Lo chiede la Gioventù Socialista con una petizione
BELLINZONA - Una petizione contro l’impiego di fondi pubblici nell’industria bellica e a favore della riconversione civile delle aziende coinvolte nelle commesse militari. A lanciarla è la Gioventù Socialista (GISO) Ticino, che chiede al Gran Consiglio e al Consiglio di Stato, nell’ambito delle rispettive competenze, di «opporsi a tutte le politiche di guerra» e promuovere la pace.
In vista del voto di novembre
L’iniziativa, afferma la GISO, dà voce in particolare alle giovani generazioni, alle studentesse e agli studenti, e prende posizione contro «l’austerità e la militarizzazione». «Passiamo anni tra libri e laboratori per capire il mondo e immaginare come cambiarlo. Vogliamo che ciò che impariamo apra sentieri verso un futuro di pace, invece di essere usato per costruire armi e alimentare guerre».
La petizione si inserisce anche nel dibattito in vista della votazione del 29 novembre, quando la popolazione sarà chiamata a decidere se allentare le regole sull’esportazione di armi. Una scelta che, secondo i promotori, riguarda direttamente anche il Ticino. La GISO segnala infatti che nel registro di armasuisse figurano aziende ticinesi, tra cui Faulhaber Minimotor a Croglio e Scensei a Lugano, fra le beneficiarie di commesse di compensazione legate agli acquisti militari della Confederazione.
Il movimento vuole sapere quali attività siano collegate a queste commesse, quali risorse pubbliche le sostengano e quale sia il loro impatto sull’ambiente. Chiede quindi alle autorità cantonali di raccogliere e pubblicare le informazioni disponibili sulle aziende ticinesi coinvolte nelle commesse militari e negli accordi di compensazione industriale, domandando alla Confederazione gli eventuali dati mancanti.
Le richieste
Fra le richieste figura anche l’impegno a non concedere nuovi contributi, garanzie o sgravi fiscali a progetti destinati alla produzione di armi o componenti militari. Il Cantone dovrebbe inoltre elaborare un piano per riconvertire le attività coinvolte verso produzioni civili utili alla collettività, tutelando posti di lavoro, salari e possibilità di formazione. La petizione chiede infine di valutarne e renderne pubblico l’impatto ambientale.
«La pace mette radici quando tutte e tutti possono studiare, ricevere le cure di cui hanno bisogno e vivere e lavorare con dignità», sostiene la GISO. La riconversione, precisa il movimento, non dovrebbe penalizzare chi oggi lavora nella filiera militare: queste persone devono poter contribuire a produzioni civili senza perdere il posto, il salario o la possibilità di formarsi.
La petizione invita inoltre Gran Consiglio e Consiglio di Stato a presentare un’iniziativa cantonale che chieda alla Confederazione di vietare la produzione, l’esportazione, il transito e il finanziamento di materiale bellico. Un’ultima richiesta riguarda le scuole. La GISO domanda che a studentesse e studenti siano garantiti spazi e tempo per organizzare assemblee e incontri sulla militarizzazione, l’industria bellica, il clima e il futuro delle giovani generazioni.
La petizione può essere sottoscritta da chiunque, indipendentemente da età, nazionalità o domicilio.