tribunale federale in una sentenza che ha coinvolto la Posta».

Una possibile eccezione si presenta solo per le mancate consegne: «Solo nel caso di invii che non possono essere consegnati al destinatario, rispettivamente ritornati al mittente (ad esempio nel caso in cui l’etichetta fosse illeggibile o l’imballaggio danneggiato), procediamo alla verifica del contenuto con lo scopo di reperire indizi utili a portare a buon fine l’invio. Solo in questo caso, qualora dovessimo verificare contenuto di carattere illecito, ci rivolgiamo alle autorità competenti». Se poi un genitore dovesse aprire il pacco dei figli e trovarci dentro qualcosa di sospetto, «sarebbe invitato a rivolgersi alle autorità preposte, con le quali e su cui espresso mandato collaboriamo ai lavori di indagine».

Stesso discorso per le Ffs, dai cui self-service passano molti acquisti: se non sta a una banca indagare su come un cliente spende i contanti prelevati da un bancomat, a maggior ragione «in qualità di azienda di trasporto non è compito delle Ffs controllare a quali scopi i propri clienti utilizzano Bitcoin acquistati presso gli sportelli Ffs, e nemmeno sarebbe possibile farlo», puntualizza il responsabile comunicazione Regione sud Patrick Walser. «Per questo genere di questioni l’organo competente è la Polizia. Inoltre sta a Bitcoin stessa valutare per cosa la loro moneta possa essere utilizzata e per cosa invece no. Non da ultimo, la regolamentazione delle valute e delle criptovalute è di competenza della Finma». Questo anche se naturalmente «le Ffs condannano qualsiasi tipo di comportamento criminale».


La crittografia agevola il ‘servizio’ (Depositphotos)

L’ESPERTO

‘Agevolano
le polidipendenze’

«Si tratta di fenomeni che ci preoccupano molto, intanto perché contribuiscono al pericolo di normalizzazione e alla banalizzazione del consumo, poi perché agevolano un comportamento molto rischioso che si sta facendo largo anche tra i più giovani: il policonsumo, ovvero l’utilizzo e il mix di più sostanze». Marcello Cartolano, presidente di Ticino Addiction e responsabile dei servizi ambulatoriali di Ingrado, guarda con preoccupazione ai nuovi sistemi di spaccio e approvvigionamento ‘digitali’, anche perché li correla a «un sensibile aumento di consumi problematici o di vere e proprie dipendenze conclamate che possono anche cronicizzarsi, e che vedono coinvolti a volte anche giovanissimi nella fascia tra 18 e 20 anni, e in misura maggiore attorno ai 25-30 anni». Di più: «Il fatto di accedere facilmente a ogni tipo di sostanza e di mescolarle rende più difficile il lavoro di recupero e muta anche la fisionomia dei consumi: molti ragazzini, ad esempio, accedono liberamente a certi canali e li sfruttano non solo per procurarsi cannabis, ma piuttosto farmaci e psicofarmaci come lo Xanax o il Dormicum».

Prevenzione
più difficile

A essere più arduo è anche il lavoro di prevenzione: «Con il gruppo di esperti e in collaborazione con Dipendenze Svizzera abbiamo sottolineato già nel 2018 che siamo di fronte a un cambio di paradigma, tale da mettere in difficoltà l’intero sistema di sensibilizzazione e assistenza. Per esempio rischia di perdere efficacia il lavoro di prossimità: se i luoghi di interazione si spostano online è molto difficile per i nostri operatori intervenire per aiutare chi li popola e fare prevenzione, riduzione dei rischi o del danno». Inoltre, per Cartolano «la natura virtuale degli scambi può agevolare ulteriore irresponsabilità da parte degli spacciatori, rende ancora più difficile sapere con chi si ha a che fare e valutare la composizione delle sostanze».

Tra legalizzazione
e controllo

Viene da chiedersi se a questo punto non sia il caso di spostare l’approccio al fenomeno dalla proibizione alla legalizzazione, in modo da far emergere più chiaramente i consumi e poterli controllare. «Si tratta di un discorso molto delicato e complesso», commenta Cartolano. «Da una parte, sicuramente un approccio di regolamentazione – da non confondersi con la legalizzazione tout court – è ben visto da molti esperti e per questo sono stati avviati progetti pilota in diversi centri della Confederazione per quanto concerne la canapa. Anche l’esperienza pregressa in Svizzera, con la somministrazione controllata dell’eroina, e i molti passi in questo senso all’estero mostrano che un certo pragmatismo è preferibile alla ‘lotta alla droga’ vecchio stile, che criminalizza senza aiutare».

D’altra parte, «va anche detto che siamo di fronte a una quantità di sostanze e modalità di assunzione mai così vasto e diversificato, capace di rendere incredibilmente complessa anche la regolamentazione. Nel giro di pochi anni si sono moltiplicate le tipologie di consumi, sostanze come la cocaina sono passate da pochi circoli più ricchi alle mani ad esempio di artigiani e ragazzini, si mescola di tutto. Proprio per questo prevenzione e riduzione del danno richiedono risposte articolate e complesse, che non si possono ridurre alla dicotomia proibizionismo/legalizzazione».

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