Non più un'età fissa di riferimento, per entrare in pensionamento si dovrà lavorare (e versare contributi) per un numero ben preciso di anni. La proposta piace ai partiti borghesi (e pare anche alla popolazione) ma restano diversi nodi da sciogliere.

ZURIGO - Come risanare l’AVS e garantire pensioni adeguate? In Svizzera prende quota una proposta alternativa all’aumento generalizzato dell’età pensionabile: stabilire quando andare in pensione in base agli anni di lavoro e di contributi versati.
A sostenerla - riporta il Tages-Anzeiger - sono i partiti borghesi, mentre la sinistra si oppone. Il tema è emerso anche nelle prese di posizione sulla riforma AVS2030, attualmente in preparazione.
L’obiettivo è riconoscere che non tutti iniziano a lavorare alla stessa età. Chi svolge un apprendistato può versare contributi già a 18 anni, mentre chi consegue una laurea spesso entra nel mondo del lavoro soltanto attorno ai 25 anni, o più tardi. Eppure, con il sistema attuale, entrambi raggiungono l’età di riferimento a 65 anni.
Secondo un modello elaborato dall’associazione padronale romanda Centre Patronal, per ottenere una rendita completa servirebbero 44 anni di contributi. Un’operaia specializzata potrebbe così andare in pensione a 62 anni, mentre un sociologo laureato dovrebbe lavorare, per esempio, fino a 68 anni.
Un sondaggio commissionato dalla stessa organizzazione indica che il 72% degli intervistati giudica la proposta molto o abbastanza positivamente.
I problemi da risolvere
L’eventuale anticipo del pensionamento avrebbe però conseguenze anche sul secondo pilastro: chi lascia il lavoro prima verserebbe meno contributi alla cassa pensioni e riceverebbe prestazioni inferiori. Per compensare la differenza sarebbero necessarie modifiche anche a questo sistema.
Un altro nodo riguarda le possibili scappatoie. Se bastasse un contributo minimo per accumulare un anno valido ai fini del pensionamento, gli studenti potrebbero sfruttare il meccanismo per colmare eventuali lacune contributive e anticipare l’uscita dal lavoro. Una proposta dell’UDC, che vorrebbe fissare una soglia contributiva molto più alta, rischierebbe però di penalizzare chi percepisce salari bassi o lavora a tempo parziale.
Resta inoltre da stabilire quali professioni giustifichino un pensionamento anticipato. I lavori fisicamente pesanti, come quello dell’operaio edile, sono un esempio evidente, ma esistono anche occupazioni meno gravose sul piano fisico che comportano forti sollecitazioni psicologiche o orari impegnativi. Classificare ogni professione rischierebbe di alimentare controversie. E oggi mancano anche dati completi sulle carriere lavorative passate: raccoglierli richiederebbe decenni.
Un aumento dell’età pensionabile mascherato?
Per la consigliera nazionale dei Verdi Katharina Prelicz-Huber, tutti dovrebbero poter sapere in anticipo quando potranno ritirarsi dal lavoro, senza che il sistema dipenda dalla carriera individuale. La sinistra preferisce quindi altre misure per risanare l’AVS.
Il risultato finanziario dipenderebbe soprattutto dall’età media effettiva di pensionamento. Se questa salisse, il modello potrebbe tradursi in un aumento dell’età pensionabile «dalla porta di servizio».
Anche senza modificare la media attuale di 65 anni, tuttavia, chi ha redditi elevati potrebbe restare più a lungo al lavoro, versando contributi per più tempo e percependo la rendita per meno anni. Un effetto che potrebbe contribuire a finanziare le pensioni di chi smette prima.