Il Consigloiere nazionale critica la riforma UE sui frontalieri e chiede al Governo di respingere i nuovi oneri sulla disoccupazione.

LUGANO - «Era tutto ampiamente prevedibile». Così l'esponente della Lega dei Ticinesi, Lorenzo Quadri, il giorno dopo l'approvazione da parte del Parlamento europeo della riforma volta a ridefinire le competenze in materia di disoccupati frontalieri.
In sostanza, in futuro potrebbe essere lo Stato in cui la persona, ormai disoccupata, ha svolto il suo ultimo impiego, e non il suo Stato di residenza, a erogare l'indennità di disoccupazione.
La cosa non piace a Quadri che parla di «diktat europeo», aggiungendo che «il Consiglio federale deve chiarire immediatamente - come da mozione presentata in Consiglio nazionale - che la Svizzera non è disposta ad accettare questa nuova imposizione ai danni del nostro Paese». Infatti la nuova normativa potrà essere applicata - spiegava la Seco - solo «con l'accordo esplicito della Svizzera».
Sempre la Segreteria di Stato dell'economia avvisava che la modifica approvata dall'UE potrebbe comportare costi aggiuntivi compresi tra 600 e 900 milioni di franchi all'anno. «L’obbligo di farsi carico della disoccupazione dei frontalieri significherebbe infatti mettere ulteriormente sotto pressione il sistema sociale elvetico, con il risultato di dover aumentare i prelievi salariali a carico dei lavoratori svizzeri», aggiunge Quadri.
E ancora, «Il Canton Ticino, inoltre, sarebbe costretto a potenziare a proprie spese gli Uffici regionali di collocamento, per far fronte alle iscrizioni dei permessi G. Anche se i due temi non sono direttamente collegati, la decisione di Bruxelles conferma una cosa: il Consiglio di Stato ticinese ha fatto bene a bloccare 50 milioni di franchi di ristorni dei frontalieri».
Infine, la conclusione del Consigliere nazionale: «Sarebbe assurdo che un domani, oltre ai ristorni, la Svizzera fosse chiamata anche a finanziare la disoccupazione dei titolari di permesso G. La misura è colma: Berna deve difendere gli interessi del Paese e del Ticino, senza subire passivamente decisioni prese altrove».